Author Archives: Sabrina Campolongo

Il giorno che diventammo umani

il-giorno-che-diventammo-umani-paolo-zardi-neo-edizioni-x-mailLa morte e il corpo, la malattia e le debolezze, il sesso e le illusioni perdute, tra cui quella che Kundera ha definito “la più bella delle illusioni europee”, quella – fiorita con il romanzo – dell’unicità insostituibile dell’individuo, sono le tematiche portanti della nuova raccolta dell’amico Paolo Zardi, “Il giorno che diventammo umani”.

Non sono unici, i suoi protagonisti, né insostituibili, anzi, spesso sono sostituiti, anche dopo un dramma, anche dopo la loro stessa morte, da chi rimane. Sostituibili, in parte intercambiabili anche nella mente del lettore, e non perché non siano sufficientemente caratterizzati, direi al contrario: lo sono fino al punto di poter essere ridotti alle loro particelle elementari. Se l’individualità è determinata da una serie innumerevoli di piccoli e grandi eventi che formano il nostro unico codice a barre, le singole barre sono, prese una alla volta, assolutamente identiche a quelle che compongono gli altri esseri umani che incrociamo sul nostro cammino. Se lo scrittore, di norma, predilige porre l’accento sull’unicità del codice, selezionando tra i milioni di episodi che compongono una qualunque vita quelle sequenze così particolari da darci l’illusione (a noi lettori, intendo) di avere davanti un essere umano assolutamente unico e inimitabile (e di esserlo a nostra volta, unici, inimitabili e insostituibili), il percorso artistico di Zardi mi sembra andare in direzione contraria.

L’umanità del titolo mi appare così quasi come una negazione dell’illusione di cui parla Kundera (così bella, eppure, così rassicurante), “umani” (troppo umani?) in quanto appartenenti al genere umano, non in senso etico.

Uomini e donne, i protagonisti di queste storie, ultracentenari o appena adolescenti, soli in cerca disperata di compagnia oppure in fuga da una routine fin troppo serena, ognuno di loro viene scomposto per mostrarci che sotto la pelle, sotto i muscoli e le ossa, oltre il ragionamento, le costruzioni della memoria e del sentimento, quel che resta di noi sono le voci primordiali e imperiose del desiderio e della paura. A volte una in opposizione all’altra, come funi implacabili, la fame di vita e la paura della morte, spesso misteriosamente alleate, come una febbre che divora.

In questa autenticità, di esseri desideranti e impauriti, si svela un’umanità difficile da sopportare, difficile da leggere, anche, che respinge e impaurisce.

Vorremmo forse pensarci migliori di ognuno dei personaggi creati da Paolo Zardi, vorremmo immaginare i nostri figli, i nostri amici, i nostri amanti e compagni migliori, ma dopo avere chiuso questo libro può risultare un po’ più difficile. Non dubito che passerà, esattamente come la protagonista de “Il giardino dell’Eden” non dubita che tornerà, dopo una prima volta piena di titubanze, a forzare la porta del tranquillo Paradiso da cui è escluso il male, e bandito il fuoco. Sempre con meno sensi di colpa, preoccupandosi sempre meno di darsi una spiegazione, di cercare la verità.

Ci assolveremo, anche questo è umano, oppure magari un giorno impareremo (la risata finale sembra suggerirlo) a chiamare “buono” questo percorso imperfetto, a volerlo, come insegna Zarathustra, “questo cammino che l’uomo ha percorso alla cieca”.

 

“Ma a chi dovevano [questi ingrati] lo spasimo e l’estasi dei loro rapimenti? Al loro corpo e a questa terra.” (da Friedrich Nietzsche _ Umano, troppo umano)

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Per legittima difesa

LUBIANA agosto 1942

La tradotta è ferma in stazione sotto un sole feroce. Non ci lasciano scendere. Un convoglio composto di carri bestiame, con le portiere piombate, infila lentamente il binario parallelo al nostro e si ferma tra noi e l’edificio della stazione. Lo scortano carabinieri in elmetto nero, tanto più sinistri nella canicola. Vanno in Italia. Ma non sono occhi bovini quelli che ci guardano dalle grate dei carri: sono occhi di uomini e di donne; torvi, brucianti. Nient’altro che occhi umani. Si moltiplicano
e si affollano, fissi su noi con un’intensità micidiale. Difficile sostenerli, così compatti, unanimi nell’odio, più forte della loro impotenza, della loro disperazione, della fame e della sete. È gente catturata nei rastrellamenti. Ma per noi esistono solo quegli occhi che ci guardano. Ostentiamo indifferenza, o addirittura mitezza… ma meglio, meglio che li portino via. A nostra volta finiremo con l’odiarli. Per legittima difesa, che diavolo! Non è così che cominciano i massacri? Lo intuiamo oscuramente, ma non vorremmo, non vorremmo farne esperienza.

(Vittorio Sereni, da La tentazione della prosa)


Il Sale, Jean-Baptiste Del Amo

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Se la storia di un romanzo appartiene al suo autore, la storia di un libro, dal momento della sua pubblicazione, si incrocia con molti destini, spesso nei modi più imprevisti, imprevedibili per l’autore stesso.

Non so cosa abbia pensato Jean-Baptiste Del Amo, promettente giovane scrittore francese, vincitore del premio Goncourt opera prima, e di una prestigiosa borsa di studio che l’aveva portato a risiedere a Roma per sei mesi, quando qualcuno gli ha consegnato il messaggio di una sconosciuta italiana che voleva parlare con lui del suo romanzo.

Non so cosa abbia pensato, ma so cosa ha fatto, ha preso l’indirizzo della sconosciuta e le ha scritto una mail, gentile, disponibile, curiosa. Così gentile che la qui presente sconosciuta si è sentita più che mai in imbarazzo, scrivendogli a sua volta, per presentargli un progetto ambizioso quanto ancora campato per aria. Non ricordo le parole esatte, ma grossomodo suonavano così: ho adorato il tuo romanzo, voglio tradurlo a ogni costo, ho già scritto al tuo (al vostro, in verità, nella migliore tradizione francofona) editore (Gallimard), ho già trovato due matti decisi a pubblicarlo, ma sono i proprietari di una piccola casa editrice, e Gallimard tutto è fuorchè piccola, e magari tu (vous) preferiresti essere pubblicato da un editore con più mezzi, un editore all’altezza del colosso francese, insomma, ma se vuoi la certezza che il tuo libro sarà amato, parola dopo parola, e seguito con tutte la passione e la competenza e la serietà possibili, noi siamo quelli giusti.

Così è cominciata l’avventura, così è nato questo libro, grazie al coraggio di Francesco e Angelo di Neo Edizioni, grazie alla disponibilità di Jean-Baptiste Del Amo, ma soprattutto grazie al suo talento, e al fatto che ha scritto una grande storia, che non si lascia dimenticare.

Questa piccola storia privata è la premessa necessaria, e il motivo per cui per raccontare questo romanzo userò, questa volta, parole di altri, cioè quelle – bellissime – di Jesùs Ferrero. Non è un caso, forse che, per trovare una recensione degna di questo nome, io abbia dovuto farmela tradurre dall’inserto di letteratura del principale quotidiano spagnolo (in Spagna, La Sal è uscito poco prima che da noi), ma sorvolando su questo, sono parole come queste che avrei voluto scrivere, o che avrei amato leggere, su questa storia, su questo romanzo.

Le foto più belle, invece, un vero book fotografico, le ha scattate Federico Novaro, che ringrazio.

Buona lettura.

Isola di fuoco e sale

(Jesùs Ferrero_ Babelia, supplemento di El Paìs 14.09.2013)

Anche se il dolore esistenziale è una tematica molto presente nella migliore letteratura recente francese, pochi hanno saputo rappresentarla con l’intensità, l’eleganza e la profondità di JB Del Amo. Un autore che, in più, ha il vantaggio di saper combinare la precisione descrittiva con l’astrazione poetica, senza mai cadere nell’allegoria ed evitando sempre di creare personaggi-stereotipo, nonostante la loro forte carica simbolica.

Nel suo primo romanzo, “Une éducation libertine”, Del Amo è riuscito a portare a termine la fusione quasi alchemica tra dolore fisico e mentale, fino a fonderli in uno stesso dolore, che scaturisce allo stesso tempo dal corpo e dall’anima. Lontano dall’essere un romanzo sul libertinaggio, è un romanzo sull’angoscia di esistere, di crescere, di invecchiare e morire, scritto in una prosa folgorante, che inebria della sua bellezza estetica e brucia per la sua violenta profondità.

Nel suo secondo romanzo: “Il sale”, Del Amo restituisce il miglior senso alla parola, e ci offre un romanzo nettamente esistenziale e allo stesso tempo lirico, sugli abissi della famiglia.

Si è detto, e sicuramente Del Amo l’avrà confermato, che Il Sale è ispirato a “Le onde” di Virginia Woolf, perché leggendolo non smettiamo mai di sentire il respiro del mare. È anche legato a “Mrs Dalloway”, perché l’azione si svolge in una sola giornata.

Non nasconderò questi legami di parentela, che potrebbero apparire fin troppo evidenti (e le evidenze ingannano almeno quanto le apparenze), per la semplice ragione che Virginia Woolf è violenta e disincarnata quanto Del Amo. Se fosse necessario trovare legami ancora più stretti e rivelatori, penserei a “Mentre morivo” di Faulkner e al film “Festen” di Thomas Vinterberg, due opere nelle quali l’azione, molto sostenuta, riassume una violenza familiare e sociale vicina a quella che si può osservare nel romanzo di Del Amo.

Ne “Il sale”, racconta di una cena, in una casa di pescatori, che dovrebbe riunire una famiglia dispersa. I loro pensieri, le loro discussioni, le loro dimenticanze, i loro amori e le loro liti hanno come contrappunto la danza incessante delle onde, i loro vapori salmastri, ma noi non ci troviamo né al festino di Babette, né al banchetto di Trimalcione: siamo in un inferno di fuoco e sale, in cui la brutalità, l’omosessualità dolorosa e incompresa, la morte e l’infelicità pesano molto di più dell’immensità del mare.

Come già in “Une éducation libertine”, non c’è un solo personaggio che non coltivi nel profondo di sé la propria ferita, purulenta e atroce.

Una tesi attraversa una buona parte del romanzo, e tocca l’identità stessa della famiglia: per poco che si creda in una certa unità delle famiglie, simboleggiata dal cognome condiviso e da altre piccole cose, un’unità del genere non è che un’impostura ideologica e sociale, perché se la famiglia è il luogo in cui si costruisce il nostro essere, nell’ora della verità non esiste alcuna unità possibile nella relazione padre-figlio, e alla fine tutti i membri di qualunque famiglia tendono a essere delle isole uniche, ciascuna con la propria vegetazione, la propria fauna e il proprio inferno, anche se sono nate tutte da uno stesso vulcano.


Il corpo docile

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Milena, che è nata in carcere, in carcere ci torna, tutti i sabati, a prendere i figli delle detenute, per portarli fuori, in spiaggia, al maneggio, al parco, assieme ad altri volontari riuniti in un’associazione dal nome – non spiegato, nel romanzo, per cui mi concedo di credere che sia stato messo lì come una sorta di amuleto – dai richiami durassiani (Lahore, là dove il suo Viceconsole è impazzito).
Milena, che è nata in carcere, ne è stata ‘buttata fuori’ a tre anni, per essere riaffidata a un padre quasi del tutto assente, padre allo stesso tempo causa e vittima del reato che ha portato la moglie, incinta, in carcere, un padre che in fondo non la vuole, innamorato di un’altra donna non vuole né madre né figlia, ma finirà per riprendersele, senza entusiasmo, entrambe.
Milena, che è nata in carcere, dal carcere non è mai uscita, ha solo dilatato le sbarre della cella di qualche metro, dal salotto della nuova casa al quartiere, il Quadrilatero, un quadrato in cui tutto è un miracolo di tale bruttezza che riesce a sorprenderla, a confortarla, così come la conforta la vicinanza dell’amico di sempre, del compagno di cella diventato in qualche modo compagno di vita, di letto, di tenerezza, di tempeste e salvataggi.
Milena, che è nata in carcere, vive in uno Stato, il nostro, in cui in carcere puoi nascere, in cui puoi essere bambino e detenuto a due anni, e non sapere che il cielo può anche non essere quadrato, o che esiste il mare, o che c’è un mondo in cui si può uscire e andare a passeggio quando se ne ha voglia; uno Stato in cui puoi avere due anni e già sapere che una madre non è onnipotente, non è invincibile né infinita.
Che ne sarà di quei bambini, abituati alla finitezza del mondo, a una madre piegata a regole rigide, incapace di scegliere, di proteggere, di salvare o punire, una madre declassata a bambina, che proprio come loro deve attendere, domandare, vedersi negata quasi sempre ogni cosa, una madre dalla fantasia ridotta, dalle risorse quasi inesistenti? Si abitueranno mai alla proporzioni del mondo fuori, all’estensione spaventosa del terreno delle scelte, alla vertigine davanti a un sì?
Milena no, non si è mai abituata, il suo accogliere non sa essere spericolato, non si fida di se stessa, non può gestire l’uomo ‘di fuori’ che cerca di entrare nella sua vita, né il bambino ‘di dentro’ che vorrebbe tanto poter salvare, ma verso il quale è ugualmente dolorosamente impotente.
Avevo una gatta – un perfetto, coraggioso, fiero felino – che, strappata troppo presto alla madre, non riusciva a vincere la paura – di se stessa, del proprio istinto predatorio? – quando si trattava di afferrare i suoi gattini per la collottola e doveva affidarsi a me, umiliandosi a venirmi a cercare miagolando il suo bisogno, quando uno di loro cadeva fuori dalla cesta. Anche lei, come Milena, era padrona del suo territorio, e spaventata a morte quando si trattava di lasciarlo, diffidente fino all’aggressività con gli estranei, fedele più di un cane alla sua ristretta cerchia di protetti. Niente era mai abbastanza incoraggiante, per la mia gatta, niente riesce a esserlo, per Milena – del resto, la realtà non ha in sé un surplus di fiducia con cui risarcire chi non ne ha ricevuta abbastanza quando avrebbe avuto l’innocenza e l’incoscienza per crederci sul serio – né per Marlonbrando, il bambino rom a cui Milena vorrebbe regalare quella beatitudine che lei non conosce.

“Marlon afferra la mano di Milena e insieme prendono la rincorsa, ma appena gli schizzi li raggiungono lui scappa via. Milena va a recuperarlo. Vuole che senta la violenza dell’acqua che percuote e non punisce. […] Le stringe di nuovo la mano e corre, la raffica d’acqua picchia sui bambini e spande gocce tutt’intorno, una tocca la fronte di Marlon, e lui molla la presa e fugge ancora. Se ne infischia della mano di Milena nella sua, non crede nemmeno per un attimo alla felicità.”

Il fallimento di Milena – il bambino non sarà salvato, sarà sbattuto fuori dal carcere e dall’abbraccio materno a tre anni, come vuole la legge, per essere affidato a uno zio al campo nomadi – è il doppio fallimento di uno Stato che dimentica il dichiarato scopo rieducativo della pena e non cerca nemmeno più di nascondere il suo fine puramente punitivo, che marchia bambini innocenti di un peccato originale più ingombrante di quello cattolico, e rinnova il suo marchio ogni giorno, nel periodo fondante nell’esistenza di ogni essere umano.
Ma Milena, pur portando il marchio di molte mancanze, è anche il frutto di un’indomita volontà di presenza, quella materna e di altre donne, “corpi docili” solo all’apparenza, ma in realtà molto lontani dagli individui perfettamente irreggimentabili e funzionali alle esigenze economiche e politiche che Foucault indica (in Sorvegliare e Punire) come il risultato che il Potere si attende dall’applicazione della disciplina e, in special modo, dalla prigione.
I corpi delle donne narrate da Postorino sono in costante crisi di rigetto e pronti all’automutilazione, alla violenza, alla fuga per ottenere quello che desiderano, sia esso amore o passione, o salvezza per i propri figli. A queste donne si contrappongono uomini più centrati sul proprio baricentro, più adatti all’autoconservazione, che sembra cerchino tutt’al più di fare del loro meglio – che a volte è il loro peggio – senza il coraggio di andare fino in fondo, di dare o di volere fino a rischiare di uccidere, o di morire.
In questo senso, il bel romanzo di Rosella Postorino può essere visto come un atto di speranza verso l’eterno femminino, nella sua connotazione più ferina e potente, che forse potrebbe, evadendo dalla propria gabbia – che troppo spesso le donne stesse contribuiscono a chiudersi attorno – contrapporsi efficacemente alla violenza della disciplina patriarcale, perfettamente espressa dalla sua manifestazione più evidente, la prigione.
Non avviene, nel romanzo, ma l’ultima frase, “Sono qui, ma dopo vado via”, riapre la gola e i polmoni.

(Rosella Postorino _ Il corpo docile _ Einaudi Stile Libero)

PS pur con il timore di essermi già dilungata troppo per i tempi di attenzione della lettura in rete, qualcosa vorrei dire e devo dire anche della lingua, potentissima, della scelta maniacale – dev’essere stata così, per forza – di parole che presentificano l’oggetto in modo così implacabile da essere a tratti quasi fastidiose, quando sarebbe imperiosa la voglia di andare avanti veloce per vedere cosa succede, e ci si trova invece costretti, come per un sortilegio, a fermarsi su binari, molliche di pane, formicolii, crampi, gambe, occhi, ossa, tutti così presenti e vividi che non si possono trascurare, non si può lasciare lo sguardo correre, ma si deve vedere, udire, sentire, per forza. Un sortilegio, dicevo.


Ogni notte

lolita

Eravamo stati dappertutto e non avevamo visto nulla. E oggi mi sorprendo a pensare che il nostro lungo viaggio abbia solo sfregiato con una sinuosa linea di fango la magnifica, fiduciosa, sognante, enorme terra che per noi, retrospettivamente, era solo un insieme di cartine con le orecchie, guide squinternate, pneumatici consunti e i suoi singhiozzi nella notte – ogni notte, ogni notte – non appena io fingevo il sonno.

(Vladimir Nabokov_ Lolita)


Marguerite Dura…

l'amant

Marguerite Duras ha sofferto molto durante la sua infanzia e la sua adolescenza. Questa sofferenza spiega forse la sua capacità di rivolta. Non ha mai smesso di essere una donna ribelle, indignata, una pasionaria della libertà. Libertà politica, ma anche libertà sessuale. Poiché se lei fu, di sicuro, lo scrittore dell’Amore, fu allo stesso tempo una militante della causa femminile e l’appassionato avvocato del piacere femminile. Rivendicò sempre il diritto al piacere e fu, per tutto il corso della sua vita, una grande amante. Amava fare l’amore e ha saputo esaltare la forza dell’amore, il piacere, l’abbandono, l’esaltazione dell’amore. Ne ha esplorato i limiti e vampirizzato le energie: la ricerca dell’assoluto come ricerca del piacere. Diceva che non poteva farci niente, che non era fatta che per quello. Ricordate nel L’amante : “Avevo in me il luogo del desiderio, avevo a quindici anni il volto del piacere e non conoscevo il piacere”.

(Laura Adler _ Marguerite Duras ed. Gallimard _ traduzione mia)


Mio marito era…

Mio marito era tornato da me pentito, come lo sono tutti. Pentiti! Cielo! Come se fosse questo che noi domandiamo loro! Ah! Se capissero finalmente che non è di pentimento che abbiamo bisogno, ma di rimpianti, di focosi rimpianti. Se sapessero che non sono dei “perdonami, non lo rifarò mai più”, che non cancellano mai quello che dovrebbe essere cancellato, che non è con il rimorso che potrebbero riconquistarci. No, quello per cui noi cancelleremmo tutto sarebbe di vederli tornare quelli che erano all’inizio, di vederli pronti a giocare di nuovo, tutto il gioco, pronti a rischiare tutto per il gioco vero, dall’inizio alla fine.

Alice Rivaz (da “La paix des ruches”, la traduzione è mia)


Il morso

renè

Il soffio discreto della porta, lo schiaffo delle chiavi contro il posacenere di marmo, il battere dei suoi tacchi sul legno… il tuffo allo stomaco, il brivido lungo la schiena, la contrazione al basso ventre.
Lei è tornata.
L’uomo chiude il libro che teneva aperto in grembo. Si toglie gli occhiali e li appoggia sopra il cartone telato della copertina. Chiude gli occhi. Inspira.
Il frusciare serpentino dei suoi abiti, pelle contro la pelle dei suoi pantaloni neri, il tintinnare dei bracciali, lo sbattere della cintura dell’impermeabile, mentre se lo sfila, il rullio del lungo filo di perle che porta in due giri al collo, quando si sbilancia a poggiare la borsa per terra.
Il primo passo rintocca nel momento esatto in cui l’uomo riapre gli occhi e li fissa nel quadro della porta. Ed eccola che viene avanti decisa, sciogliendosi i capelli.
La massa quasi nera segue la sua mano allungandosi densa e compatta come una stringa di liquirizia, gli sembra quasi di sentirne lo schiocco, un secondo prima di vederla ricadere, pesante e serica, sulle sue spalle. Lei gli lancia una breve occhiata e poi abbassa lo sguardo, infilandosi l’elastico nero sul polso.
─ Bentornata.
─ Leggevi?
Risponde con un borbottio, una specie di goffa ammissione. Lei si avvicina di qualche passo, piegando il capo per scorgere i caratteri impressi sul dorso del libro. Lui lo solleva per mostrarglielo.
─ L’Ulisse. Di nuovo.
─ Oggi sì.
Lei aggrotta appena le sopracciglia, e passa oltre, prendendo il suo pacchetto di sigarette rimasto sul tavolo e scuotendolo leggermente per farne scivolare fuori una. Poi apre la finestra e si appoggia sul davanzale, offrendogli la visione del suo corpo che lui preferisce, quel culo arrogante, sguaiato, popolano che una volta cercava di dissimulare, quasi vergognandosene. I pantaloni dal taglio maschile oggi invece lo enfatizzano, ma non ce n’è bisogno. È un culo impossibile da non notare, che calamita inevitabilmente gli sguardi, polposo, sproporzionato sul corpo minuto, un culo che non si lascia nascondere, né mascherare dai vestiti. Le gonne più serie tirano a ogni passo, come se le chiappe volessero straripare, quelle morbide e leggere svolazzano maliziose, minacciando in ogni istante di mostrarlo in tutta la sua indecente pienezza, i pantaloni si infilano sempre in mezzo, mostrando l’invitante profondità del solco. Sulla spiaggia, anche con i costumi più castigati, quel culo ingombrante scivola fuori a ogni suo movimento, esplicito come l’offerta di una puttana, irresistibile come il richiamo di una sirena. Ricorda ancora la prima volta in cui l’ha vista avventurarsi in aula, quattordici anni, il movimento nervoso della sua mano che scendeva di continuo ad abbassare l’orlo della felpa troppo larga, le labbra timide, le spalle appuntite, le gambe angolose, troppo magra, troppo bambina per quel culo e per quegli occhi da lupa, gialli, striati da filamenti più scuri, sangue coagulato nell’ambra.
Lei fuma quieta, alternando di tanto in tanto l’incrocio dei piedi. Sa che lo sguardo di lui non si perde un movimento, sa dell’effetto che gli fa.
Ma le è accaduto qualcosa, oggi la sua serietà sembra più una vera assenza che il solito gioco di finta noncuranza.
─ Come stai? ─ le domanda.
Lei fa un tiro profondo, poi gli rivolge un breve sorriso da sopra la spalla, soffiando fuori il fumo.
L’uomo si libera del pesante libro – edizione antica, rilegata a mano – appoggiandolo sul tavolino, ma poi non si alza.
─ Non è andata bene, dunque?
Lei solleva il busto e si volta, appoggiandosi contro il termosifone spento.
─ Tutt’altro. ─ dice.
─ Mi racconterai?
─ Certo.
─ Hai sete? O hai fame, forse? Vuoi che ti prepari un caffè?
─ No, sto bene.
La guarda finire la sigaretta e spegnerla nel solito posacenere posato sul davanzale di marmo, prima di domandarglielo:
─ Andiamo di là?

La voce ha tremato, proprio in mezzo alla prima parola.
Accorgendosene, il familiare calore della tenerezza le si spande nel petto, distende le spalle contratte, risale il collo, le solleva gli angoli della bocca in un sorriso.
Pensi di leggermi dentro, eppure lo sai anche tu che c’è una soglia, sulla quale la lama affilatissima del tuo pensiero si schianta, come un passerotto contro a un vetro.
Hai paura che oggi potrei dire no.
Non ha bisogno di dirlo, lo sa, entrambi lo sanno, giocano a carte scoperte. Potrebbe disegnarla a occhi chiusi la piega, quasi una Y, che gli si forma tra gli occhi celesti, proprio al centro delle sopracciglia folte, biondo cenere, nemmeno un pelo bianco, in fiero contrasto con i capelli precocemente ingrigiti. Può prevederlo, quel movimento poco vistoso delle labbra che si schiudono a vuoto, un aborto di parola.
Parole che non dirà mai, domande che non può fare, non lui.
Il sorriso che gli regala viene accolto esattamente per quello che è: una rassicurazione, la conferma che tutto va bene.
Lui si alza senza attendere il suo sì. Tende una mano a carezzarle una guancia. Il corpo alto e magro la sovrasta nonostante i tacchi, il suo sguardo sopra di lei ha sempre il potere di farla sentire più piccola e scoperta, una ragazzina, una studentessa davanti al suo professore, come è stato, un tempo.
La mano lunga ed elegante scivola dalla sua guancia al collo e poi prosegue, sgranando il lungo filo di perle che si perde dentro la scollatura della camicetta nera di seta. Sembra intenzionato a continuare il viaggio fin laggiù, in mezzo ai suoi seni, invece prende tra le dita la collana e la tira a sé, stringendole il secondo giro attorno al collo.
Un brivido le rotola giù fino alla curva delle anche.
Lui se ne accorge, i suoi occhi si accendono di complicità. Le labbra si aprono, poi sorridono.
─ Andiamo di là. ─ lasciando andare la pesante collana che le ricade sul petto, sfiorandole per un secondo i capezzoli nudi sotto alla seta, per poi raccogliersi nell’avvallamento tra i due piccoli monti appuntiti. Lei reagisce al furtivo sfioramento facendo guizzare la lingua sul labbro superiore.
─ Andiamo di là. ─ le ripete, contro la sua bocca dischiusa. La voce tradisce, questa volta, quell’impazienza che la fa sorridere e le fa bagnare – di nuovo – l’impalpabile triangolino di pizzo che si interpone tra la sua pelle umida e quella calda dei pantaloni.

La stanza. Non la camera di lui, non la camera di lei. La stanza senza nome. Di là.
“Di là” sono quattro mura spoglie, bianche. Un letto di ferro nero, né bello né ricercato, un vecchio letto contadino, preso un sabato mattina di un giugno lontano – quattro anni prima, quattro anni quasi esatti – da un rigattiere, le ottonature dei piedi opache e screpolate, il pesante corpo scricchiolante, ma ancora solido. Un materasso e lenzuola, bianche, al momento arrotolate nel centro del letto, dato che nessuno si dà pena di rimettere ordine qui, se non di tanto in tanto. Una sedia. Una vecchia abat jour, il gambo di bronzo a forma di sirena e il paralume panciuto come la gonna di una ballerina di can can, raso dorato con nappine ormai scolorite, sopra a un comodino di legno di noce, scuro e austero, non proprio dritto, non proprio stabile. Uno specchio opaco, con la cornice dorata che in certi punti rivela il legno sottostante, appeso al muro a un’altezza casuale, poco consona a chiunque. Nient’altro.
─ Allora, puttanella, ti sei fatta chiavare oggi?
Si è appena chiuso la porta alle spalle. Lei è in piedi, un passo davanti a lui. Gli sorride, torcendo il busto. ─ Sì.
I loro occhi si incontrano.
─ Sì?
─ Sì.
─ Te lo sei fatto infilare dentro.
─ Sì.
─ Quando?
─ Questo pomeriggio.
─ A che ora?
─ Alle tre, circa.
─ Le tre?
─ La prima volta.
Il sorriso di lui si apre.
─ Due volte, allora? O di più?
─ Due.
─ Ti sei fatta fare anche il culo?
─ No. Non ancora. ─ il fiato già corto.
─ Non ancora. Come ha potuto resistere? Non so se crederti. Spogliati. Fammi vedere.
Lei comincia a sbottonarsi la camicetta. La apre sui seni, non troppo grandi, né inesistenti. Perfetti e rotondi, i piccoli capezzoli già inturgiditi dalla carezza della seta, arrossati da altre e prolungate attenzioni. Cosa che, naturalmente, non sfugge allo sguardo che la percorre.
─ Guarda come ti ha spiegazzato le tettine.
─ Oh, sì.
─ Te le ha succhiate, eh?
─ Sì.
─ Ha mordicchiato queste due ciliegine, le ha poppate come un lattante?
─ Sì
─ Li ha strizzati con le dita, li ha presi e tirati così?
─ Oh. Sì.
─ Guarda come si è fatta ridurre, la mia canaglietta. Con le tettine tutte rosse. E la tua fighetta là sotto si inondava, mentre lui ci giocava vero?
─ Sì.
─ Levati i pantaloni.
Lei esegue. Tira giù le zip degli stivaletti di camoscio con il tacco, li sfila uno dopo l’altro, poi si slaccia i pantaloni e li spinge lungo le cosce, avvolte nelle autoreggenti leggere, quindi li abbandona per terra.
─ Le mutandine. Toglitele.
Ancora una volta, lei obbedisce in silenzio. Si sfila gli slip e fa per lasciarli cadere sul pavimento, quando lui la ferma, con un gesto perentorio.
─ Dammele.
Lui le stringe nel palmo e le strizza.
─ Senti qua.
Poi, portandosele al volto: ─ Dio. Ti sei fatta ripassare per bene. Giù, spalanca le cosce.
Lei appoggia il culo nudo sulle lenzuola, si spinge un poco indietro con la schiena, quindi solleva i piedi e li appoggia sul bordo del materasso, con le ginocchia divaricate.
Le sono rimaste solo la collana bianca e le calze nere addosso, la sua fica è spalancata, ancora arrossata e tumida.
Lui le si avvicina, lasciando cadere le mutandine di pizzo, lo sguardo fisso sul suo corpo-banchetto, sulla sua carne addobbata come per una tavola di festa, il suo corpo non più troppo magro, ora sontuoso e invitante.
Ancora in piedi, le infila due dita dentro, brutalmente. Lei tende il collo e lascia uscire un sospiro che è per metà sorpresa e per metà già piacere.
─ Senti che roba. Ti sei fatta sborrare dentro.
Lei annuisce, gli occhi socchiusi. Si morde le labbra, mentre le dita di lui la frugano con delicata sapienza, solleticano le pareti cedevoli del suo sesso, alla ricerca dei centri del suo piacere. Il pollice ora traccia cerchi sempre più stretti attorno alla clitoride già fin troppo sensibile. Quando la tocca proprio sulla punta lei non resiste e chiude le gambe di scatto, imprigionando la sua mano.
─ È incandescente, vero? Te l’ha sditalinata così tanto che ora brucia, dì la verità.
─ S- sì.
─ Apri le gambe, da brava.
Lei obbedisce, circospetta, temendo che voglia torturarla ancora, ma invece lui lascia perdere i suoi punti più caldi, anzi, sfila le dita lucide e scivolose dalla vagina, ma subito spinge il dito medio contro l’ano.
─ Sicura che non l’ha infilato anche qua?
─ No, non me l’ha messo nel culo.
─ Niente? Nemmeno un dito?
─ Il dito sì.
─ Ah… ─ infilando anche l’indice, fino in fondo.
─ Mentre mi leccava.
─ Oh. Te l’ha leccata bene?
─ Sì.
─ Te l’ha aperta con le dita per succhiarti il bottoncino, come ti piace tanto?
─ S-ì.
─ Ti ha penetrato con la lingua dura?
─ Sì. Me la baciava tutta, a momenti solo con la lingua, poi anche con le labbra, e la faccia.
─ Ci si rotolava dentro, nella tua fica. Ce l’aveva duro, mentre te la slinguava?
─ Di marmo.
─ Dimmi ancora com’è il suo cazzo. Oggi che l’hai preso finalmente dentro.
─ È…
─ Alle due.
─ Cosa?
─ Hai scopato con lui alle due.
─ Sì.
─ Avevi detto alle tre. ─ infilando un altro dito.
─ Eh? Oh, sì. Sì, oh, alle tre.
─ Duro come il marmo?
─ Sì, come il marmo.
─ Grosso?
─ Sì.
─ Più del mio?
─ No.
─ Te l’ha infilato tutto in colpo? ─ ritrovando con il pollice il piccolo promontorio tra le sue labbra.
─ Oddio… Troppo… Troppo veloce… Non stiamo correndo troppo?
Le dita che la penetrano si fermano. Lui la scruta, dall’alto, sorridendo.
─ Ha ragione, la mia bellissima sgualdrina. Racconta dall’inizio.
Smettendo di toccarla si siede sul letto, alla sua sinistra, e poi si stende sul fianco, guardandola.
─ Dove l’hai incontrato?
Lei inizia a parlare con il fiato corto, si gira a sua volta sul fianco, i volti vicini ma non tanto da riuscire a baciarsi, gli occhi negli occhi.
─ In un bar anonimo, appena fuori dal centro. Ci siamo passati davanti tante volte, ma non credo di averlo mai davvero visto, prima di oggi.
─ Ok. Come mai quel bar?
─ Me l’ha proposto lui, al telefono. È vicino alla scuola di ballo dove insegna, mi ha chiesto se mi andava di raggiungerlo per un caffè.
─ Un caffè.
Lei solleva il ginocchio destro, appoggiando il piede sulla caviglia dell’altra gamba, in modo da offrirgli la visione del suo sesso aperto.
─ Già, un caffè. ─ ride.
─ E com’era vestito? Si era fatto bello per te?
Intanto viene più vicino e infila l’indice tra le sue labbra più intime.
─ Non direi. Tutt’altro.
─ Mmm. Profumato?
─ No. Non usa profumo. Spe…spettinato anche.
─ Sicuro di sé.
─ Ma si era appena… fatto la doccia.
─ Sicuro di portarti a letto, oggi.
─ Mi sottovaluti.
─ No, mai. Il tonto è lui, semmai. Se fosse più sveglio avrebbe capito che avrebbe potuto scoparti già la prima volta che l’abbiamo incontrato.
─ Uuuh. La prima, ne sei sicuro?
─ Ti conosco. Mi hai montato come una furia quella notte, mi hai succhiato fuori l’anima, eri Lilith, eri una strega posseduta. Al suo posto, non avrei esitato a infilarti una mano sotto la gonna, mentre ti rubavo quel bacio in giardino.
Intanto il suo dito non ha mai smesso di scorrere, con sfinente lentezza, avanti e indietro.
Lei ridacchia piano, con il fiato sempre più corto.
─ È un romantico, lui.
─ Non sarebbe stato romantico regalarti un orgasmo al chiar di luna? Sei venuta la prima volta non appena ti sei impalata sul mio cazzo, quella notte, me lo ricordo bene. Due colpi al tuo grilletto ─ ma lui ora non glieli regala ─ e ti saresti accasciata contro il suo corpo in preda agli spasmi. Ma torniamo a oggi. Di cosa avete parlato?
─ Ci fissavamo, non riuscivamo nemmeno a parlare, oggi.
─ Con la bava alla bocca.
─ Ci siamo alzati come ubriachi, vacillando.
─ Sarà stato eccitato come un somaro. Con un bastone in mezzo alle gambe.
─ Credo di sì. Ha chiuso la felpa, alzandosi, nonostante facesse caldo. L’ho seguito fino alla sua auto, senza bisogno di parlarci. Aveva parcheggiato nel silos. Appena ci siamo seduti mi si è buttato addosso, baciandomi come un matto.
─ Tu l’avresti già fatto.
─ Sì, appena ci siamo trovati nella penombra avrei voluto baciarlo.
─ E vi siete fermati ai baci? Lì, nella macchina?
Lei sorride.
─ No. Ha infilato una mano dentro la camicetta, e, scoprendo che non portavo il reggiseno ha lasciato uscire un gemito, e poi ha detto, lo sapevo.
─ Non aveva fatto altro che guardarti le tette, tutto il tempo. E tu?
─ Mentre mi palpava e mi divorava le labbra, gli ho messo la mano aperta sulla patta dei pantaloni.
─ Ne ero sicuro. Gliel’hai accarezzato tutto, dalla punta alle palle?
─ Sì, con le dita e con il palmo. Sembrava lì per scoppiare.
─ E allora gliel’hai tirato fuori, dì la verità.
─ Volevo, ma lui mi ha fermato. Voleva andare a casa sua.
─ Rinunciando a una sega nel parcheggio, a sborrarti tra le dita? Aveva paura di finire le cartucce?
─ Non lo so, non credo.
─ Mettimi una mano sull’uccello, adesso.
Sorridendo, lei si piega verso di lui, che si è allungato sulla schiena lasciando la mano dove stava, solo con il palmo all’insù, l’indice sempre a giocherellare con il suo sesso. Lei gli slaccia la cintura, gli abbassa la zip dei pantaloni e poi infila una mano all’interno.
Il cazzo è semieretto, ancora morbido, in parte. Comincia a menarglielo piano, il momento è ancora delicato.
─ Quindi, a casa sua?
─ Nell’ascensore. Ha ricominciato a baciarmi, con le mani aggrappate al mio culo.
─ Ah, Dio. Poter tornare al momento in cui ho messo le mani per la prima volta su quel tuo culone.
Il cazzo, tra le sue dita, reagisce al ricordo. È successo la prima volta che si sono rivisti, dieci anni dopo il primo incontro. Lei l’aveva chiamato prof, istintivamente, come allora, scorgendolo nel foyer del teatro, ancora bello ed elegante come se lo ricordava. La cotta adolescenziale ancora così presente e vitale da farla avvampare, quando lui si era girato e aveva sorriso pronunciando il suo nome.
Aveva fatto l’amore con lui la sera stessa. Ventiquattro anni e mezzo, lui quarantonove appena compiuti. Esattamente il doppio. L’aveva fatta impazzire, aveva fatto terra bruciata, in due ore, del ricordo del sesso sentimentale e confuso che aveva fatto con tre o quattro quasi coetanei. Allora, e per mesi, la sua sola presenza, uno sguardo, la scollatura della camicetta che si schiudeva mentre si chinava sul tavolo, le sue mani che impastavano i biscotti, il solo guardarla camminare glielo faceva venire duro. Un’esplosione di virilità di cui lui stesso, quasi per scherzo, si stupiva, interi fine settimana passati a scopare, tanto che le era capitato di provare sollievo, la domenica sera, raccattando le sue poche cose nella borsa da palestra per tornare al pensionato universitario, tanto da provare poi, per un giorno o due, i postumi di un’indigestione, al pensiero del sesso. Ma naturalmente le bastava vederlo, perché quella sensazione si dileguasse. Anche a poche ore dal loro incontro, il solo guardarlo scendere dalla macchina la faceva bagnare in mezzo alle cosce.
Questo, in fondo, non è mai cambiato.
─ Non ti ha aperto i pantaloni, nell’ascensore?
─ No, ma l’ha fatto non appena siamo entrati in casa. Li ha aperti e me li ha calati giù per le cosce, e poi si è inginocchiato ai miei piedi, con la faccia all’altezza della fica e mi ha abbassato le mutandine per baciarla.
─ Per mangiartela.
─ Sì.
Ora è pienamente eretto, il suo grosso cazzo, davvero – non l’ha detto per compiacerlo – più grosso di quello del suo amante. Le sue dita scivolano leggere, aiutate dal fluido che comincia a gocciolare lento dalla punta tesa.
─ Mi ha fatto girare ─ dice.
─ Oh. Voleva il tuo culo in faccia. ─ mugola lui. ─ Si è tuffato tra le tue chiappe, almeno?
─ Sì
─ Dentro?
─ S-ì.
─ Con la lingua? Ti ha leccato il buchetto?
─ Sì. E intanto con le mani mi masturbava.
─ Sei venuta?
─ Sì.
─ Già lì, sulla porta di casa, con i calzoni alle ginocchia?
─ Sì.
─ Gli hai inondato la faccia?
─ Sì.
─ Cristo. Girati. Non ce la faccio. Dammi il culo.
Lei è ben felice di obbedire. La sua fica, torturata dalle dita di lui, esperte nell’evitare quei movimenti e quelle pressioni che l’avrebbero già portata infallibilmente all’orgasmo, pulsa ormai di un bisogno tirannico.
Si solleva sulle ginocchia, spostandosi carponi verso il centro del letto. Lui raccoglie la collana di perle che dondola nel vuoto, battendo contro le sue cosce, e la porta dietro, sulla sua schiena. Non si è nemmeno spogliato del tutto. Il cazzo spunta rigido e venato d’azzurro tra i lembi della camicia, mentre le si mette alle spalle, trattenendola per la collana.
─ E questo?
Il tono è di freddo stupore. Lei non capisce immediatamente, ha già dimenticato, ma il ricordo affiora, e con esso un’ondata di calore, vedendolo indicare la sua schiena.
─ Non è niente ─ sorride.
─ È un morso.
─ Non mi ha fatto male, sul serio. Sai che la mia pelle si segna facilmente.
─ Lo sapeva che saresti tornata da me.
─ Sì. Si è preoccupato, in effetti
─ Non troppo.
─ Bè
─ Avrà pensato che io non ti scopi più, ormai
─ Non credo, no
─ Ti ha marchiata, voleva lasciarti un segno.
Lei aggrotta le sopracciglia. Non ha bisogno di voltarsi per sapere che il cazzo che stava per impalarla ora punta sconsolato verso il materasso.
─ È stato dopo che sono venuta, quando me l’ha messo dentro, da dietro.
Mentre parla si risolleva, a cercare il contatto delle natiche contro il corpo di lui. Con la mano trova il suo uccello – quasi del tutto inerte – e comincia a menarlo, sfregandoselo in mezzo alle chiappe.
─ Me l’ha infilato tutto, ─ continua ─ fino alle palle, e intanto mi aveva tolto la camicetta e mi impastava i seni. Si muove così da dio quando scopa, come quando balla. L’orgasmo non mi aveva ancora placata, così mi sono infilata una mano in mezzo alle gambe e ho ricominciato con a stimolarmi per godere di nuovo.
Con sollievo, sente che le parole e il massaggio stanno provocano una reazione.
C’è stato un tempo, quattro anni prima, in cui nulla avrebbe funzionato. La sua dedizione, di cui si dichiarava così felice, lo aveva reso allo stesso tempo, per lei, impotente. La fioritura del suo spirito lo esaltava. Mi indurisci il cervello, le diceva, ma il mio cazzo non ti trova più appetitosa. Gliel’aveva confessato, alla fine. Che non aveva perso il desiderio o la capacità fisica di metterlo in atto, che il cazzo gli funzionava ancora, ma non con lei. Con altre, non con lei.
Chissà come sarebbe finita, se una notte, furiosa e disperata, non gli avesse confessato che anche lei si era presa altrove il piacere che da tempo lui non voleva più darle. Se avesse girato sui tacchi, invece di rispondere come aveva fatto, usando quelle parole sporche, banali, oscene, alle sue domande sempre più precise…
─ Te la menavi come un’invasata, mentre lui ti chiavava.
─ Sì. Mentre mi montava come un animale.
─ Come un animale. Cristo, ti ha morso.
─ Sì, mentre mi riempiva, mi ha affondato i denti nella schiena.
─ Bestiale. Sì, così, toccami i coglioni. Adesso te lo infilo, puttanella, adesso sentirai se non ti apro il culo.
E infatti il pene è tornato cazzo, lei deve solo piegarsi, rilassarsi, accoglierlo, sentire crescere il proprio piacere, strettamente intrecciato al suo, sempre più duro, i colpi, il sesso, la vita, dura e tesa, tenera e umida, debordante. Quando la pelle si fonde nella pelle non servono più le parole, oscene, d’amore, la parola ammutolisce davanti alla musica dei corpi.

─ Ti vuole sua. ─ sono le prime parole che le dice, quando si ritrovano, lei in accappatoio, lui già rivestito, nel salone in cui l’ha attesa per gran parte della giornata.
Lei si limita a sorridergli, accomodandosi sul bracciolo della sua poltrona e accarezzandogli la mano, intrecciando le dita alle sue.
─ Forse è meglio chiuderla, questa storiella, che ne pensi?
Il bel volto di lei freme e si accartoccia, come un foglio di carta troppo vicino al fuoco.
─ Ti dispiace.
─ Sono sorpresa. Non me l’hai mai chiesto prima.
─ Sei diversa, questa volta.
─ Io o tu?
La guarda con quieta mestizia. È incapace di atti drammatici.
─ È un no?
─ … Non ti desidero nella cecità della fiducia…
Lui sorride.
─ Joyce. Usi contro di me le mie armi. Cattiva ragazza. Perché non ti desidero nella cecità della fiducia. Ma nell’inquieto, vivo, tagliente dubbio. Tenerti avvinta, senza legami, nemmeno d’amore, essere congiunto a te in corpo e anima nella più estrema nudità. Ti sei innamorata di lui?
─ Non è da te, una domanda così insensata.
Lui abbassa e scuote leggermente la testa. Ride sconsolato.
─ Cosa è successo alla dolce studentessa con l’anima a fior di pelle?
─ Ha incontrato te.
─ Che razza di assassino sono.
Lo era. Un assassino, un killer.
Le aveva mostrato il doppio fondo sul baule del mago.
Nella più estrema nudità. L’apprendistato era stato feroce. L’approdo esaltante e pauroso.
Non c’è più un indietro al quale tornare, ma il viaggio è appena cominciato.
Nemmeno d’amore.
Si china a baciarlo.
─ Perché ora quel sorriso?
─ Sono felice.


Duo

Duo_Marsilio

Difficile riuscire a spiegare fino a che punto possa risultare vivificante e salubre la lettura di Colette a chi non si è mai fatto un simile regalo, ma chi ha letto anche solo Chéri, il suo romanzo più celebre, sa di che parlo. Non c’è romanzo o racconto che non mi sia goduta, non c’è frase che Sidonie-Gabrielle Colette abbia scritto che non abbia trovata ben fatta, precisa, arguta, leggera e profonda, come solo una mente illuminata può partorirne.
Ho adorato Chéri, ma anche il più amaro seguito, La fine di Chéri, ho amato Il grano in erba, censurato all’epoca della sua uscite per indecenza, mi sono rifugiata in Sido, ho letto e riletto il piccolo gioiello dal titolo  Il puro e l’impuro, trovandovi sempre nuovi segreti in attesa di essere disseppelliti.
In un lungo pomeriggio domenicale di pioggia come ve ne sono stati tropppi, ultimamente, ho ripreso in mano un piccolo libro che avevo comprato su una bancarella tempo fa e stranamente non ancora aperto, l’autrice ovviamente Colette, il titolo Duo.
Duo è la storia di un tradimento scoperto, del più banale dei tradimenti, anzi, scoperto nel più banale dei modi, a causa di una lettera lasciata troppo in vista. Protagonista una giovane coppia borghese ma artistoide, lui impresario teatrale, lei costumista e scenografa, rinchiusa per qualche giorno in un castello dall’aria pesante e decaduta, prigioniera dei complicati rituali della vita in comune, ostaggio di una domestica curiosa, di un fattore ambizioso, della pioggia e del dolore che l’una ha inflitto all’altro.
Il terzo incomodo, l’amante della bella ma non bellissima Alice (la meno bella di tre sorelle, come pensa malinconicamente Michel, il marito tradito) e socio di Michel, si inserisce nella scena solo di striscio, con banali telefonate di lavoro a cui il socio continua a replicare con la solita giovialità, attento a non rivelare ciò che ha scoperto. Non è importante, in effetti, non si ha mai l’impressione che quell’uomo sia stato mai, per Alice, più che un piacevole diversivo, uno dei modi in cui una donna giovane e vivace manifesta di essere viva e ancora attratta dal mondo e dagli uomini. Nemmeno Michel, pur nel pieno della sua crisi di gelosia, dà l’idea di credere che quell’uomo abbia mai contato davvero qualcosa nell’esistenza della moglie. Tutto il suo dolore sfiora le ragioni superficiali del tradimento (l’avrà fatto obbedendo alla voce brutale del desiderio o quella più profonda di una complicità? Cosa è peggio?) per raggrumarsi attorno ai come, il corpo familiare e adorato della moglie esplorato e goduto da un altro, i suoi gemiti per un altro, il suo trasporto per un altro, è in fondo tutto là.
E Alice?
Magistrale il modo in cui la sua personalità è tratteggiata, il riguardo verso la sofferenza del marito, ma che fatica a non scivolare nell’impazienza, la paura delle sue reazioni che è autentica quanto il pensiero che non dovrebbe poi farla tanto lunga, per una simile sciocchezza, il desiderio che lui faccia qualcosa di incontrollato ma sanguigno, piuttosto, che le dia uno schiaffo o rompa una finestra, così che poi si possa tornare a ingannare piacevolmente il tempo assieme e a godere della reciproca compagnia, della buona cucina, della bellezza selvatica e carnale del giardino, del desiderio tra loro ancora vivo, archiviando un episodio così poco significativo senza insensati strascichi.
Il sano egoismo di Alice è contrapposto al pantano interiore di Michel, che soffre senza arrivare a capire cosa lo faccia soffrire di più, dell’idea che Alice sia andata a letto con un altro uomo, se è l’istinto carnale o il trasporto emotivo della moglie per un altro che più teme, o se è qualcos’altro ancora. Incapace di indagare a fondo in se stesso, Michel si affida a luoghi comuni che finiranno per farlo precipitare in un abisso di sofferenza ancora più insuperabile.
Colette però ci rende difficile simpatizzare con lui; è di gran lunga più piacevole restare in cucina con le donne che si capiscono a mezze frasi e occhiate, piuttosto che seguirlo nelle sue autoflagellazioni interiori, e persino dopo il tragico finale non si può smettere di domandarsi se davvero tutto questo dolore fosse inevitabile e necessario.
Colette contrappone allo sterile dramma del possesso, a cui si fatica a dare un altisonante nome a cinque lettere, il rigoglio della natura che si riprende gli spazi che gli uomini hanno provato a sottrarle, generosa con chi sa viverla e goderne la grazia e implacabile con chi è troppo corrotto dalla ‘civiltà’ per farsi toccare dalla bellezza.
Così possiamo immaginare che la bella Alice, semplice come un animale che non vuole il male di nessuno, ma solo, al limite, il proprio bene, alla fine sopravviveraà a tutto, anche al senso di colpa, cullata da quella natura sorella e complice di cui non ha mai smesso di abbeverarsi, nemmeno da dietro le finestre di claustrofobici interni borghesi. E pensare che in fondo sia giusto così. E che certi cassetti è il caso che restino chiusi, e che chi li apre lo fa a suo rischio e pericolo.

Tuttavia lui non aprì subito la cartellina porpora, e Alice ebbe il tempo di leggere in Michel un vile desiderio assolutamente identico al suo, il desiderio di chiudere il cassetto, correre e riafferrare un attimo che fuggiva e li lasciava paralizzati, dimenticati, immobili, l’attimo in cui Michel aveva parlato del riflesso porpora sulla guancia di Alice. “Adesso gli griderò: è solo un gioco! Prenderò la cartellina, mi correrà dietro e…”

Michel, con la testa vicinissima al seno accalorato di Alice, interrogò pavidamente: “Cosa c’è, dentro?”


Ivan il terribile

ivan il terribile

Alcide Pierantozzi è uno dei pochi scrittori italiani contemporanei di cui, dopo aver letto il primo libro ho cercato il secondo, e atteso con una certa impazienza il terzo. “Ivan il terribile”, appunto.

Sapevo che mi avrebbe sorpreso, anche se non avevo previsto lo facesse in questo modo, tornando cioè a un impianto tradizionale, dopo la sperimentazione dei primi due romanzi (Uno in diviso, edito da Hacca nel 2006 e L’uomo e il suo amore, edito da Rizzoli come quest’ultimo, nel 2008), in cui era evidente la ricerca attorno al limite della parola e della narrazione. Un po’ come se Picasso avesse attraversato il “periodo blu” dopo il cubismo, se vogliamo, anche se detto così sembrerebbe che Pierantozzi abbia fatto un passo indietro e non è detto per niente che sia così.

Forse, per questa volta, Pierantozzi ha voluto domare il cavallo selvaggio della sua mente e portarlo sul sentiero che aveva scelto, quello di una trama solida e lineare, invece di farlo galoppare liberamente attraverso piani temporali, sogni, visioni e sprazzi di realismo sospesi come isole in un flusso inafferabile.

Ivan il terribile è la storia di tre ragazzi e dell’intreccio fatale dei loro destini. L’ambientazione è un Abruzzo arcaico quanto cinematografico, un Abruzzo che potrebbe essere il Maine o il Montana, ma che è allo stesso tempo, senza ombra di dubbio, la remota provincia italiana.

Al centro del triangolo c’è Ivan, feroce e innocente come un bell’animale, la quintessenza del fascino tenebroso, con tanto di passato in carcere minorile per ragioni che verrano chiarite solo verso la fine del romanzo, lancinanti occhi verdi e un’altalena emotiva costante e sfiancante, un attimo convincente nell’impersonare la parte del cattivo in un copione già scritto, un secondo dopo desideroso soltanto di gettare la maschera ed essere amato, semplicemente, come tutti.

Più vittime che complici, Sara e Federico, terribilmente infatuati di Ivan, e tanto più prigionieri della sua rete quanto più si agitano per tentare di resistergli.

Spettatori quasi impotenti gli adulti: il padre di Ivan, bloccato su una sedia a rotelle, la madre di Sara, troppo occupata a cercare di sbarcare il lunario e tenersi un uomo nel letto per essere davvero d’aiuto a una figlia ammalata di rabbia, e la madre artista di Federico, che non riesce a risultare credibile, quando dice di non pensare che a lui, una madre che il dolore per la perdita di una figlia ha reso spietata nel suo farsi figlia del suo sangue supersite.

L’Italia di Maria de Filippi sta sullo sfondo eppure c’è, ingombra il terreno friabile delle prospettive, condannando gli adolescenti protagonisti ad aspirazioni di serie b, a sogni da basso impero, ben lontani dal poter essere salvifici, neppure a volerci credere.

E così, mentre le anatre si tuffavano nella corrente l’una dietro l’altra, io decidevo di scappare via dalla villa e i pesci scivolavano sopra i sassi del fiume come dimenticandosi quanto fosse sgradevole sentire qualcuno più grande di te che ti spia dall’alto.