Ivan il terribile

ivan il terribile

Alcide Pierantozzi è uno dei pochi scrittori italiani contemporanei di cui, dopo aver letto il primo libro ho cercato il secondo, e atteso con una certa impazienza il terzo. “Ivan il terribile”, appunto.

Sapevo che mi avrebbe sorpreso, anche se non avevo previsto lo facesse in questo modo, tornando cioè a un impianto tradizionale, dopo la sperimentazione dei primi due romanzi (Uno in diviso, edito da Hacca nel 2006 e L’uomo e il suo amore, edito da Rizzoli come quest’ultimo, nel 2008), in cui era evidente la ricerca attorno al limite della parola e della narrazione. Un po’ come se Picasso avesse attraversato il “periodo blu” dopo il cubismo, se vogliamo, anche se detto così sembrerebbe che Pierantozzi abbia fatto un passo indietro e non è detto per niente che sia così.

Forse, per questa volta, Pierantozzi ha voluto domare il cavallo selvaggio della sua mente e portarlo sul sentiero che aveva scelto, quello di una trama solida e lineare, invece di farlo galoppare liberamente attraverso piani temporali, sogni, visioni e sprazzi di realismo sospesi come isole in un flusso inafferabile.

Ivan il terribile è la storia di tre ragazzi e dell’intreccio fatale dei loro destini. L’ambientazione è un Abruzzo arcaico quanto cinematografico, un Abruzzo che potrebbe essere il Maine o il Montana, ma che è allo stesso tempo, senza ombra di dubbio, la remota provincia italiana.

Al centro del triangolo c’è Ivan, feroce e innocente come un bell’animale, la quintessenza del fascino tenebroso, con tanto di passato in carcere minorile per ragioni che verrano chiarite solo verso la fine del romanzo, lancinanti occhi verdi e un’altalena emotiva costante e sfiancante, un attimo convincente nell’impersonare la parte del cattivo in un copione già scritto, un secondo dopo desideroso soltanto di gettare la maschera ed essere amato, semplicemente, come tutti.

Più vittime che complici, Sara e Federico, terribilmente infatuati di Ivan, e tanto più prigionieri della sua rete quanto più si agitano per tentare di resistergli.

Spettatori quasi impotenti gli adulti: il padre di Ivan, bloccato su una sedia a rotelle, la madre di Sara, troppo occupata a cercare di sbarcare il lunario e tenersi un uomo nel letto per essere davvero d’aiuto a una figlia ammalata di rabbia, e la madre artista di Federico, che non riesce a risultare credibile, quando dice di non pensare che a lui, una madre che il dolore per la perdita di una figlia ha reso spietata nel suo farsi figlia del suo sangue supersite.

L’Italia di Maria de Filippi sta sullo sfondo eppure c’è, ingombra il terreno friabile delle prospettive, condannando gli adolescenti protagonisti ad aspirazioni di serie b, a sogni da basso impero, ben lontani dal poter essere salvifici, neppure a volerci credere.

E così, mentre le anatre si tuffavano nella corrente l’una dietro l’altra, io decidevo di scappare via dalla villa e i pesci scivolavano sopra i sassi del fiume come dimenticandosi quanto fosse sgradevole sentire qualcuno più grande di te che ti spia dall’alto.

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