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Il giorno che diventammo umani

il-giorno-che-diventammo-umani-paolo-zardi-neo-edizioni-x-mailLa morte e il corpo, la malattia e le debolezze, il sesso e le illusioni perdute, tra cui quella che Kundera ha definito “la più bella delle illusioni europee”, quella – fiorita con il romanzo – dell’unicità insostituibile dell’individuo, sono le tematiche portanti della nuova raccolta dell’amico Paolo Zardi, “Il giorno che diventammo umani”.

Non sono unici, i suoi protagonisti, né insostituibili, anzi, spesso sono sostituiti, anche dopo un dramma, anche dopo la loro stessa morte, da chi rimane. Sostituibili, in parte intercambiabili anche nella mente del lettore, e non perché non siano sufficientemente caratterizzati, direi al contrario: lo sono fino al punto di poter essere ridotti alle loro particelle elementari. Se l’individualità è determinata da una serie innumerevoli di piccoli e grandi eventi che formano il nostro unico codice a barre, le singole barre sono, prese una alla volta, assolutamente identiche a quelle che compongono gli altri esseri umani che incrociamo sul nostro cammino. Se lo scrittore, di norma, predilige porre l’accento sull’unicità del codice, selezionando tra i milioni di episodi che compongono una qualunque vita quelle sequenze così particolari da darci l’illusione (a noi lettori, intendo) di avere davanti un essere umano assolutamente unico e inimitabile (e di esserlo a nostra volta, unici, inimitabili e insostituibili), il percorso artistico di Zardi mi sembra andare in direzione contraria.

L’umanità del titolo mi appare così quasi come una negazione dell’illusione di cui parla Kundera (così bella, eppure, così rassicurante), “umani” (troppo umani?) in quanto appartenenti al genere umano, non in senso etico.

Uomini e donne, i protagonisti di queste storie, ultracentenari o appena adolescenti, soli in cerca disperata di compagnia oppure in fuga da una routine fin troppo serena, ognuno di loro viene scomposto per mostrarci che sotto la pelle, sotto i muscoli e le ossa, oltre il ragionamento, le costruzioni della memoria e del sentimento, quel che resta di noi sono le voci primordiali e imperiose del desiderio e della paura. A volte una in opposizione all’altra, come funi implacabili, la fame di vita e la paura della morte, spesso misteriosamente alleate, come una febbre che divora.

In questa autenticità, di esseri desideranti e impauriti, si svela un’umanità difficile da sopportare, difficile da leggere, anche, che respinge e impaurisce.

Vorremmo forse pensarci migliori di ognuno dei personaggi creati da Paolo Zardi, vorremmo immaginare i nostri figli, i nostri amici, i nostri amanti e compagni migliori, ma dopo avere chiuso questo libro può risultare un po’ più difficile. Non dubito che passerà, esattamente come la protagonista de “Il giardino dell’Eden” non dubita che tornerà, dopo una prima volta piena di titubanze, a forzare la porta del tranquillo Paradiso da cui è escluso il male, e bandito il fuoco. Sempre con meno sensi di colpa, preoccupandosi sempre meno di darsi una spiegazione, di cercare la verità.

Ci assolveremo, anche questo è umano, oppure magari un giorno impareremo (la risata finale sembra suggerirlo) a chiamare “buono” questo percorso imperfetto, a volerlo, come insegna Zarathustra, “questo cammino che l’uomo ha percorso alla cieca”.

 

“Ma a chi dovevano [questi ingrati] lo spasimo e l’estasi dei loro rapimenti? Al loro corpo e a questa terra.” (da Friedrich Nietzsche _ Umano, troppo umano)

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Il Sale, Jean-Baptiste Del Amo

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Se la storia di un romanzo appartiene al suo autore, la storia di un libro, dal momento della sua pubblicazione, si incrocia con molti destini, spesso nei modi più imprevisti, imprevedibili per l’autore stesso.

Non so cosa abbia pensato Jean-Baptiste Del Amo, promettente giovane scrittore francese, vincitore del premio Goncourt opera prima, e di una prestigiosa borsa di studio che l’aveva portato a risiedere a Roma per sei mesi, quando qualcuno gli ha consegnato il messaggio di una sconosciuta italiana che voleva parlare con lui del suo romanzo.

Non so cosa abbia pensato, ma so cosa ha fatto, ha preso l’indirizzo della sconosciuta e le ha scritto una mail, gentile, disponibile, curiosa. Così gentile che la qui presente sconosciuta si è sentita più che mai in imbarazzo, scrivendogli a sua volta, per presentargli un progetto ambizioso quanto ancora campato per aria. Non ricordo le parole esatte, ma grossomodo suonavano così: ho adorato il tuo romanzo, voglio tradurlo a ogni costo, ho già scritto al tuo (al vostro, in verità, nella migliore tradizione francofona) editore (Gallimard), ho già trovato due matti decisi a pubblicarlo, ma sono i proprietari di una piccola casa editrice, e Gallimard tutto è fuorchè piccola, e magari tu (vous) preferiresti essere pubblicato da un editore con più mezzi, un editore all’altezza del colosso francese, insomma, ma se vuoi la certezza che il tuo libro sarà amato, parola dopo parola, e seguito con tutte la passione e la competenza e la serietà possibili, noi siamo quelli giusti.

Così è cominciata l’avventura, così è nato questo libro, grazie al coraggio di Francesco e Angelo di Neo Edizioni, grazie alla disponibilità di Jean-Baptiste Del Amo, ma soprattutto grazie al suo talento, e al fatto che ha scritto una grande storia, che non si lascia dimenticare.

Questa piccola storia privata è la premessa necessaria, e il motivo per cui per raccontare questo romanzo userò, questa volta, parole di altri, cioè quelle – bellissime – di Jesùs Ferrero. Non è un caso, forse che, per trovare una recensione degna di questo nome, io abbia dovuto farmela tradurre dall’inserto di letteratura del principale quotidiano spagnolo (in Spagna, La Sal è uscito poco prima che da noi), ma sorvolando su questo, sono parole come queste che avrei voluto scrivere, o che avrei amato leggere, su questa storia, su questo romanzo.

Le foto più belle, invece, un vero book fotografico, le ha scattate Federico Novaro, che ringrazio.

Buona lettura.

Isola di fuoco e sale

(Jesùs Ferrero_ Babelia, supplemento di El Paìs 14.09.2013)

Anche se il dolore esistenziale è una tematica molto presente nella migliore letteratura recente francese, pochi hanno saputo rappresentarla con l’intensità, l’eleganza e la profondità di JB Del Amo. Un autore che, in più, ha il vantaggio di saper combinare la precisione descrittiva con l’astrazione poetica, senza mai cadere nell’allegoria ed evitando sempre di creare personaggi-stereotipo, nonostante la loro forte carica simbolica.

Nel suo primo romanzo, “Une éducation libertine”, Del Amo è riuscito a portare a termine la fusione quasi alchemica tra dolore fisico e mentale, fino a fonderli in uno stesso dolore, che scaturisce allo stesso tempo dal corpo e dall’anima. Lontano dall’essere un romanzo sul libertinaggio, è un romanzo sull’angoscia di esistere, di crescere, di invecchiare e morire, scritto in una prosa folgorante, che inebria della sua bellezza estetica e brucia per la sua violenta profondità.

Nel suo secondo romanzo: “Il sale”, Del Amo restituisce il miglior senso alla parola, e ci offre un romanzo nettamente esistenziale e allo stesso tempo lirico, sugli abissi della famiglia.

Si è detto, e sicuramente Del Amo l’avrà confermato, che Il Sale è ispirato a “Le onde” di Virginia Woolf, perché leggendolo non smettiamo mai di sentire il respiro del mare. È anche legato a “Mrs Dalloway”, perché l’azione si svolge in una sola giornata.

Non nasconderò questi legami di parentela, che potrebbero apparire fin troppo evidenti (e le evidenze ingannano almeno quanto le apparenze), per la semplice ragione che Virginia Woolf è violenta e disincarnata quanto Del Amo. Se fosse necessario trovare legami ancora più stretti e rivelatori, penserei a “Mentre morivo” di Faulkner e al film “Festen” di Thomas Vinterberg, due opere nelle quali l’azione, molto sostenuta, riassume una violenza familiare e sociale vicina a quella che si può osservare nel romanzo di Del Amo.

Ne “Il sale”, racconta di una cena, in una casa di pescatori, che dovrebbe riunire una famiglia dispersa. I loro pensieri, le loro discussioni, le loro dimenticanze, i loro amori e le loro liti hanno come contrappunto la danza incessante delle onde, i loro vapori salmastri, ma noi non ci troviamo né al festino di Babette, né al banchetto di Trimalcione: siamo in un inferno di fuoco e sale, in cui la brutalità, l’omosessualità dolorosa e incompresa, la morte e l’infelicità pesano molto di più dell’immensità del mare.

Come già in “Une éducation libertine”, non c’è un solo personaggio che non coltivi nel profondo di sé la propria ferita, purulenta e atroce.

Una tesi attraversa una buona parte del romanzo, e tocca l’identità stessa della famiglia: per poco che si creda in una certa unità delle famiglie, simboleggiata dal cognome condiviso e da altre piccole cose, un’unità del genere non è che un’impostura ideologica e sociale, perché se la famiglia è il luogo in cui si costruisce il nostro essere, nell’ora della verità non esiste alcuna unità possibile nella relazione padre-figlio, e alla fine tutti i membri di qualunque famiglia tendono a essere delle isole uniche, ciascuna con la propria vegetazione, la propria fauna e il proprio inferno, anche se sono nate tutte da uno stesso vulcano.


Il corpo docile

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Milena, che è nata in carcere, in carcere ci torna, tutti i sabati, a prendere i figli delle detenute, per portarli fuori, in spiaggia, al maneggio, al parco, assieme ad altri volontari riuniti in un’associazione dal nome – non spiegato, nel romanzo, per cui mi concedo di credere che sia stato messo lì come una sorta di amuleto – dai richiami durassiani (Lahore, là dove il suo Viceconsole è impazzito).
Milena, che è nata in carcere, ne è stata ‘buttata fuori’ a tre anni, per essere riaffidata a un padre quasi del tutto assente, padre allo stesso tempo causa e vittima del reato che ha portato la moglie, incinta, in carcere, un padre che in fondo non la vuole, innamorato di un’altra donna non vuole né madre né figlia, ma finirà per riprendersele, senza entusiasmo, entrambe.
Milena, che è nata in carcere, dal carcere non è mai uscita, ha solo dilatato le sbarre della cella di qualche metro, dal salotto della nuova casa al quartiere, il Quadrilatero, un quadrato in cui tutto è un miracolo di tale bruttezza che riesce a sorprenderla, a confortarla, così come la conforta la vicinanza dell’amico di sempre, del compagno di cella diventato in qualche modo compagno di vita, di letto, di tenerezza, di tempeste e salvataggi.
Milena, che è nata in carcere, vive in uno Stato, il nostro, in cui in carcere puoi nascere, in cui puoi essere bambino e detenuto a due anni, e non sapere che il cielo può anche non essere quadrato, o che esiste il mare, o che c’è un mondo in cui si può uscire e andare a passeggio quando se ne ha voglia; uno Stato in cui puoi avere due anni e già sapere che una madre non è onnipotente, non è invincibile né infinita.
Che ne sarà di quei bambini, abituati alla finitezza del mondo, a una madre piegata a regole rigide, incapace di scegliere, di proteggere, di salvare o punire, una madre declassata a bambina, che proprio come loro deve attendere, domandare, vedersi negata quasi sempre ogni cosa, una madre dalla fantasia ridotta, dalle risorse quasi inesistenti? Si abitueranno mai alla proporzioni del mondo fuori, all’estensione spaventosa del terreno delle scelte, alla vertigine davanti a un sì?
Milena no, non si è mai abituata, il suo accogliere non sa essere spericolato, non si fida di se stessa, non può gestire l’uomo ‘di fuori’ che cerca di entrare nella sua vita, né il bambino ‘di dentro’ che vorrebbe tanto poter salvare, ma verso il quale è ugualmente dolorosamente impotente.
Avevo una gatta – un perfetto, coraggioso, fiero felino – che, strappata troppo presto alla madre, non riusciva a vincere la paura – di se stessa, del proprio istinto predatorio? – quando si trattava di afferrare i suoi gattini per la collottola e doveva affidarsi a me, umiliandosi a venirmi a cercare miagolando il suo bisogno, quando uno di loro cadeva fuori dalla cesta. Anche lei, come Milena, era padrona del suo territorio, e spaventata a morte quando si trattava di lasciarlo, diffidente fino all’aggressività con gli estranei, fedele più di un cane alla sua ristretta cerchia di protetti. Niente era mai abbastanza incoraggiante, per la mia gatta, niente riesce a esserlo, per Milena – del resto, la realtà non ha in sé un surplus di fiducia con cui risarcire chi non ne ha ricevuta abbastanza quando avrebbe avuto l’innocenza e l’incoscienza per crederci sul serio – né per Marlonbrando, il bambino rom a cui Milena vorrebbe regalare quella beatitudine che lei non conosce.

“Marlon afferra la mano di Milena e insieme prendono la rincorsa, ma appena gli schizzi li raggiungono lui scappa via. Milena va a recuperarlo. Vuole che senta la violenza dell’acqua che percuote e non punisce. […] Le stringe di nuovo la mano e corre, la raffica d’acqua picchia sui bambini e spande gocce tutt’intorno, una tocca la fronte di Marlon, e lui molla la presa e fugge ancora. Se ne infischia della mano di Milena nella sua, non crede nemmeno per un attimo alla felicità.”

Il fallimento di Milena – il bambino non sarà salvato, sarà sbattuto fuori dal carcere e dall’abbraccio materno a tre anni, come vuole la legge, per essere affidato a uno zio al campo nomadi – è il doppio fallimento di uno Stato che dimentica il dichiarato scopo rieducativo della pena e non cerca nemmeno più di nascondere il suo fine puramente punitivo, che marchia bambini innocenti di un peccato originale più ingombrante di quello cattolico, e rinnova il suo marchio ogni giorno, nel periodo fondante nell’esistenza di ogni essere umano.
Ma Milena, pur portando il marchio di molte mancanze, è anche il frutto di un’indomita volontà di presenza, quella materna e di altre donne, “corpi docili” solo all’apparenza, ma in realtà molto lontani dagli individui perfettamente irreggimentabili e funzionali alle esigenze economiche e politiche che Foucault indica (in Sorvegliare e Punire) come il risultato che il Potere si attende dall’applicazione della disciplina e, in special modo, dalla prigione.
I corpi delle donne narrate da Postorino sono in costante crisi di rigetto e pronti all’automutilazione, alla violenza, alla fuga per ottenere quello che desiderano, sia esso amore o passione, o salvezza per i propri figli. A queste donne si contrappongono uomini più centrati sul proprio baricentro, più adatti all’autoconservazione, che sembra cerchino tutt’al più di fare del loro meglio – che a volte è il loro peggio – senza il coraggio di andare fino in fondo, di dare o di volere fino a rischiare di uccidere, o di morire.
In questo senso, il bel romanzo di Rosella Postorino può essere visto come un atto di speranza verso l’eterno femminino, nella sua connotazione più ferina e potente, che forse potrebbe, evadendo dalla propria gabbia – che troppo spesso le donne stesse contribuiscono a chiudersi attorno – contrapporsi efficacemente alla violenza della disciplina patriarcale, perfettamente espressa dalla sua manifestazione più evidente, la prigione.
Non avviene, nel romanzo, ma l’ultima frase, “Sono qui, ma dopo vado via”, riapre la gola e i polmoni.

(Rosella Postorino _ Il corpo docile _ Einaudi Stile Libero)

PS pur con il timore di essermi già dilungata troppo per i tempi di attenzione della lettura in rete, qualcosa vorrei dire e devo dire anche della lingua, potentissima, della scelta maniacale – dev’essere stata così, per forza – di parole che presentificano l’oggetto in modo così implacabile da essere a tratti quasi fastidiose, quando sarebbe imperiosa la voglia di andare avanti veloce per vedere cosa succede, e ci si trova invece costretti, come per un sortilegio, a fermarsi su binari, molliche di pane, formicolii, crampi, gambe, occhi, ossa, tutti così presenti e vividi che non si possono trascurare, non si può lasciare lo sguardo correre, ma si deve vedere, udire, sentire, per forza. Un sortilegio, dicevo.


Ogni notte

lolita

Eravamo stati dappertutto e non avevamo visto nulla. E oggi mi sorprendo a pensare che il nostro lungo viaggio abbia solo sfregiato con una sinuosa linea di fango la magnifica, fiduciosa, sognante, enorme terra che per noi, retrospettivamente, era solo un insieme di cartine con le orecchie, guide squinternate, pneumatici consunti e i suoi singhiozzi nella notte – ogni notte, ogni notte – non appena io fingevo il sonno.

(Vladimir Nabokov_ Lolita)


Marguerite Dura…

l'amant

Marguerite Duras ha sofferto molto durante la sua infanzia e la sua adolescenza. Questa sofferenza spiega forse la sua capacità di rivolta. Non ha mai smesso di essere una donna ribelle, indignata, una pasionaria della libertà. Libertà politica, ma anche libertà sessuale. Poiché se lei fu, di sicuro, lo scrittore dell’Amore, fu allo stesso tempo una militante della causa femminile e l’appassionato avvocato del piacere femminile. Rivendicò sempre il diritto al piacere e fu, per tutto il corso della sua vita, una grande amante. Amava fare l’amore e ha saputo esaltare la forza dell’amore, il piacere, l’abbandono, l’esaltazione dell’amore. Ne ha esplorato i limiti e vampirizzato le energie: la ricerca dell’assoluto come ricerca del piacere. Diceva che non poteva farci niente, che non era fatta che per quello. Ricordate nel L’amante : “Avevo in me il luogo del desiderio, avevo a quindici anni il volto del piacere e non conoscevo il piacere”.

(Laura Adler _ Marguerite Duras ed. Gallimard _ traduzione mia)


Duo

Duo_Marsilio

Difficile riuscire a spiegare fino a che punto possa risultare vivificante e salubre la lettura di Colette a chi non si è mai fatto un simile regalo, ma chi ha letto anche solo Chéri, il suo romanzo più celebre, sa di che parlo. Non c’è romanzo o racconto che non mi sia goduta, non c’è frase che Sidonie-Gabrielle Colette abbia scritto che non abbia trovata ben fatta, precisa, arguta, leggera e profonda, come solo una mente illuminata può partorirne.
Ho adorato Chéri, ma anche il più amaro seguito, La fine di Chéri, ho amato Il grano in erba, censurato all’epoca della sua uscite per indecenza, mi sono rifugiata in Sido, ho letto e riletto il piccolo gioiello dal titolo  Il puro e l’impuro, trovandovi sempre nuovi segreti in attesa di essere disseppelliti.
In un lungo pomeriggio domenicale di pioggia come ve ne sono stati tropppi, ultimamente, ho ripreso in mano un piccolo libro che avevo comprato su una bancarella tempo fa e stranamente non ancora aperto, l’autrice ovviamente Colette, il titolo Duo.
Duo è la storia di un tradimento scoperto, del più banale dei tradimenti, anzi, scoperto nel più banale dei modi, a causa di una lettera lasciata troppo in vista. Protagonista una giovane coppia borghese ma artistoide, lui impresario teatrale, lei costumista e scenografa, rinchiusa per qualche giorno in un castello dall’aria pesante e decaduta, prigioniera dei complicati rituali della vita in comune, ostaggio di una domestica curiosa, di un fattore ambizioso, della pioggia e del dolore che l’una ha inflitto all’altro.
Il terzo incomodo, l’amante della bella ma non bellissima Alice (la meno bella di tre sorelle, come pensa malinconicamente Michel, il marito tradito) e socio di Michel, si inserisce nella scena solo di striscio, con banali telefonate di lavoro a cui il socio continua a replicare con la solita giovialità, attento a non rivelare ciò che ha scoperto. Non è importante, in effetti, non si ha mai l’impressione che quell’uomo sia stato mai, per Alice, più che un piacevole diversivo, uno dei modi in cui una donna giovane e vivace manifesta di essere viva e ancora attratta dal mondo e dagli uomini. Nemmeno Michel, pur nel pieno della sua crisi di gelosia, dà l’idea di credere che quell’uomo abbia mai contato davvero qualcosa nell’esistenza della moglie. Tutto il suo dolore sfiora le ragioni superficiali del tradimento (l’avrà fatto obbedendo alla voce brutale del desiderio o quella più profonda di una complicità? Cosa è peggio?) per raggrumarsi attorno ai come, il corpo familiare e adorato della moglie esplorato e goduto da un altro, i suoi gemiti per un altro, il suo trasporto per un altro, è in fondo tutto là.
E Alice?
Magistrale il modo in cui la sua personalità è tratteggiata, il riguardo verso la sofferenza del marito, ma che fatica a non scivolare nell’impazienza, la paura delle sue reazioni che è autentica quanto il pensiero che non dovrebbe poi farla tanto lunga, per una simile sciocchezza, il desiderio che lui faccia qualcosa di incontrollato ma sanguigno, piuttosto, che le dia uno schiaffo o rompa una finestra, così che poi si possa tornare a ingannare piacevolmente il tempo assieme e a godere della reciproca compagnia, della buona cucina, della bellezza selvatica e carnale del giardino, del desiderio tra loro ancora vivo, archiviando un episodio così poco significativo senza insensati strascichi.
Il sano egoismo di Alice è contrapposto al pantano interiore di Michel, che soffre senza arrivare a capire cosa lo faccia soffrire di più, dell’idea che Alice sia andata a letto con un altro uomo, se è l’istinto carnale o il trasporto emotivo della moglie per un altro che più teme, o se è qualcos’altro ancora. Incapace di indagare a fondo in se stesso, Michel si affida a luoghi comuni che finiranno per farlo precipitare in un abisso di sofferenza ancora più insuperabile.
Colette però ci rende difficile simpatizzare con lui; è di gran lunga più piacevole restare in cucina con le donne che si capiscono a mezze frasi e occhiate, piuttosto che seguirlo nelle sue autoflagellazioni interiori, e persino dopo il tragico finale non si può smettere di domandarsi se davvero tutto questo dolore fosse inevitabile e necessario.
Colette contrappone allo sterile dramma del possesso, a cui si fatica a dare un altisonante nome a cinque lettere, il rigoglio della natura che si riprende gli spazi che gli uomini hanno provato a sottrarle, generosa con chi sa viverla e goderne la grazia e implacabile con chi è troppo corrotto dalla ‘civiltà’ per farsi toccare dalla bellezza.
Così possiamo immaginare che la bella Alice, semplice come un animale che non vuole il male di nessuno, ma solo, al limite, il proprio bene, alla fine sopravviveraà a tutto, anche al senso di colpa, cullata da quella natura sorella e complice di cui non ha mai smesso di abbeverarsi, nemmeno da dietro le finestre di claustrofobici interni borghesi. E pensare che in fondo sia giusto così. E che certi cassetti è il caso che restino chiusi, e che chi li apre lo fa a suo rischio e pericolo.

Tuttavia lui non aprì subito la cartellina porpora, e Alice ebbe il tempo di leggere in Michel un vile desiderio assolutamente identico al suo, il desiderio di chiudere il cassetto, correre e riafferrare un attimo che fuggiva e li lasciava paralizzati, dimenticati, immobili, l’attimo in cui Michel aveva parlato del riflesso porpora sulla guancia di Alice. “Adesso gli griderò: è solo un gioco! Prenderò la cartellina, mi correrà dietro e…”

Michel, con la testa vicinissima al seno accalorato di Alice, interrogò pavidamente: “Cosa c’è, dentro?”


Ivan il terribile

ivan il terribile

Alcide Pierantozzi è uno dei pochi scrittori italiani contemporanei di cui, dopo aver letto il primo libro ho cercato il secondo, e atteso con una certa impazienza il terzo. “Ivan il terribile”, appunto.

Sapevo che mi avrebbe sorpreso, anche se non avevo previsto lo facesse in questo modo, tornando cioè a un impianto tradizionale, dopo la sperimentazione dei primi due romanzi (Uno in diviso, edito da Hacca nel 2006 e L’uomo e il suo amore, edito da Rizzoli come quest’ultimo, nel 2008), in cui era evidente la ricerca attorno al limite della parola e della narrazione. Un po’ come se Picasso avesse attraversato il “periodo blu” dopo il cubismo, se vogliamo, anche se detto così sembrerebbe che Pierantozzi abbia fatto un passo indietro e non è detto per niente che sia così.

Forse, per questa volta, Pierantozzi ha voluto domare il cavallo selvaggio della sua mente e portarlo sul sentiero che aveva scelto, quello di una trama solida e lineare, invece di farlo galoppare liberamente attraverso piani temporali, sogni, visioni e sprazzi di realismo sospesi come isole in un flusso inafferabile.

Ivan il terribile è la storia di tre ragazzi e dell’intreccio fatale dei loro destini. L’ambientazione è un Abruzzo arcaico quanto cinematografico, un Abruzzo che potrebbe essere il Maine o il Montana, ma che è allo stesso tempo, senza ombra di dubbio, la remota provincia italiana.

Al centro del triangolo c’è Ivan, feroce e innocente come un bell’animale, la quintessenza del fascino tenebroso, con tanto di passato in carcere minorile per ragioni che verrano chiarite solo verso la fine del romanzo, lancinanti occhi verdi e un’altalena emotiva costante e sfiancante, un attimo convincente nell’impersonare la parte del cattivo in un copione già scritto, un secondo dopo desideroso soltanto di gettare la maschera ed essere amato, semplicemente, come tutti.

Più vittime che complici, Sara e Federico, terribilmente infatuati di Ivan, e tanto più prigionieri della sua rete quanto più si agitano per tentare di resistergli.

Spettatori quasi impotenti gli adulti: il padre di Ivan, bloccato su una sedia a rotelle, la madre di Sara, troppo occupata a cercare di sbarcare il lunario e tenersi un uomo nel letto per essere davvero d’aiuto a una figlia ammalata di rabbia, e la madre artista di Federico, che non riesce a risultare credibile, quando dice di non pensare che a lui, una madre che il dolore per la perdita di una figlia ha reso spietata nel suo farsi figlia del suo sangue supersite.

L’Italia di Maria de Filippi sta sullo sfondo eppure c’è, ingombra il terreno friabile delle prospettive, condannando gli adolescenti protagonisti ad aspirazioni di serie b, a sogni da basso impero, ben lontani dal poter essere salvifici, neppure a volerci credere.

E così, mentre le anatre si tuffavano nella corrente l’una dietro l’altra, io decidevo di scappare via dalla villa e i pesci scivolavano sopra i sassi del fiume come dimenticandosi quanto fosse sgradevole sentire qualcuno più grande di te che ti spia dall’alto.


Stato di fermo

Tradurre un romanzo è un’esperienza straordinaria. Per chi scrive, ma anche per chi è – o ritiene di essere – un appassionato lettore. Tradurre vuol dire fermarsi su ogni parola, su ogni pausa, interrogarsi sulle intenzioni dell’autore, sulla sua “voce”. Dopo aver conosciuto un libro in questo modo, così intimo, mi chiedo quanto si perda, ogni volta, in una “normale” lettura.

Questo il risultato della mia prima vera esperienza di traduzione. Un gran romanzo. A prescindere.

Qui potete trovare la sinossi, informazioni sull’autore (un grande da ri-scoprire) e anche il primo capitolo.