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Il morso

renè

Il soffio discreto della porta, lo schiaffo delle chiavi contro il posacenere di marmo, il battere dei suoi tacchi sul legno… il tuffo allo stomaco, il brivido lungo la schiena, la contrazione al basso ventre.
Lei è tornata.
L’uomo chiude il libro che teneva aperto in grembo. Si toglie gli occhiali e li appoggia sopra il cartone telato della copertina. Chiude gli occhi. Inspira.
Il frusciare serpentino dei suoi abiti, pelle contro la pelle dei suoi pantaloni neri, il tintinnare dei bracciali, lo sbattere della cintura dell’impermeabile, mentre se lo sfila, il rullio del lungo filo di perle che porta in due giri al collo, quando si sbilancia a poggiare la borsa per terra.
Il primo passo rintocca nel momento esatto in cui l’uomo riapre gli occhi e li fissa nel quadro della porta. Ed eccola che viene avanti decisa, sciogliendosi i capelli.
La massa quasi nera segue la sua mano allungandosi densa e compatta come una stringa di liquirizia, gli sembra quasi di sentirne lo schiocco, un secondo prima di vederla ricadere, pesante e serica, sulle sue spalle. Lei gli lancia una breve occhiata e poi abbassa lo sguardo, infilandosi l’elastico nero sul polso.
─ Bentornata.
─ Leggevi?
Risponde con un borbottio, una specie di goffa ammissione. Lei si avvicina di qualche passo, piegando il capo per scorgere i caratteri impressi sul dorso del libro. Lui lo solleva per mostrarglielo.
─ L’Ulisse. Di nuovo.
─ Oggi sì.
Lei aggrotta appena le sopracciglia, e passa oltre, prendendo il suo pacchetto di sigarette rimasto sul tavolo e scuotendolo leggermente per farne scivolare fuori una. Poi apre la finestra e si appoggia sul davanzale, offrendogli la visione del suo corpo che lui preferisce, quel culo arrogante, sguaiato, popolano che una volta cercava di dissimulare, quasi vergognandosene. I pantaloni dal taglio maschile oggi invece lo enfatizzano, ma non ce n’è bisogno. È un culo impossibile da non notare, che calamita inevitabilmente gli sguardi, polposo, sproporzionato sul corpo minuto, un culo che non si lascia nascondere, né mascherare dai vestiti. Le gonne più serie tirano a ogni passo, come se le chiappe volessero straripare, quelle morbide e leggere svolazzano maliziose, minacciando in ogni istante di mostrarlo in tutta la sua indecente pienezza, i pantaloni si infilano sempre in mezzo, mostrando l’invitante profondità del solco. Sulla spiaggia, anche con i costumi più castigati, quel culo ingombrante scivola fuori a ogni suo movimento, esplicito come l’offerta di una puttana, irresistibile come il richiamo di una sirena. Ricorda ancora la prima volta in cui l’ha vista avventurarsi in aula, quattordici anni, il movimento nervoso della sua mano che scendeva di continuo ad abbassare l’orlo della felpa troppo larga, le labbra timide, le spalle appuntite, le gambe angolose, troppo magra, troppo bambina per quel culo e per quegli occhi da lupa, gialli, striati da filamenti più scuri, sangue coagulato nell’ambra.
Lei fuma quieta, alternando di tanto in tanto l’incrocio dei piedi. Sa che lo sguardo di lui non si perde un movimento, sa dell’effetto che gli fa.
Ma le è accaduto qualcosa, oggi la sua serietà sembra più una vera assenza che il solito gioco di finta noncuranza.
─ Come stai? ─ le domanda.
Lei fa un tiro profondo, poi gli rivolge un breve sorriso da sopra la spalla, soffiando fuori il fumo.
L’uomo si libera del pesante libro – edizione antica, rilegata a mano – appoggiandolo sul tavolino, ma poi non si alza.
─ Non è andata bene, dunque?
Lei solleva il busto e si volta, appoggiandosi contro il termosifone spento.
─ Tutt’altro. ─ dice.
─ Mi racconterai?
─ Certo.
─ Hai sete? O hai fame, forse? Vuoi che ti prepari un caffè?
─ No, sto bene.
La guarda finire la sigaretta e spegnerla nel solito posacenere posato sul davanzale di marmo, prima di domandarglielo:
─ Andiamo di là?

La voce ha tremato, proprio in mezzo alla prima parola.
Accorgendosene, il familiare calore della tenerezza le si spande nel petto, distende le spalle contratte, risale il collo, le solleva gli angoli della bocca in un sorriso.
Pensi di leggermi dentro, eppure lo sai anche tu che c’è una soglia, sulla quale la lama affilatissima del tuo pensiero si schianta, come un passerotto contro a un vetro.
Hai paura che oggi potrei dire no.
Non ha bisogno di dirlo, lo sa, entrambi lo sanno, giocano a carte scoperte. Potrebbe disegnarla a occhi chiusi la piega, quasi una Y, che gli si forma tra gli occhi celesti, proprio al centro delle sopracciglia folte, biondo cenere, nemmeno un pelo bianco, in fiero contrasto con i capelli precocemente ingrigiti. Può prevederlo, quel movimento poco vistoso delle labbra che si schiudono a vuoto, un aborto di parola.
Parole che non dirà mai, domande che non può fare, non lui.
Il sorriso che gli regala viene accolto esattamente per quello che è: una rassicurazione, la conferma che tutto va bene.
Lui si alza senza attendere il suo sì. Tende una mano a carezzarle una guancia. Il corpo alto e magro la sovrasta nonostante i tacchi, il suo sguardo sopra di lei ha sempre il potere di farla sentire più piccola e scoperta, una ragazzina, una studentessa davanti al suo professore, come è stato, un tempo.
La mano lunga ed elegante scivola dalla sua guancia al collo e poi prosegue, sgranando il lungo filo di perle che si perde dentro la scollatura della camicetta nera di seta. Sembra intenzionato a continuare il viaggio fin laggiù, in mezzo ai suoi seni, invece prende tra le dita la collana e la tira a sé, stringendole il secondo giro attorno al collo.
Un brivido le rotola giù fino alla curva delle anche.
Lui se ne accorge, i suoi occhi si accendono di complicità. Le labbra si aprono, poi sorridono.
─ Andiamo di là. ─ lasciando andare la pesante collana che le ricade sul petto, sfiorandole per un secondo i capezzoli nudi sotto alla seta, per poi raccogliersi nell’avvallamento tra i due piccoli monti appuntiti. Lei reagisce al furtivo sfioramento facendo guizzare la lingua sul labbro superiore.
─ Andiamo di là. ─ le ripete, contro la sua bocca dischiusa. La voce tradisce, questa volta, quell’impazienza che la fa sorridere e le fa bagnare – di nuovo – l’impalpabile triangolino di pizzo che si interpone tra la sua pelle umida e quella calda dei pantaloni.

La stanza. Non la camera di lui, non la camera di lei. La stanza senza nome. Di là.
“Di là” sono quattro mura spoglie, bianche. Un letto di ferro nero, né bello né ricercato, un vecchio letto contadino, preso un sabato mattina di un giugno lontano – quattro anni prima, quattro anni quasi esatti – da un rigattiere, le ottonature dei piedi opache e screpolate, il pesante corpo scricchiolante, ma ancora solido. Un materasso e lenzuola, bianche, al momento arrotolate nel centro del letto, dato che nessuno si dà pena di rimettere ordine qui, se non di tanto in tanto. Una sedia. Una vecchia abat jour, il gambo di bronzo a forma di sirena e il paralume panciuto come la gonna di una ballerina di can can, raso dorato con nappine ormai scolorite, sopra a un comodino di legno di noce, scuro e austero, non proprio dritto, non proprio stabile. Uno specchio opaco, con la cornice dorata che in certi punti rivela il legno sottostante, appeso al muro a un’altezza casuale, poco consona a chiunque. Nient’altro.
─ Allora, puttanella, ti sei fatta chiavare oggi?
Si è appena chiuso la porta alle spalle. Lei è in piedi, un passo davanti a lui. Gli sorride, torcendo il busto. ─ Sì.
I loro occhi si incontrano.
─ Sì?
─ Sì.
─ Te lo sei fatto infilare dentro.
─ Sì.
─ Quando?
─ Questo pomeriggio.
─ A che ora?
─ Alle tre, circa.
─ Le tre?
─ La prima volta.
Il sorriso di lui si apre.
─ Due volte, allora? O di più?
─ Due.
─ Ti sei fatta fare anche il culo?
─ No. Non ancora. ─ il fiato già corto.
─ Non ancora. Come ha potuto resistere? Non so se crederti. Spogliati. Fammi vedere.
Lei comincia a sbottonarsi la camicetta. La apre sui seni, non troppo grandi, né inesistenti. Perfetti e rotondi, i piccoli capezzoli già inturgiditi dalla carezza della seta, arrossati da altre e prolungate attenzioni. Cosa che, naturalmente, non sfugge allo sguardo che la percorre.
─ Guarda come ti ha spiegazzato le tettine.
─ Oh, sì.
─ Te le ha succhiate, eh?
─ Sì.
─ Ha mordicchiato queste due ciliegine, le ha poppate come un lattante?
─ Sì
─ Li ha strizzati con le dita, li ha presi e tirati così?
─ Oh. Sì.
─ Guarda come si è fatta ridurre, la mia canaglietta. Con le tettine tutte rosse. E la tua fighetta là sotto si inondava, mentre lui ci giocava vero?
─ Sì.
─ Levati i pantaloni.
Lei esegue. Tira giù le zip degli stivaletti di camoscio con il tacco, li sfila uno dopo l’altro, poi si slaccia i pantaloni e li spinge lungo le cosce, avvolte nelle autoreggenti leggere, quindi li abbandona per terra.
─ Le mutandine. Toglitele.
Ancora una volta, lei obbedisce in silenzio. Si sfila gli slip e fa per lasciarli cadere sul pavimento, quando lui la ferma, con un gesto perentorio.
─ Dammele.
Lui le stringe nel palmo e le strizza.
─ Senti qua.
Poi, portandosele al volto: ─ Dio. Ti sei fatta ripassare per bene. Giù, spalanca le cosce.
Lei appoggia il culo nudo sulle lenzuola, si spinge un poco indietro con la schiena, quindi solleva i piedi e li appoggia sul bordo del materasso, con le ginocchia divaricate.
Le sono rimaste solo la collana bianca e le calze nere addosso, la sua fica è spalancata, ancora arrossata e tumida.
Lui le si avvicina, lasciando cadere le mutandine di pizzo, lo sguardo fisso sul suo corpo-banchetto, sulla sua carne addobbata come per una tavola di festa, il suo corpo non più troppo magro, ora sontuoso e invitante.
Ancora in piedi, le infila due dita dentro, brutalmente. Lei tende il collo e lascia uscire un sospiro che è per metà sorpresa e per metà già piacere.
─ Senti che roba. Ti sei fatta sborrare dentro.
Lei annuisce, gli occhi socchiusi. Si morde le labbra, mentre le dita di lui la frugano con delicata sapienza, solleticano le pareti cedevoli del suo sesso, alla ricerca dei centri del suo piacere. Il pollice ora traccia cerchi sempre più stretti attorno alla clitoride già fin troppo sensibile. Quando la tocca proprio sulla punta lei non resiste e chiude le gambe di scatto, imprigionando la sua mano.
─ È incandescente, vero? Te l’ha sditalinata così tanto che ora brucia, dì la verità.
─ S- sì.
─ Apri le gambe, da brava.
Lei obbedisce, circospetta, temendo che voglia torturarla ancora, ma invece lui lascia perdere i suoi punti più caldi, anzi, sfila le dita lucide e scivolose dalla vagina, ma subito spinge il dito medio contro l’ano.
─ Sicura che non l’ha infilato anche qua?
─ No, non me l’ha messo nel culo.
─ Niente? Nemmeno un dito?
─ Il dito sì.
─ Ah… ─ infilando anche l’indice, fino in fondo.
─ Mentre mi leccava.
─ Oh. Te l’ha leccata bene?
─ Sì.
─ Te l’ha aperta con le dita per succhiarti il bottoncino, come ti piace tanto?
─ S-ì.
─ Ti ha penetrato con la lingua dura?
─ Sì. Me la baciava tutta, a momenti solo con la lingua, poi anche con le labbra, e la faccia.
─ Ci si rotolava dentro, nella tua fica. Ce l’aveva duro, mentre te la slinguava?
─ Di marmo.
─ Dimmi ancora com’è il suo cazzo. Oggi che l’hai preso finalmente dentro.
─ È…
─ Alle due.
─ Cosa?
─ Hai scopato con lui alle due.
─ Sì.
─ Avevi detto alle tre. ─ infilando un altro dito.
─ Eh? Oh, sì. Sì, oh, alle tre.
─ Duro come il marmo?
─ Sì, come il marmo.
─ Grosso?
─ Sì.
─ Più del mio?
─ No.
─ Te l’ha infilato tutto in colpo? ─ ritrovando con il pollice il piccolo promontorio tra le sue labbra.
─ Oddio… Troppo… Troppo veloce… Non stiamo correndo troppo?
Le dita che la penetrano si fermano. Lui la scruta, dall’alto, sorridendo.
─ Ha ragione, la mia bellissima sgualdrina. Racconta dall’inizio.
Smettendo di toccarla si siede sul letto, alla sua sinistra, e poi si stende sul fianco, guardandola.
─ Dove l’hai incontrato?
Lei inizia a parlare con il fiato corto, si gira a sua volta sul fianco, i volti vicini ma non tanto da riuscire a baciarsi, gli occhi negli occhi.
─ In un bar anonimo, appena fuori dal centro. Ci siamo passati davanti tante volte, ma non credo di averlo mai davvero visto, prima di oggi.
─ Ok. Come mai quel bar?
─ Me l’ha proposto lui, al telefono. È vicino alla scuola di ballo dove insegna, mi ha chiesto se mi andava di raggiungerlo per un caffè.
─ Un caffè.
Lei solleva il ginocchio destro, appoggiando il piede sulla caviglia dell’altra gamba, in modo da offrirgli la visione del suo sesso aperto.
─ Già, un caffè. ─ ride.
─ E com’era vestito? Si era fatto bello per te?
Intanto viene più vicino e infila l’indice tra le sue labbra più intime.
─ Non direi. Tutt’altro.
─ Mmm. Profumato?
─ No. Non usa profumo. Spe…spettinato anche.
─ Sicuro di sé.
─ Ma si era appena… fatto la doccia.
─ Sicuro di portarti a letto, oggi.
─ Mi sottovaluti.
─ No, mai. Il tonto è lui, semmai. Se fosse più sveglio avrebbe capito che avrebbe potuto scoparti già la prima volta che l’abbiamo incontrato.
─ Uuuh. La prima, ne sei sicuro?
─ Ti conosco. Mi hai montato come una furia quella notte, mi hai succhiato fuori l’anima, eri Lilith, eri una strega posseduta. Al suo posto, non avrei esitato a infilarti una mano sotto la gonna, mentre ti rubavo quel bacio in giardino.
Intanto il suo dito non ha mai smesso di scorrere, con sfinente lentezza, avanti e indietro.
Lei ridacchia piano, con il fiato sempre più corto.
─ È un romantico, lui.
─ Non sarebbe stato romantico regalarti un orgasmo al chiar di luna? Sei venuta la prima volta non appena ti sei impalata sul mio cazzo, quella notte, me lo ricordo bene. Due colpi al tuo grilletto ─ ma lui ora non glieli regala ─ e ti saresti accasciata contro il suo corpo in preda agli spasmi. Ma torniamo a oggi. Di cosa avete parlato?
─ Ci fissavamo, non riuscivamo nemmeno a parlare, oggi.
─ Con la bava alla bocca.
─ Ci siamo alzati come ubriachi, vacillando.
─ Sarà stato eccitato come un somaro. Con un bastone in mezzo alle gambe.
─ Credo di sì. Ha chiuso la felpa, alzandosi, nonostante facesse caldo. L’ho seguito fino alla sua auto, senza bisogno di parlarci. Aveva parcheggiato nel silos. Appena ci siamo seduti mi si è buttato addosso, baciandomi come un matto.
─ Tu l’avresti già fatto.
─ Sì, appena ci siamo trovati nella penombra avrei voluto baciarlo.
─ E vi siete fermati ai baci? Lì, nella macchina?
Lei sorride.
─ No. Ha infilato una mano dentro la camicetta, e, scoprendo che non portavo il reggiseno ha lasciato uscire un gemito, e poi ha detto, lo sapevo.
─ Non aveva fatto altro che guardarti le tette, tutto il tempo. E tu?
─ Mentre mi palpava e mi divorava le labbra, gli ho messo la mano aperta sulla patta dei pantaloni.
─ Ne ero sicuro. Gliel’hai accarezzato tutto, dalla punta alle palle?
─ Sì, con le dita e con il palmo. Sembrava lì per scoppiare.
─ E allora gliel’hai tirato fuori, dì la verità.
─ Volevo, ma lui mi ha fermato. Voleva andare a casa sua.
─ Rinunciando a una sega nel parcheggio, a sborrarti tra le dita? Aveva paura di finire le cartucce?
─ Non lo so, non credo.
─ Mettimi una mano sull’uccello, adesso.
Sorridendo, lei si piega verso di lui, che si è allungato sulla schiena lasciando la mano dove stava, solo con il palmo all’insù, l’indice sempre a giocherellare con il suo sesso. Lei gli slaccia la cintura, gli abbassa la zip dei pantaloni e poi infila una mano all’interno.
Il cazzo è semieretto, ancora morbido, in parte. Comincia a menarglielo piano, il momento è ancora delicato.
─ Quindi, a casa sua?
─ Nell’ascensore. Ha ricominciato a baciarmi, con le mani aggrappate al mio culo.
─ Ah, Dio. Poter tornare al momento in cui ho messo le mani per la prima volta su quel tuo culone.
Il cazzo, tra le sue dita, reagisce al ricordo. È successo la prima volta che si sono rivisti, dieci anni dopo il primo incontro. Lei l’aveva chiamato prof, istintivamente, come allora, scorgendolo nel foyer del teatro, ancora bello ed elegante come se lo ricordava. La cotta adolescenziale ancora così presente e vitale da farla avvampare, quando lui si era girato e aveva sorriso pronunciando il suo nome.
Aveva fatto l’amore con lui la sera stessa. Ventiquattro anni e mezzo, lui quarantonove appena compiuti. Esattamente il doppio. L’aveva fatta impazzire, aveva fatto terra bruciata, in due ore, del ricordo del sesso sentimentale e confuso che aveva fatto con tre o quattro quasi coetanei. Allora, e per mesi, la sua sola presenza, uno sguardo, la scollatura della camicetta che si schiudeva mentre si chinava sul tavolo, le sue mani che impastavano i biscotti, il solo guardarla camminare glielo faceva venire duro. Un’esplosione di virilità di cui lui stesso, quasi per scherzo, si stupiva, interi fine settimana passati a scopare, tanto che le era capitato di provare sollievo, la domenica sera, raccattando le sue poche cose nella borsa da palestra per tornare al pensionato universitario, tanto da provare poi, per un giorno o due, i postumi di un’indigestione, al pensiero del sesso. Ma naturalmente le bastava vederlo, perché quella sensazione si dileguasse. Anche a poche ore dal loro incontro, il solo guardarlo scendere dalla macchina la faceva bagnare in mezzo alle cosce.
Questo, in fondo, non è mai cambiato.
─ Non ti ha aperto i pantaloni, nell’ascensore?
─ No, ma l’ha fatto non appena siamo entrati in casa. Li ha aperti e me li ha calati giù per le cosce, e poi si è inginocchiato ai miei piedi, con la faccia all’altezza della fica e mi ha abbassato le mutandine per baciarla.
─ Per mangiartela.
─ Sì.
Ora è pienamente eretto, il suo grosso cazzo, davvero – non l’ha detto per compiacerlo – più grosso di quello del suo amante. Le sue dita scivolano leggere, aiutate dal fluido che comincia a gocciolare lento dalla punta tesa.
─ Mi ha fatto girare ─ dice.
─ Oh. Voleva il tuo culo in faccia. ─ mugola lui. ─ Si è tuffato tra le tue chiappe, almeno?
─ Sì
─ Dentro?
─ S-ì.
─ Con la lingua? Ti ha leccato il buchetto?
─ Sì. E intanto con le mani mi masturbava.
─ Sei venuta?
─ Sì.
─ Già lì, sulla porta di casa, con i calzoni alle ginocchia?
─ Sì.
─ Gli hai inondato la faccia?
─ Sì.
─ Cristo. Girati. Non ce la faccio. Dammi il culo.
Lei è ben felice di obbedire. La sua fica, torturata dalle dita di lui, esperte nell’evitare quei movimenti e quelle pressioni che l’avrebbero già portata infallibilmente all’orgasmo, pulsa ormai di un bisogno tirannico.
Si solleva sulle ginocchia, spostandosi carponi verso il centro del letto. Lui raccoglie la collana di perle che dondola nel vuoto, battendo contro le sue cosce, e la porta dietro, sulla sua schiena. Non si è nemmeno spogliato del tutto. Il cazzo spunta rigido e venato d’azzurro tra i lembi della camicia, mentre le si mette alle spalle, trattenendola per la collana.
─ E questo?
Il tono è di freddo stupore. Lei non capisce immediatamente, ha già dimenticato, ma il ricordo affiora, e con esso un’ondata di calore, vedendolo indicare la sua schiena.
─ Non è niente ─ sorride.
─ È un morso.
─ Non mi ha fatto male, sul serio. Sai che la mia pelle si segna facilmente.
─ Lo sapeva che saresti tornata da me.
─ Sì. Si è preoccupato, in effetti
─ Non troppo.
─ Bè
─ Avrà pensato che io non ti scopi più, ormai
─ Non credo, no
─ Ti ha marchiata, voleva lasciarti un segno.
Lei aggrotta le sopracciglia. Non ha bisogno di voltarsi per sapere che il cazzo che stava per impalarla ora punta sconsolato verso il materasso.
─ È stato dopo che sono venuta, quando me l’ha messo dentro, da dietro.
Mentre parla si risolleva, a cercare il contatto delle natiche contro il corpo di lui. Con la mano trova il suo uccello – quasi del tutto inerte – e comincia a menarlo, sfregandoselo in mezzo alle chiappe.
─ Me l’ha infilato tutto, ─ continua ─ fino alle palle, e intanto mi aveva tolto la camicetta e mi impastava i seni. Si muove così da dio quando scopa, come quando balla. L’orgasmo non mi aveva ancora placata, così mi sono infilata una mano in mezzo alle gambe e ho ricominciato con a stimolarmi per godere di nuovo.
Con sollievo, sente che le parole e il massaggio stanno provocano una reazione.
C’è stato un tempo, quattro anni prima, in cui nulla avrebbe funzionato. La sua dedizione, di cui si dichiarava così felice, lo aveva reso allo stesso tempo, per lei, impotente. La fioritura del suo spirito lo esaltava. Mi indurisci il cervello, le diceva, ma il mio cazzo non ti trova più appetitosa. Gliel’aveva confessato, alla fine. Che non aveva perso il desiderio o la capacità fisica di metterlo in atto, che il cazzo gli funzionava ancora, ma non con lei. Con altre, non con lei.
Chissà come sarebbe finita, se una notte, furiosa e disperata, non gli avesse confessato che anche lei si era presa altrove il piacere che da tempo lui non voleva più darle. Se avesse girato sui tacchi, invece di rispondere come aveva fatto, usando quelle parole sporche, banali, oscene, alle sue domande sempre più precise…
─ Te la menavi come un’invasata, mentre lui ti chiavava.
─ Sì. Mentre mi montava come un animale.
─ Come un animale. Cristo, ti ha morso.
─ Sì, mentre mi riempiva, mi ha affondato i denti nella schiena.
─ Bestiale. Sì, così, toccami i coglioni. Adesso te lo infilo, puttanella, adesso sentirai se non ti apro il culo.
E infatti il pene è tornato cazzo, lei deve solo piegarsi, rilassarsi, accoglierlo, sentire crescere il proprio piacere, strettamente intrecciato al suo, sempre più duro, i colpi, il sesso, la vita, dura e tesa, tenera e umida, debordante. Quando la pelle si fonde nella pelle non servono più le parole, oscene, d’amore, la parola ammutolisce davanti alla musica dei corpi.

─ Ti vuole sua. ─ sono le prime parole che le dice, quando si ritrovano, lei in accappatoio, lui già rivestito, nel salone in cui l’ha attesa per gran parte della giornata.
Lei si limita a sorridergli, accomodandosi sul bracciolo della sua poltrona e accarezzandogli la mano, intrecciando le dita alle sue.
─ Forse è meglio chiuderla, questa storiella, che ne pensi?
Il bel volto di lei freme e si accartoccia, come un foglio di carta troppo vicino al fuoco.
─ Ti dispiace.
─ Sono sorpresa. Non me l’hai mai chiesto prima.
─ Sei diversa, questa volta.
─ Io o tu?
La guarda con quieta mestizia. È incapace di atti drammatici.
─ È un no?
─ … Non ti desidero nella cecità della fiducia…
Lui sorride.
─ Joyce. Usi contro di me le mie armi. Cattiva ragazza. Perché non ti desidero nella cecità della fiducia. Ma nell’inquieto, vivo, tagliente dubbio. Tenerti avvinta, senza legami, nemmeno d’amore, essere congiunto a te in corpo e anima nella più estrema nudità. Ti sei innamorata di lui?
─ Non è da te, una domanda così insensata.
Lui abbassa e scuote leggermente la testa. Ride sconsolato.
─ Cosa è successo alla dolce studentessa con l’anima a fior di pelle?
─ Ha incontrato te.
─ Che razza di assassino sono.
Lo era. Un assassino, un killer.
Le aveva mostrato il doppio fondo sul baule del mago.
Nella più estrema nudità. L’apprendistato era stato feroce. L’approdo esaltante e pauroso.
Non c’è più un indietro al quale tornare, ma il viaggio è appena cominciato.
Nemmeno d’amore.
Si china a baciarlo.
─ Perché ora quel sorriso?
─ Sono felice.

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Sirene cannibali

Noi fatte di niente, tenute in piedi solo della nostra colossale voglia di ammazzarci. Lentamente, il più lancinante possibile. Noi, crampi ai polpacci e immani carenze di potassio, di magnesio, di tutto.

Tu che strizzi gli occhi, Ma’, ogni volta, entrando qui, credi che non me ne accorga? Che ti aspetti ancora, da me?

Noi, mi hanno tolto di nuovo il pc e il telefono, cazzo, noi, quando arrivano le quattro, e le cinque, e le sei, e le sette, quando me la danno questa cazzo di sigaretta?, noi che contiamo le nutrizioni, che parliamo sempre di vomitare o di non vomitare, con chiunque, e abbiamo perso da un pezzo ogni decenza, anche quella di nasconderci a crepare in un buco nella terra. Noi che ci scattiamo foto, intere gallerie degli orrori che pubblichiamo su facebook, tra le immagini di quelle bellissime principesse tristi che in fondo ancora ci sentiamo, noi arpie sghignazzanti sulla faccia di qualunque stronzo si azzardi a mettere un “mi piace”. Ma nessuno da tempo lo fa più.

Noi entusiaste, ogni mattina prima dell’alba, puntuali al binario a prendere il nostro treno per l’agognata Auschwitz, per Dacau, per la nostra privata Treblinka, noi gole spezzate, lacerate dai nostri stessi artigli, noi polsi stuzzicadenti e vene ulcerate da troppi aghi, noi fighe aride e umori perduti.

Noi nemiche sorelle, che ci affoghiamo a vicenda in terrorizzati abbracci, vi sfidiamo dai nostri lebbrosari, e poi ci ripariamo dietro barricate dei polpacci sfibrati, di gomiti appuntiti, di menti che bucano la pelle, di lividi dove ci legano i polsi. Ci contiamo i dolori, i giorni, le ore, i mandarini, le sigarette, le rughe, le piaghe e i capelli, sempre meno.

Facciamo defluire il sangue dalle gengive, noi assassine compulsive, Lady Lazarus del cazzo, noi cadaveri deambulanti, teschi imbellettati. In bagno a stendere un rosso da puttana su quel che resta della polpa delle labbra e tu che non lo noti, che non riesci a guardarmi.

Il tuo odio mascherato da cura è più forte dell’amore con cui mi ammazzo?

Ma’, ce l’hai ancora nel portafoglio quella foto mia?

Che foto, dici, come se non ti ricordassi, ma la mano ti è corsa d’istinto alla borsetta.

Fammi vedere, ti prego, quella foto.

No, tienila là, fai finta di niente.

Niente, dico, lascia stare.

La vuoi vedere?

No, no ho detto! NO!

Guarda com’eri bella, mi hai detto un giorno, guarda che bella bambina eri.

Solo che non ero una bambina, avevo quindici anni e tu mi chiamavi puttana, Ma’.

Avevo dodici anni e mi ubriacavo il pomeriggio, con i soldi che ti avevo rubato, e mi masturbavo fino a sera, e tu tornavi dal lavoro e sbattevi le porte, urlavi esci da quella stanza, esci da quel letto, che cristo fai sotto a quelle lenzuola tutto il giorno? Mi amo, dicevo, ridendo sbronza. Mi amavo.

Mi hai caricato in macchina in braccio, l’ultima volta.

Noi donne di carta velina, noi femmine stracciate.

Che impressione, quanto ti ha fatto impressione, è stato come portare una bambola di stracci, un sacco di ossa, ti ho sentito piangere al telefono con tua sorella, mentre riprendevo coscienza a metà.

Prendimi in braccio, Ma’. Prendimi in braccio ancora, che quella sera ero svenuta e non mi ricordo.

Quella stronza dell’infermiera la odio, dico invece.

Se fai la brava ti spostano di qua, lo vuoi capire?, gemi tu, esasperata.

Io e il buco diretto nello stomaco, in quel che ne rimane, io fortissima, nessuno come me ha tanta forza in corpo, tanta vitalità nel morire. Te ne andrai tra poco, perché proprio non lo puoi sopportare, il pensiero che finito qui, anche oggi andrò a vomitarmi fino a svenire.

Non mi danno più cibo per bocca, non ricordo più nessun sapore, solo quello acido del fiele.

E tutti i tuoi perché, e tutti i miei perché, hanno lo stesso amaro, lo stesso acido che corrode.

Ad una massificante uniformità della sintomatologia medica che si ripete uguale a se stessa in ogni parte del mondo, corrisponde l’estrema diversità delle singole posizioni che ogni soggetto affetto da anoressia-bulimia assume nei confronti della malattia stessa.

Devi capire che hai bisogno di regole, dite tutti.

Camilla è bellissima, ha occhi di cielo. Camilla la danza l’ha incasinata, ma lei può mangiare, sotto controllo, lei non ha un buco nella pancia, né una cannula che le spara crema biancolatte nella vena centrale. Accanto a noi spaventapasseri, lei sembra una fottuta principessa, e mangia cose vere. La odiamo. Ci scanniamo tra di noi perché lei ci abbracci, per essere sue amiche, la adoriamo.

Il suo corpo resiste, i suoi muscoli si rifiutano di liquefarsi, così come le sue labbra a cuore.

Pensiamo solo all’affetto che ci manca, al cibo che ci manca. Vorremmo ingozzarci d’amore come ci abbuffiamo di tutto il cibo che riusciamo a rimediare approfittando di ignari marinai richiamati dal nostro canto di sirene agonizzanti, del cibo che rubiamo dai vassoi degli altri e persino dalle pattumiere, ed è sempre troppo poco. Amiamo solo nel momento del bisogno, del desiderio. Poi è la tazza del cesso che abbracciamo, a schizzare fuori quella spaventosa pienezza di amore o di pane e wurstel crudi. Finchè non rimangono solo filamenti vischiosi a danzare nell’acqua, a scivolare sulla ceramica macchiata, e poi ancora, fino a che il corpo si spezza nel mezzo, finchè non ci vomitiamo la linfa.

Sfinite, esauste, benediciamo il nostro vuoto, malediciamo la tentazione di restare in vita. Mai più, mai più, ci giuriamo, eruttando l’aria acida dei nostri corpi in sfacelo.

Inganniamo, non facciamo altro.

Ti amo così tanto mentre ti aspetto, Ma’. Mentre sogno che tu venga, qui al capezzale del letto a cui così spesso mi devono legare, a sfiorare la mia fronte con un bacio, a cullarmi tra le tue braccia, come quando il mio corpo era puro, quando era buono come pane caldo, e senza peccato.

Hai saputo dell’altra sera, del casino che ho fatto. Non fai altro che prendermi in giro, dici. Tu vuoi proprio morire, non è vero che ci tieni a me, che ci provi a vivere. Non ci provi per niente.

Me l’ha detta anche D, una volta, una frase così. Prima mi capiva, però, fino a un certo punto. Tenendomi le braccia, abbracciandomi forte per impedirmi di andare a vomitare la pasta al burro che mi aveva preparato, mi diceva, non è colpa tua. Tu sei il consumismo che esplode, la schizofrenia di questo mondo di merda che si manifesta, tu sei la ferita sanguinante di questa fottuta società, sei ognuno di noi, che si ingozza e muore di fame. Pensava di nutrirmi di amore e rivoluzione, il mio pazzo anarchico, di salvarmi dal capitalismo, da mia madre e da me stessa.

Ha perso su tutta la linea e qui non ci viene più, anche lui si è scelto alla fine un inganno migliore. Solo tu torni, a testa bassa, cieca come solo una cagna, come solo una madre, a cercarmi ancora tra le lenzuola.


Un bastardo felice momento

“Non si conosce mai la storia prima che sia scritta” diceva Duras, e come darle dorto? Scrivere così è da ignoranti, ignoranti della storia che stiamo raccontando, come si fa?

Come te lo dico, che mi prudono le dita, tanta è la voglia di toccarti quando mi è proibito?

Che se chiudo gli occhi mi sei addosso, bello come sei quando mi guardi e pensi, questa è tutta matta? Come te lo dico che mi mancano le tue scale e il tuo odore, che volerti mi pare così puro che non capisco davvero come potrebbe essere altro che benedetto l’averti?

Come lo dico che mi mozzi il fiato, tu che non mangi bachi e non allevi farfalle nello stomaco, potrai mai capirmi, potresti immaginare quanto è forte l’immagine, chissà poi perché quella, della tua figura all’angolo di una strada di cui non saprò mai il nome, il tuo cappotto troppo leggero con quel freddo che lucidava l’asfalto e la tua risata che ti ripuliva da ogni peccato e le tue dita, gelate per una volta anche loro, intrecciate alle mie?

Che se non avessi fatto voto di non romanticismo con te ti avrei già mandato in zona rossa l’indice glicemico, da vergognarmene, che canticchio da sola canzoni di zucchero filato rosa appiccicoso fragoloso con tanto di organetto e scimmietta con il cappellino?

Che più fai smorfie dicendo la parola amore, che più ti dichiari impenitente, più diventano verdi i tuoi occhi da temporale, più ci credo che sei davvero quello che dici, più vorrei essere quello che hai, più vorrei che tu fossi esattamente quello che ho? Senza fronzoli e senza sconti, senza bugie e senza dubbi, quello che è, quello che sei, quella che sono.

Tu che l’avresti messa al rogo la povera Emily mi fai pensare stasera alla pazza Caterina che grida:

Io sono Heathcliff! Lui è sempre sempre, sempre nella mia mente: non come una gioia, non più di quanto io lo sia per me stessa

Ecco. Ridi adesso, stronzo.


E… niente

 

Colpa tua se non so che dire. Hai preso tutte le mie scatole-parola ben impilate, quelle semplici e le più particolari, collezionate in anni di buone letture e pervicace ricerca, le hai prese una per volta, le hai aperte e rovesciate, mostrandomi con un sorriso tranquillo che niente cadeva a terra o prendeva il volo, solo quella polvere che avevo trascurato di togliere.

Mi hai lasciata così, con le mie scatole vuote e i miei coperchi inutili, ammutolita, senza regalarmi nessuna nuova illusione in cambio delle mie perdute.

Cosa potrei mai dirti adesso, quale parola potrei regalarti, da che sappiamo entrambi che sarebbe vuota di vita e di segreti, nessun ponte verso l’infinito, solo, al più, qualche ragnatela, troppo fragile per appenderci anche un sospiro? Taccio. Accolgo i tuoi occhi, le tue labbra, la tua carne, io appesantita, sopraffatta, accecata da tutti questi niente, da questi fortissimi niente, da queste urgenze senza nome, da queste verità senza definizione.

Sola, così sola, in balia di questo niente che non so più dire, a cui non so rinunciare.

 


Stare.

… potrei prolungare all’infinito questi attimi di avvicinamento, lui forse non lo sa, non si può immaginare quanto adori questo stare nel desiderio senza trasformarlo in atto, davvero non so quanto a lungo potrei protrarlo


2. Neve

─ Cazzo!

─ Che c’è?

Io sono sdraiata ormai, con le spalle alla finestra. Lui invece sta guardando fuori, con gli occhi sgranati.

─ Nevica! ─ dice.

─ Stai scherzando?

Da giorni le temperature stanno inesorabilmente scendendo, ma l’aria era asciutta fino a questo pomeriggio, e il cielo era di una qualità di turchese che raramente si vede in questa parte di mondo.

Invece ora sta nevicando. Sono le quattro del mattino appena passate, e nevica. La neve in pianura, a novembre.

Ci spostiamo entrambi sotto alla finestra, quasi con il naso contro il vetro. I fiocchi sono grandi e compatti. Cadono sull’asfalto gelato e non si sciolgono.

─ Andiamo giù?

I suoi occhi sprizzano entusiasmo.

─ E se ci vedono?

─ Sono le quattro, chi vuoi che ci veda?

─ Non lo so.

─ Dài, mettiti il cappotto. Stiamo fuori solo cinque minuti.

Sono indecisa. Sembra fare un gran freddo.

─ Dài. ─ ripete, e si sta già infilando la giacca.

Poco convinta lo seguo, recupero il mio giaccone più pesante dall’appendiabiti in ingresso, e anche un cappello. Mi vesto per le scale, mentre Elia corre giù.

Fuori l’aria è fredda ma ferma. Il vento forte dei giorni scorsi si è completamente spento.

Un fiocco di neve mi centra un occhio, appena metto piede fuori dal riparo del portone.

Elia mi prende per mano.

Facciamo qualche passo, sul marciapiede.

La strada è deserta, il silenzio è irreale, i fiocchi schioccano come piccoli baci, toccando il suolo.

Le finestre degli appartamenti sono occhi neri nel buio, vediamo una sola luce azzurrina a un piano alto di uno dei palazzi di fronte, qualcuno davanti a una televisione accesa. Ci divertiamo per un po’ a immaginare l’identità dell’insonne e cosa stia guardando: una vecchietta che guarda le replice delle sit-com pomeridiane, un uomo solo che guarda le pubblicità delle linee erotiche sulle tv private massaggiandosi il pacco, una donna che sospira sopra Casablanca, come la protagonista di Harry ti presento Sally (questa era una mia fantasia), un ragazzo che si vede un film horror in dvd (questa la teoria di Elia), due amanti stravaganti che hanno deciso di vedere assieme tutto il decalogo di Kieślowski?

Questa ultima mia lo fa ridere. Il decalogo di chi? Poi rinunciamo a fare ipotesi, e ci godiamo lo spettacolo. Osservo Elia sollevare il viso, offrendolo al cielo, e timidamente faccio lo stesso.

Il movimento dei fiocchi in caduta è ipnotico. Ci allontaniamo dai lampioni, perché al buio è ancora più bello, quella che cade sembra materia impastata di luce, capace da sola di rischiarare il cielo e la strada. Restiamo per un po’ così, mano nella mano e faccia in su.

Il freddo punge dentro le narici, ma è forte lo stesso, forte e inebriante, l’odore della neve. E lacrime calde fondono i fiocchi che continuano a depositarsi negli occhi.

Il primo bacio – forse l’unico – che ci diamo in mezzo alla strada, e poi torniamo di corsa verso il portone, ridacchiando perché fa ridere, correre tenendosi per mano, quando non si è più bambini.

Goffa e intirizzita, devo proprio essere matta, mi dico.

Una volta al riparo nel mio appartamento, ci spogliamo tremando, le dita gelide contro la pelle calda, le punture sottopelle del sangue che riaffiora, il freddo che resta nelle ossa, i denti che battono, l’abbraccio che vorrei potesse generare scintille, accendere un falò.

(stesso romanzo, un altro estratto)


1.

Per un giorno scrivo. Vinco la violenza della pagina bianca infilzando parole come coltelli.

Scrivo contro il vuoto grande e contro il vuoto nuovo (piccolo?) che ho permesso che si creasse, dimenticandomi che ci si deve sempre difendere, che non bisogna mai lasciare cadere la consapevolezza di quello che si rischia, mai pensare di non avere più niente da perdere, non è mai vero. Come non è mai reale il dirsi “stavolta sarò più forte, stavolta non mi lascerò toccare, stavolta sarò leggera e lascerò andare.” Balle.

La sua sagoma nuda che taglia la luce, davanti ai miei occhi, e io che disegno nell’aria con le dita, seguendo i suoi contorni. Continuo a rivedere questa scena. È accaduto. Una sera, non ricordo quale.

Scrivo e scrivo, dappertutto, il mio libro che vuole essere scritto, appunti sul 99 ° taccuino e poi questo, il centesimo. Comprato nuovo la settimana scorsa, un bel quaderno spesso, di carta sottile, già quasi finito. Ne comprerò uno uguale, se lo finisco, lo unirò a questo con la spillatrice, perché resti ancora il centesimo. Uno sciocco rito privato, come camminare sulle piastrelle restando al centro, come interpretare la giornata in base alla prima persona che incontri.

Verso sera divento nervosa. Sempre più nervosa, mentre le ore passano e lui.

E lui non è venuto.

Il secondo giorno scrivo di cattiveria, vado avanti di forza bruta. Non c’è incanto, tra le parole, il bianco è opaco, e niente di quello che ci metto riesce a farlo diventare luminoso, ma continuo, a testa bassa, come se non me ne accorgessi, fino alle tre del pomeriggio. Fino a che l’impotenza mi fa digrignare i denti.

Non sono andata avanti sul serio.

Scrivo, in mezzo al file della traduzione di Mrs Beardsley, parole senza senso, il tuo corpo come burro che si scioglie nel calore del mio ti voglio, e nemmeno ti manco, io che vorrei così ferocemente mancarti.

Sbuffo e cancello, passo a questo taccuino, riscrivo e ascolto i rumori per le scale, cancello e trattengo il fiato, le tue palpebre di seta azzurra, lisce, senza una piega, scrivo sentendo i suoi passi che scendono, mi tremano le mani per i suoi passi che risalgono, mi arrabbio e cancello, perchè è passato oltre la mia porta senza nemmeno rallentare.

Il terzo giorno non ci provo nemmeno, a cercare le parole.

Il silenzio è più violento di tutto, lo devo ammettere, niente è più violento dell’assenza.

Non riesco a scrivere perché penso a Elia, oppure continuo a pensare a lui perché non riesco a scrivere? Causa o effetto, non cambia niente.

Quel che è certo è che ho un contratto a scadenza, per il mio romanzo, e che non sto rispettando i tempi. E non ci sarà una proroga. Devo scrivere ogni giorno, non posso permettermi di smettere, devo scrivere sempre.

Continuo a provarci, mentre la mente, femmina e bastarda, continua a tornare a Elia, al nostro incontro, a mostrarmi una me stessa più affascinante, una me stessa rivale di quella che ora se ne sta raggomitolata come un ghiro sotto le coperte. Potessi riportarla indietro, capire che cosa ho perduto lungo la strada, conoscessi l’inganno che l’altra me ha saputo tessere, il sortilegio che ha fatto sì che un bellissimo ragazzo la desiderasse così tanto da correre a casa dopo la scuola per prenderla ancora.

Potessi almeno scriverne, scrivere dell’eterno abbandono, della tragedia dell’amore, “l’infinito dato in pasto ai barboncini”, dice Cèline. Con che diritto amore, poi. Per fortuna non esiste il reato di abuso delle parole sacre, nemmeno tra i comandamenti Dio ha dettato “non usare la parola amore a sproposito”-

Potessi farmi un pianto, almeno. Invece niente. Sono dura e grigia come terra arsa dal sole, screpolata, sterile.

Le ore passano così, tra un paragrafo scritto di malavoglia e cancellato con rabbia,  tra il caldo e il freddo, tra il mettere la coperta e il toglierla.

L’alba del quarto giorno mi trova sveglia, sfinge di gesso sotto le coperte, esausta e arrabbiata.

Apro l’armadio dove tengo i miei novantanove quaderni, ne sfilo uno dal mucchio (non sono in ordine, ovviamente, non c’è niente in ordine qui) lo apro in mezzo, a caso, e leggo.

(estratto da un romanzo introvabile)


E buonanotte ai sognatori

E ho pensato, dentro a quel bar dove alla fine i suonatori di non si sono presentati, ho pensato Dio mio guardaci, non abbiamo più niente da raccontarci. E il nodo si è stretto alla gola, e mi è parso di affogare nella birra amara che buttavo giù contro voglia, a sorsi caparbi, guardandoti mentre tu non mi guardavi, mentre non guardavi niente, perso in chissà quali pensieri, o rammarichi per suonatori assenti, per feste finite e lanterne ammucchiate in un angolo.

Con il respiro corto un po’ ti guardavo, perché capissi e mi salvassi, un po’ giocavo con i capelli a coprirmi la faccia, con gli anelli alle mie dita, con il vetro appannato del bicchiere per sembrare più distratta che disperata, per nascondere a sguardi estranei la mia voglia di gridare.

Dio, non abbiamo più niente da dirci. Se fossero venuti i suonatori, se avessero spostato le poltrone negli angoli per lasciare spazio per ballare, se avessero acceso le grandi lanterne bianche sulla terrazza e poi sul pontile, fino al pelo dell’acqua, se avessero gettato giù le lampare, se ci fosse stata gente e musica, se avessi potuto alzarmi e mettermi a ballare, sfiorando occhi e sguardi sconosciuti, cercando come sempre i tuoi, se avessi potuto strizzarti l’occhio in mezzo alle teste, e venirti vicino e accarezzarti con i fianchi e con le mani, e ridere e baciarti, non l’avrei scoperto, non l’avrei pensato, mai, o chissà per quanto, che non avevamo più niente da dirci.

Ho finito il mio bicchiere con le mani gelate e gelo nella pancia, hai detto che vuoi fare, ho detto andiamo via. Andiamo via, anche se doveva essere la nostra serata dopo tanto, anche se mi sono messa i tacchi alti e la camicia nera di seta e lo smalto alle unghie, andiamo via perché i suonatori non sono venuti, e ho troppa paura di scoprire per quanto tempo può allungarsi il nostro silenzio.

Fuori si era alzato un vento freddo di bora, eppure ho cominciato a scaldarmi, aggrappata a te, per le strade. Per le strade, essere parte di un qualcosa in movimento, di un palpitare di pensieri e passi e amori e rabbia e risate e solitudini intrecciate, ritrovare le parole, di colpo, dove sono sempre state, parlarti dell’Africa, senza nessuna ragione o appiglio, come siamo finiti a parlare dell’Africa?, non ricordo, forse il tuo fianco caldo contro di me, dirti delle stelle in Africa che non sono come qua, nemmeno un po’. Vorrei che capissi che devi andarci in Africa, non è un capriccio, quel cielo lo devi vedere, è come trovarsi un lenzuolo troppo vicino alla faccia, è un senso di affanno, quasi, trovarsi sopra al naso quelle stelle enormi che non ho mai imparato a riconoscere.

Mi mostri il Grande Carro, come la prima volta che uscimmo insieme, come ogni volta che parliamo di stelle, tu mi mostri il Grande Carro e mi dici vedi, è là, e io sì, lo vedo, ma non lo so che non lo saprò mai ritrovare.

Parlare in macchina, sul sottofondo di una cassetta di Ligabue di chissà chi, una cassetta, sì proprio una cassetta, trovata nel portaoggetti di questa macchina in prestito.

Spegnere il motore e restare a baciarci, e ridere dicendoci, peccato, davvero, che stasera i suonatori non siano venuti.


Stato di fermo

Tradurre un romanzo è un’esperienza straordinaria. Per chi scrive, ma anche per chi è – o ritiene di essere – un appassionato lettore. Tradurre vuol dire fermarsi su ogni parola, su ogni pausa, interrogarsi sulle intenzioni dell’autore, sulla sua “voce”. Dopo aver conosciuto un libro in questo modo, così intimo, mi chiedo quanto si perda, ogni volta, in una “normale” lettura.

Questo il risultato della mia prima vera esperienza di traduzione. Un gran romanzo. A prescindere.

Qui potete trovare la sinossi, informazioni sull’autore (un grande da ri-scoprire) e anche il primo capitolo.


Spoglie di biscotti

 

Mi hai portato dei biscotti. Sono senza burro senza zucchero senza uova senza conservanti senza coloranti senza grassi vegetali idrogenati, hai detto. Ti ho guardato. Hai abbassato lo sguardo. Non ti faranno ingrassare, hai detto, la testa bassa e un mezzo sorriso. Ti ho mai detto che sono a dieta? Hai voglia di fare due passi? mi domandi, tendendomi la mano. Mi alzo dalla poltrona, ti resto davanti, con la mia stupida vestaglia e le mie stupide ciabatte, e tu il tuo bel cappotto scuro e le tue scarpe lucide e la sciarpa di cachemire che di sicuro ti ha regalato lei per Natale. Eccomi, la mia vestaglia è macchiata, forse di olio o di burro o di qualche tipo di grasso vegetale idrogenato o no, non so cosa usano qui, credo che non gliene fotta un cazzo se ingrassiamo o no. La mia faccia dev’essere bianca, penso, e così nuda, con i capelli tirati all’indietro. Ti guardo negli occhi neri, con i miei blu. Mi abbracci, come se fosse inevitabile. Un abbraccio senza peso senza calore senza umidità né odore, un abbraccio che non mi farà ingrassare di un grammo. Poi mi prendi sotto braccio, quasi si direbbe che persino tu ti vergogni, di questo abbraccio indecentemente a buon mercato, di questo abbraccio da hard discount. Ci spostiamo fuori della camera, io apposta strascino le pantofole, voglio che facciano uno sconcio splat-splat sul pavimento di linoleum verde lichene, ma tu non ti arrabbi, non mi guardi storto. Raggiungiamo l’uscita. Camminiamo per un po’, in silenzio, fuori, io con gli occhi uno mezzo aperto uno mezzo chiuso. Mi tieni la mano sotto il gomito, attento, ben attento a non sfiorarle nemmeno, le bende che salgono dai polsi. Non sanguino più, ti dico. Ti ritrai, come se ti avessi sputato in pieno viso. Scuoti la testa, come a voler gettare via le mie parole. O me. Vuoi un biscotto? mi chiedi, balbettando. Trafitto. Ne prendo uno, per salvarti dalla furia della tua pena. Lo mordo, lo mastico, lo impasto di saliva, saliva ancora saliva per dargli una consistenza semi liquida che andrà giù. Ma non va. Si ferma lì, incollato sul palato, lì, mezzo inghittito. Ora muoio soffocata, penso. Mi viene da ridere, ma invece di ridere, chissà perché, piango. La poltiglia senza burro senza zucchero senza uova né grassi vegetali idrogenati mi si rovescia fuori delle labbra, gocciola densa sulla vestaglia. Ti chini, costernato, sui miei singhiozzi, ti frughi nelle tasche, mi pulisci il mento con il tuo fazzoletto. Non importa, non importa dici. Piango, piango ancora e allora mi stringi, contro il tuo cappotto, mi stringi e le mie narici trovano quello che una volta era il tuo profumo, incastrato tra le fibre, assieme all’odore di involtino primavera della rosticceria cinese di via Battisti dove ci piaceva andare, e sento il battito accelerato del tuo cuore, dentro le ossa, e sento l’odore del tuo respiro che mi scalda la guancia. Non importa dici, non fare così, non dovevo venire, scusami, scusami per favore, non potevo, ma non dovevo, lo so, è colpa mia. Le lacrime si arrestano, forse grazie a quelle parole, o forse per quell’odore di paura e dolore che ti porti dentro, sotto il cappotto, e magari nemmeno lo sai, che sei morto un po’ anche tu, assieme a me, che hai perso ogni sapore. Fanno schifo quei biscotti, dico. Lo so, dici, scusa.