Category Archives: vera vita

Tornare (forse)

Che l’idea che i social abbiano sostituito i blog non mi sembra né centrata né realistica, anzi. Quindi tornare a scrivere, più di pochi caratteri per volta, senza chiedere la futile approvazione di un pollice in su. Scrivere per chi ha tempo e voglia di leggere, oppure chiudere la bocca virtuale e scrivere sulla carta o per la carta, per chi leggerà e serberà qualcosa, e lasciare che il dialogo si svolga solo quando ci si può guardare negli occhi. Sarà ancora possibile, senza forzature, mi chiedo? Quando la natura non viene più naturale, quando gli ambienti artificiali risultano tanto reali quanto un bar o una biblioteca, e tanto più reali dell’atrio di un centro commerciale, forse è il concetto di naturalezza a risultarne irrimediabilmente modificato. Irrimediabile, in ogni caso, è una parola che mi piace, in senso durassiano, direi. Vedremo.


Al funerale di un eroe

Non ho portato una macchina fotografica e in ogni caso non mi sognerei di scattare fotografie. Anche gli applausi, spesso, oggi, mi sembreranno fuori luogo.

E mai come nel caldo soffocante di questo palazzetto dello sport le parole della liturgia cattolica mi sono sembrate vuote, spolpate, mere formule che se mai hanno avuto un senso è stato quello di piegare il pensiero e curvarlo secondo il nonsenso di formule ripetute. Sia reso grazie a te, o Signore. Un uomo degno è stato ammazzato come un cane, nella sua solitudine quasi totale, lasciato solo a combattere quella che dovrebbe essere la battaglia di tutti, nessuno escluso, ma sia reso grazie a te, o Signore, come no. Grazie.

Siamo tutti qua, assiepati, noi indegni, a scambiarci un vuoto segno di pace, mentre un uomo degno si rimboccava le maniche, e rischiava la sua pelle. Ma, oh sì, scambiamoci un vero segno di pace.

Mai mi sono sentita meno in pace di così, le mie mani restano strette a pugno, nelle tasche.

Tra lacrime e il solito carnevale hippycomunista, bandiere della pace e kufiah e orecchini con il simbolo della pace, noi reduci delle nostre battaglie virtuali, delle nostre indignazioni a basso costo, dei nostri “mi piace” assolutori e indegni e lui, rivoluzionario, eroe, uomo degno, morto.

Ucciso da chi se non da noi, noi che non c’eravamo, che non sostenevamo, che non lottavamo, nemmeno da qui, perché la sua voce fosse udita, noi che pensavamo ad altro, come se non ci riguardasse, in fondo, quella lotta, una come tante, una delle migliaia di sanguinose guerre su cui si fonda la nostra vomitevole pace, il nostro diritto sacrosanto di stordirci davanti alla tv, di perdere ore a scattarci foto artistiche con cui abbellire il nostro profilo facebook per poi, sotto la nostra faccia falsa, cliccare su “condividi” all’ennesimo video di Vittorio passato e ripassato adesso, da morto.

E per poco, perché chi ripete senza stancarsi una verità troppo scomoda da accettare diventa noioso, noioso.

Vi do la mia pace. Questa pace? Che sia stato uomo o figlio di Dio, o anche entusiasta impostore, non può che vomitare, un Cristo qualunque, su questa pace.

Il vescovo di Gerusalemme parla come un’invasato, con tono da predicatore o da generale, al limite della blasfemia si rivolge a Vittorio come al Cristo crocefisso per lavare i nostri peccati, e si prende la sua dose di applausi. A me suona falso come tutti i preti, ma forse è un problema mio, non so.

Solo gli ottoni che intonano Bella Ciao riescono a liberare un flusso caldo di dolore, solo la musica, niente parole. Devo uscire all’aria per non soffocare.

E all’improvviso, sotto quel sole, più spietata del sole la voce di Vittorio, come un colpo basso, la sua voce registrata (e le immagini del video che scorrono dietro le mie palpebre chiuse) che dice, quando morirò, tra cent’anni, e le lacrime che non si possono trattenere.

La funzione laica si apre con le parole delle istituzioni, qualcuno dice, non lo conoscevo, non sapevo bene cosa facesse, ma avevamo la stessa età. Insomma, penso, non sapevi niente, te ne sbattevi e allora che ci fai davanti a un microfono a parlare di lui?

Finalmente, dopo parole più o meno vuote, più o meno senza polpa, un ragazzo di cui non posso vedere il volto parla in inglese, e parla di Vittorio, il primo che mi parli davvero di lui, senza facile retorica. Il suo intervento si conclude con il grido “Free Palestine!” ripetuto più volte, che non verrà tradotto.

Forse non ce n’è bisogno, semplicemente. Certo ho notato, però, quante volte sia stato ripetuto oggi che Vittorio non avrebbe voluto nessuna bandiera, che oggi è il giorno del dolore. Si percepisce la paura che diventi un momento politico, questo. Dio ce ne scampi e liberi.

Si alternano voci, in rappresentanza di comitati di cui non si sente mai il nome, di gente che si dedica alla causa palestinese come se davvero contasse qualcosa, ci credereste? Gente italiana, che non ha parenti o proprietà o interessi da difendere nella striscia di Gaza, e che eppure dedica la sua vita a quella causa. Per la prima volta si nomina il grande fantasma, l’innominabile spettro di Israele. Si parla delle battaglie di Vittorio, (il boicottaggio di Israle, per “obbligarlo a mollare quel fucile puntato alla tempia del popolo palestinese”) della colossale ingiustizia, di quello che per uno come Vittorio è stato così intollerabile da dedicare la sua vita a combatterlo.

Sarà valso a qualcosa?, questa la grande domanda.

Mi guardo intorno, vedo gente che si accalca, macchina fotografica in mano, per rubare un’immagine della bara, gente con i vestiti della festa, con l’aria di essere uscita per la passeggiata domenicale e di trovarsi per caso a un funerale anziché a una sagra di paese. E poi gente strana, con gli occhi persi e scarpe da camminata e vestiti scoloriti e occhi rossi. E donne con l’hijab e lunghi caftani, e tanti bambini, una con una pancia da gravidanza a termine, sotto al sole, un uomo anziano con la barba bianca che resta seduto su un muretto con la testa appoggiata sui polsi e gli occhi chiusi e ascolta senza dire nulla e senza applaudire.

Sono passate tre ore e ancora le voci si alternano, e non ci sarà permesso di entrare, fino alla fine della cerimonia.

Me ne vado, pensando che sono venuta perché avevo bisogno di vivere il mio sentire di questi giorni, perché avevo bisogno di uscire di casa, lasciare il pranzo di festa e dire “io vado” e andare, e così è stato. Non cercavo una catarsi e non l’ho trovata. Non ho trovato pace.

Me ne vado pensando che è tutto sbagliato, lui morto e noi i suoi assassini che torniamo alla nostra pace regalata, non guadagnata, pensando che noi, noi siamo sbagliati.

 httpv://www.youtube.com/watch?v=cKSAC1XVj1Y


San Sabba

Trieste, 30 settembre 2007. Pomeriggio. Sera. Risiera di San Sabba.

La Risiera. Scorrono, soffiandomi aria fredda sul collo, i fianchi grigi dello stretto cunicolo che si spalanca nel piazzale. Assurdamente grande e libero e silente.

C’è un silenzio spesso, tra queste palizzate altissime di cemento.

Nonostante il comune di Trieste – lo stesso che in un cartello all’ingresso chiede di non usare il telefonino per una questione di decoro – abbia scelto, con avvilente menefreghismo o crudele ipocrisia, di piazzare un luna park a ridosso delle mura di questo luogo di morte e di ricordo. Arrivano le grida eccitate dei ragazzini sull’ottovolante, arrivano, ma non riescono a perforare la bolla gelata di silenzio, la bolla di pulsante silenzio che qui ha preso dimora, che qui vive, respira, ti bacia sulla pelle fredda della faccia.

Fa più freddo che altrove qui.

Tremo, fuori non avevo così freddo, non c’è bora oggi, qui l’aria è immobile eppure. Eppure.

Qui ha vissuto l’orrore. Ora ha traslocato – non è finito, è diverso –  ma ha lasciato la sua pelle vuota di serpente, le sue scaglie polverose ma ancora vibranti, le sue ceneri ancora tiepide.

Nella stanza delle celle (non molte, qui partivi o morivi, non era luogo pensato per le lunghe permanenze questo, anche se c’è chi ha trascorso molti mesi in uno di questi piccoli canili con il soffitto ribassato, due panche di legno sovrapposte, addossate al muro, e uno spazio libero poco più largo, aspettando di partire o morire, o di partire e morire) mi farei il segno della croce.

Lo sento prudere sulle dita, sulla fronte. Se fossi sola lo farei.

Non sono sola e mi trattengo, non voglio sentirmi dire “ma come, proprio tu”, non voglio dare spiegazioni ora, non voglio sentire il suono della mia voce. È che non so pensare ad altro, potrei allo stesso modo appoggiare la fronte sulla pietra gelata, o abbracciarla, o inginocchiarmi, o lasciare un fiore come altri hanno già fatto, avrebbe lo stesso senso, sarebbe la risposta allo stesso bisogno. Premo invece il palmo della mano sul muro, come in una carezza, come dire “sono qui”.

La stanza delle croci. Un cartello APERTO – SPINGERE su una porta di rete metallica.

Spingo, scendo all’interno.

Una cattedrale.

Questo il mio primo pensiero, non so perché il sacro preme, qui, continua a intromettersi. Immagino il sole che filtra dalle fila di finestre, i raggi che si intersecano alle travi e alle piantane di legno. Forse un giorno è stato  bello questo posto, forse potrebbe ancora esserlo, con il sole.

Invece fuori fa già buio, e questo stanzone fa paura. Eppure vorrei essere sola, adesso, qui dentro. Vorrei poter ascoltare queste mura di mattoni rossi, il legno vecchio di queste croci sovrapposte, sapere di quest’orrore ormai disarmato, fare mio quello che qualcuno qui un tempo deve avere capito, sull’uomo, sulla vita, su Dio. Ancora Dio, sì, ancora questo sacro che vuole affiorare.

Il compagno cerca di abbracciarmi. Mi irrigidisco. Non è posto per gli abbracci, questo, non si può portare amore qui, dove l’orrore si è solo spostato, un po’ più là, ci guarda, non è lontano.

Non è posto per le parole d’amore. Qui si sta in silenzio e si ascolta.

Dentro le cicatrici indurite del mondo ci sono risposte, per chi le vuole cercare. Bisognerebbe poter restare a lungo qui, da sola, in ascolto.

Ma adesso devo uscire, tirare il battente di rete metallica e uscire di nuovo, sul piazzale ghiacciato.

Lì dove stava il forno, e ora c’è solo un quadrato dove la pietra carsica è lucida come marmo, un gradino al di sotto di noi. E una sorta di canale di scolo, una ferita che parte dal quadrato vuoto e taglia a metà il campo.

Un botto esplode come uno sparo, a un passo da me.

Inaspettato, incongruo, mostruoso. Mi rattrappisco, obbedendo a un istinto atavico, con le mani sulle orecchie. Poi guardo il petardo ancora fumante, e capisco che lo sfregio del Comune non si limita alla musica che rimbomba, turbando la pace delle ceneri sepolte, o alle urla esaltate di chi si diverte sugli autoscontri. Qualcuno, dall’ottovolante, o da una struttura sopraelevata di qualche tipo, ha lanciato uno stupido razzetto qui dentro.

Ha squarciato per un attimo la bolla densa e viva di silenzio, ha aperto uno strappo che si è subito ricomposto. L’eco però mi resta nelle orecchie, e sento una rabbia insana, blasfema in questo luogo, una rabbia di cui mi vergogno, per l’idiota che ha potuto, per l’idiota che ha osato, per chi gli ha offerto l’opportunità di superare la barricata con la quale questo tessuto cicatriziale cerca di proteggersi, come può. Come può.

Lettere, ci sono lettere sui muri. Fotografate, fotocopiate, affisse. Leggo tutte quelle che riesco. In mezzo fotografie di volti, di vittime e carnefici, i primi mi sembrano tutti belli, i secondi mi appaiono vuoti, paurosi. Mi chiedo se è davvero così, o se le divise, gli slogan sui muri, se il fatto che so, cancella ai miei occhi l’umanità dai loro tratti. Non ho risposta. Li guardo e vedo scheletri di metallo, pelle sintetica, aliena, occhi di vetro.

Sul muro di una foto, campeggia il motto “CREDERE, OBBEDIRE, COMBATTERE”, dietro la schiena di mostruosi robot con il braccio alzato. Il motto mi resta in testa, penso a quante volte, quanti governi, quante ideologie, quante religioni, hanno chiesto e chiedono di credere, di obbedire e di combattere.

Chi pretende fede incondizionata e obbedienza cieca ha quasi sempre cattive intenzioni.

Tra i disobbedienti, mi dico, e mi sembra importante. Non definitivo, forse, non risolutivo, può darsi, ma importante. Tra i disobbedienti, sempre.