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Mio marito era…

Mio marito era tornato da me pentito, come lo sono tutti. Pentiti! Cielo! Come se fosse questo che noi domandiamo loro! Ah! Se capissero finalmente che non è di pentimento che abbiamo bisogno, ma di rimpianti, di focosi rimpianti. Se sapessero che non sono dei “perdonami, non lo rifarò mai più”, che non cancellano mai quello che dovrebbe essere cancellato, che non è con il rimorso che potrebbero riconquistarci. No, quello per cui noi cancelleremmo tutto sarebbe di vederli tornare quelli che erano all’inizio, di vederli pronti a giocare di nuovo, tutto il gioco, pronti a rischiare tutto per il gioco vero, dall’inizio alla fine.

Alice Rivaz (da “La paix des ruches”, la traduzione è mia)


Una solitudine moltiplicata per mille

La passione amorosa è fin da principio incapace di accettare oggettivamente un altro, di interessarsi a lui – ma in essa ci interessiamo piuttosto quanto più profondamente possibile di noi stessi. La passione è solitudine moltiplicata per mille, ma una solitudine che, come contornata da mille specchi scintillanti, pare ampliare se stessa e diventare un mondo che tutto comprende. Tuttavia l’oggetto amato vi ha solo il ruolo di un pretesto stimolante: forse come un suono o un profumo, che ci sfiorano nel sonno, ci inducono a sognare.

Lou Andreas Salomé – Riflessioni sull’amore


L’inserto del lunedì – “Trieste non esiste” di Sabrina Campolongo

L’inserto del lunedì – “Trieste non esiste” di Sabrina Campolongo.


Compassione

L’ipocrisia maschile, contorta al punto da nascondersi spesso anche all’ipocrita, la stessa che cela dietro la preoccupazione per la “vita non nata” l’antichissimo gioco di potere volto al controllo su donna e bambino, mi fa impazzire, perché non c’è argomento, non c’è compassione per la vita già nata che possa intaccare questa fossilizzazione delle idee: essa è troppo utile per conservare il senso di sé dei suoi rappresentanti.

Christa Wolf


Le donne che fan la coda …

Le donne che fan la coda per le ciliege aspettano la caduta di Berlino. Anch’io l’aspetto. “La capiranno una buona volta, quando vedranno quel che vedranno”, dice la gente. Il mondo intero aspetta. Tutti i governi del mondo sono d’accordo. Quando il cuore della Germania avrà cessato di battere, scrivono i giornali, allora sarà finita. Da sessanta chilometri i cannoni di Žukov, uno ogni ottanta metri, martellano il cielo di Berlino. Berlino è in fiamme. Sarà arsa sino alla radice. Fra le rovine, il sangue tedesco colerà. Qualche volta mi par di sentire l’odore di quel sangue. Di vederlo scorrere.
Un prete prigioniero ha condotto con sé al Centro un orfano tedesco. Lo teneva per mano, ne era fiero, lo mostrava, spiegava come lo aveva trovato, diceva che quel povero bambino non aveva colpa.
Le donne lo guardavano male. Si attribuiva il diritto di perdonare già, di assolvere già. Non era reduce da nessun dolore, da nessuna attesa.
Accordava a se stesso l’esercizio del diritto a perdonare, ad assolvere subito, lì, su due piedi, senza saper nulla del loro odio, terribile e buono, consolante come la fede in Dio. Di che veniva a parlare? Mai un prete era apparso così fuori luogo. Le donne distoglievano lo sguardo, sputavano su quel sorriso aperto, clemente, radioso. Per il bambino non avevano occhi. Il mondo spaccato in due. da una parte, il fronte delle donne, compatto, irriducibile. Dall’altra, quell’uomo solo che aveva ragione in una lingua che le donne non capivano più.

Marguerite Duras (Il dolore)


Donna

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L’attenzione ha per l’anima la stessa funzione che l’aria, l’acqua e il cibo hanno per il corpo: la tiene in vita. Perderla può essere più demoralizzante che perdere il controllo… l’invisibilità determina la morte per mancanza di attenzioni.

 

( Claudia Card- filosofa)

 

 

Il sessismo non comporta solo antipatia per le esponenti del genere femminile o mancanza di fiducia nei loro confronti: significa anche idealizzarle come Fata Madrina o demonizzarle come Streghe Cattive, e aspettarsi che si comportino sempre come persone di famiglia, a noi vicine. Le donne devono imparare a resistere all’illusione dell’intimità istantanea e al presupposto che ogni appartenente al proprio sesso con cui hanno appena stabilito un rapporto personale sia una vera amica o un’alleata.

Non c’è bisogno che una donna mi piaccia per rispettarla o per lavorare con lei: non è necessario che sia come noi. La diversità e le differenze sono anzi preferibili all’uniformità e al conformismo.

 

Le donne sono state programmate in modo da vedere critiche ingiuste anche là dove non esistono. Poiché è assai frequente che madri e altre parenti costringano brutalmente le bambine a conformarsi a un ruolo di genere quanto mai limitato, in tante vivono qualsiasi disaccordo come se si trattasse di una questione personale molto pericolosa. Non si rendono neppure conto del tono che assumono quando, sentendosi (ingiustamente) prese di mira, passano al contrattacco. Mi piacerebbe, invece, che le donne imparassero ad ascoltarsi con delicatezza e con rispetto.

Allo tempo stesso, ciascuna donna dovrebbe diventare tanto forte da prestare ascolto anche alle voci dissonanti, critiche, che provengono dall’ambiente esterno. Chiedere a un’altra cosa pensi veramente non equivale a chiederle di aiutarci comunque, a torto o a ragione; non significa andare alla ricerca di false adulazioni. Una donna deve saper affrontare opinioni contrarie alle sue senza crollare in pezzi e senza sentirsi tradita da chi le sostiene.

 

Citazioni sparse, ritrovate in un cassetto, dal saggio di Pyllis Chesler “Donna contro donna”ed. saggi Mondadori


Stare.

… potrei prolungare all’infinito questi attimi di avvicinamento, lui forse non lo sa, non si può immaginare quanto adori questo stare nel desiderio senza trasformarlo in atto, davvero non so quanto a lungo potrei protrarlo


La città vecchia

CITTÀ’ VECCHIA
Umberto Saba
(da “Trieste e una donna”, 1910-12)

Spesso, per ritornare alla mia casa
prendo un’oscura via di città vecchia.
Giallo in qualche pozzanghera si specchia
qualche fanale, e affollata è la strada.
Qui tra la gente che viene e che va
dall’osteria alla casa o al lupanare,
dove son merci ed uomini il detrito
di un gran porto di mare,
io ritrovo, passando, l’infinito
nell’umiltà.
Qui prostituta e marinaio, il vecchio
che bestemmia, la femmina che bega,
il dragone che siede alla bottega
del friggitore,
la tumultuante giovane impazzita
d’amore,
sono tutte creature della vita
e del dolore;
s’agita in esse, come in me, il Signore.
Qui degli umili sento in compagnia
il mio pensiero farsi
più puro dove più turpe è la via. 

 


Voi non sapete

 

“Voi non sapete che desolazione, che vuoto amaro in quelle lapidi orlate di nero che non ricoprono ceneri.”

httpv://www.youtube.com/watch?v=CmweqMMfqLE


In un quando (incipit)

La guarda rivestirsi. Precisa, veloce. Troppo.

─ Ferma! ─ le dice.

Lei solleva gli occhi dalle dita che stanno srotolando il collant lungo la coscia sottile. Incontra il suo sguardo, negli spazi tra le ciocche di capelli arancioni che le spiovono sulla fronte. Ride, mostrando quei suoi denti un po’ storti, sotto le labbra piene, ride in quel suo modo gattesco, arricciando il naso.

“Gattesco”, non felino, che felino dà un’idea sbagliata, aggressiva, erotica, ostentatamente languida. La ragazza invece è gatta, non pantera, o leopardo. Bisogna fare molte precisazioni quando si parla di lei, l’uomo se ne è reso conto molto presto.

Allora: lei è gatta. Una gatta vagabonda, arruffata, una gatta variopinta, come quella gli ha fatto compagnia, a modo suo, per dieci anni, in una vita precedente: selvatica, saggia, dolce e lunatica.

L’uomo sdraiato sul letto la guarda ridere, questa gatta con i capelli color cannella. Ecco che prima aveva pensato arancione, e aveva sbagliato. Arancione è un colore squillante, invece cannella è morbido, non violenta lo sguardo. Così sono i capelli di lei.

Bisogna stare attenti, con questa ragazza, se si vuole provare a raccontarla.

I capelli sono corti dietro, a scoprirle la nuca sottile, e più lunghi davanti, a giocare con i suoi zigomi taglienti, a farsi succhiare in mezzo alle labbra imbronciate, quando è soprappensiero, a offrire nascondigli ai suoi occhi neri, quando non vuole lasciarsi trovare.

Lei continua a tendere il collant e un mezzo sorriso divertito, mentre lui la fissa, cercando di imprimersi nella memoria ogni dettaglio. Il nero delle calze pesanti, il bianco trasparente della pelle. No, non trasparente, traslucido.

Se soltanto lei non avesse tanta fretta di andare via.

Eppure è lei che l’ha voluto lì, quel pomeriggio. La ragazzina, la bambina. È lei che ha tirato ogni filo, sapientemente, senza fretta, affinchè lui fosse lì, ancora inzuppato del suo odore, ubriaco dei suoi baci, stravolto di bellezza. Ed è sempre lei che vuole andare via, ora.

─ Stai ferma. ─ le ripete.

Lei lascia uscire una risatina, e fa no con la testa.

─ Solo un attimo ancora.

Sembra indecisa. Le mani con le unghie rosicchiate si arrestano, nella loro risalita lungo la coscia. Forse l’ha convinta?

─ Lasciati ricordare. ─ le dice ancora.

Le labbra di lei si schiudono, in una O tenera, cedevole. All’uomo vengono in mente, quei bonbon morbidi bianchi e rosa che trovi al luna park, o sui banchi delle fiere di paese, accanto alle mandorle caramellate, alle liquirizie ripiene e ai torroni, nel fumo odoroso e denso di frittelle. Labbra dolci da mangiare.

─ Avvicinati.

Lo fa. Torna vicino al letto.

Le sue mutandine di seta verde scuro davanti al suo viso. La cinge con un braccio. Affonda il naso nel tepore liscio di seta e odoroso di lei. Chiude gli occhi.