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Il morso

renè

Il soffio discreto della porta, lo schiaffo delle chiavi contro il posacenere di marmo, il battere dei suoi tacchi sul legno… il tuffo allo stomaco, il brivido lungo la schiena, la contrazione al basso ventre.
Lei è tornata.
L’uomo chiude il libro che teneva aperto in grembo. Si toglie gli occhiali e li appoggia sopra il cartone telato della copertina. Chiude gli occhi. Inspira.
Il frusciare serpentino dei suoi abiti, pelle contro la pelle dei suoi pantaloni neri, il tintinnare dei bracciali, lo sbattere della cintura dell’impermeabile, mentre se lo sfila, il rullio del lungo filo di perle che porta in due giri al collo, quando si sbilancia a poggiare la borsa per terra.
Il primo passo rintocca nel momento esatto in cui l’uomo riapre gli occhi e li fissa nel quadro della porta. Ed eccola che viene avanti decisa, sciogliendosi i capelli.
La massa quasi nera segue la sua mano allungandosi densa e compatta come una stringa di liquirizia, gli sembra quasi di sentirne lo schiocco, un secondo prima di vederla ricadere, pesante e serica, sulle sue spalle. Lei gli lancia una breve occhiata e poi abbassa lo sguardo, infilandosi l’elastico nero sul polso.
─ Bentornata.
─ Leggevi?
Risponde con un borbottio, una specie di goffa ammissione. Lei si avvicina di qualche passo, piegando il capo per scorgere i caratteri impressi sul dorso del libro. Lui lo solleva per mostrarglielo.
─ L’Ulisse. Di nuovo.
─ Oggi sì.
Lei aggrotta appena le sopracciglia, e passa oltre, prendendo il suo pacchetto di sigarette rimasto sul tavolo e scuotendolo leggermente per farne scivolare fuori una. Poi apre la finestra e si appoggia sul davanzale, offrendogli la visione del suo corpo che lui preferisce, quel culo arrogante, sguaiato, popolano che una volta cercava di dissimulare, quasi vergognandosene. I pantaloni dal taglio maschile oggi invece lo enfatizzano, ma non ce n’è bisogno. È un culo impossibile da non notare, che calamita inevitabilmente gli sguardi, polposo, sproporzionato sul corpo minuto, un culo che non si lascia nascondere, né mascherare dai vestiti. Le gonne più serie tirano a ogni passo, come se le chiappe volessero straripare, quelle morbide e leggere svolazzano maliziose, minacciando in ogni istante di mostrarlo in tutta la sua indecente pienezza, i pantaloni si infilano sempre in mezzo, mostrando l’invitante profondità del solco. Sulla spiaggia, anche con i costumi più castigati, quel culo ingombrante scivola fuori a ogni suo movimento, esplicito come l’offerta di una puttana, irresistibile come il richiamo di una sirena. Ricorda ancora la prima volta in cui l’ha vista avventurarsi in aula, quattordici anni, il movimento nervoso della sua mano che scendeva di continuo ad abbassare l’orlo della felpa troppo larga, le labbra timide, le spalle appuntite, le gambe angolose, troppo magra, troppo bambina per quel culo e per quegli occhi da lupa, gialli, striati da filamenti più scuri, sangue coagulato nell’ambra.
Lei fuma quieta, alternando di tanto in tanto l’incrocio dei piedi. Sa che lo sguardo di lui non si perde un movimento, sa dell’effetto che gli fa.
Ma le è accaduto qualcosa, oggi la sua serietà sembra più una vera assenza che il solito gioco di finta noncuranza.
─ Come stai? ─ le domanda.
Lei fa un tiro profondo, poi gli rivolge un breve sorriso da sopra la spalla, soffiando fuori il fumo.
L’uomo si libera del pesante libro – edizione antica, rilegata a mano – appoggiandolo sul tavolino, ma poi non si alza.
─ Non è andata bene, dunque?
Lei solleva il busto e si volta, appoggiandosi contro il termosifone spento.
─ Tutt’altro. ─ dice.
─ Mi racconterai?
─ Certo.
─ Hai sete? O hai fame, forse? Vuoi che ti prepari un caffè?
─ No, sto bene.
La guarda finire la sigaretta e spegnerla nel solito posacenere posato sul davanzale di marmo, prima di domandarglielo:
─ Andiamo di là?

La voce ha tremato, proprio in mezzo alla prima parola.
Accorgendosene, il familiare calore della tenerezza le si spande nel petto, distende le spalle contratte, risale il collo, le solleva gli angoli della bocca in un sorriso.
Pensi di leggermi dentro, eppure lo sai anche tu che c’è una soglia, sulla quale la lama affilatissima del tuo pensiero si schianta, come un passerotto contro a un vetro.
Hai paura che oggi potrei dire no.
Non ha bisogno di dirlo, lo sa, entrambi lo sanno, giocano a carte scoperte. Potrebbe disegnarla a occhi chiusi la piega, quasi una Y, che gli si forma tra gli occhi celesti, proprio al centro delle sopracciglia folte, biondo cenere, nemmeno un pelo bianco, in fiero contrasto con i capelli precocemente ingrigiti. Può prevederlo, quel movimento poco vistoso delle labbra che si schiudono a vuoto, un aborto di parola.
Parole che non dirà mai, domande che non può fare, non lui.
Il sorriso che gli regala viene accolto esattamente per quello che è: una rassicurazione, la conferma che tutto va bene.
Lui si alza senza attendere il suo sì. Tende una mano a carezzarle una guancia. Il corpo alto e magro la sovrasta nonostante i tacchi, il suo sguardo sopra di lei ha sempre il potere di farla sentire più piccola e scoperta, una ragazzina, una studentessa davanti al suo professore, come è stato, un tempo.
La mano lunga ed elegante scivola dalla sua guancia al collo e poi prosegue, sgranando il lungo filo di perle che si perde dentro la scollatura della camicetta nera di seta. Sembra intenzionato a continuare il viaggio fin laggiù, in mezzo ai suoi seni, invece prende tra le dita la collana e la tira a sé, stringendole il secondo giro attorno al collo.
Un brivido le rotola giù fino alla curva delle anche.
Lui se ne accorge, i suoi occhi si accendono di complicità. Le labbra si aprono, poi sorridono.
─ Andiamo di là. ─ lasciando andare la pesante collana che le ricade sul petto, sfiorandole per un secondo i capezzoli nudi sotto alla seta, per poi raccogliersi nell’avvallamento tra i due piccoli monti appuntiti. Lei reagisce al furtivo sfioramento facendo guizzare la lingua sul labbro superiore.
─ Andiamo di là. ─ le ripete, contro la sua bocca dischiusa. La voce tradisce, questa volta, quell’impazienza che la fa sorridere e le fa bagnare – di nuovo – l’impalpabile triangolino di pizzo che si interpone tra la sua pelle umida e quella calda dei pantaloni.

La stanza. Non la camera di lui, non la camera di lei. La stanza senza nome. Di là.
“Di là” sono quattro mura spoglie, bianche. Un letto di ferro nero, né bello né ricercato, un vecchio letto contadino, preso un sabato mattina di un giugno lontano – quattro anni prima, quattro anni quasi esatti – da un rigattiere, le ottonature dei piedi opache e screpolate, il pesante corpo scricchiolante, ma ancora solido. Un materasso e lenzuola, bianche, al momento arrotolate nel centro del letto, dato che nessuno si dà pena di rimettere ordine qui, se non di tanto in tanto. Una sedia. Una vecchia abat jour, il gambo di bronzo a forma di sirena e il paralume panciuto come la gonna di una ballerina di can can, raso dorato con nappine ormai scolorite, sopra a un comodino di legno di noce, scuro e austero, non proprio dritto, non proprio stabile. Uno specchio opaco, con la cornice dorata che in certi punti rivela il legno sottostante, appeso al muro a un’altezza casuale, poco consona a chiunque. Nient’altro.
─ Allora, puttanella, ti sei fatta chiavare oggi?
Si è appena chiuso la porta alle spalle. Lei è in piedi, un passo davanti a lui. Gli sorride, torcendo il busto. ─ Sì.
I loro occhi si incontrano.
─ Sì?
─ Sì.
─ Te lo sei fatto infilare dentro.
─ Sì.
─ Quando?
─ Questo pomeriggio.
─ A che ora?
─ Alle tre, circa.
─ Le tre?
─ La prima volta.
Il sorriso di lui si apre.
─ Due volte, allora? O di più?
─ Due.
─ Ti sei fatta fare anche il culo?
─ No. Non ancora. ─ il fiato già corto.
─ Non ancora. Come ha potuto resistere? Non so se crederti. Spogliati. Fammi vedere.
Lei comincia a sbottonarsi la camicetta. La apre sui seni, non troppo grandi, né inesistenti. Perfetti e rotondi, i piccoli capezzoli già inturgiditi dalla carezza della seta, arrossati da altre e prolungate attenzioni. Cosa che, naturalmente, non sfugge allo sguardo che la percorre.
─ Guarda come ti ha spiegazzato le tettine.
─ Oh, sì.
─ Te le ha succhiate, eh?
─ Sì.
─ Ha mordicchiato queste due ciliegine, le ha poppate come un lattante?
─ Sì
─ Li ha strizzati con le dita, li ha presi e tirati così?
─ Oh. Sì.
─ Guarda come si è fatta ridurre, la mia canaglietta. Con le tettine tutte rosse. E la tua fighetta là sotto si inondava, mentre lui ci giocava vero?
─ Sì.
─ Levati i pantaloni.
Lei esegue. Tira giù le zip degli stivaletti di camoscio con il tacco, li sfila uno dopo l’altro, poi si slaccia i pantaloni e li spinge lungo le cosce, avvolte nelle autoreggenti leggere, quindi li abbandona per terra.
─ Le mutandine. Toglitele.
Ancora una volta, lei obbedisce in silenzio. Si sfila gli slip e fa per lasciarli cadere sul pavimento, quando lui la ferma, con un gesto perentorio.
─ Dammele.
Lui le stringe nel palmo e le strizza.
─ Senti qua.
Poi, portandosele al volto: ─ Dio. Ti sei fatta ripassare per bene. Giù, spalanca le cosce.
Lei appoggia il culo nudo sulle lenzuola, si spinge un poco indietro con la schiena, quindi solleva i piedi e li appoggia sul bordo del materasso, con le ginocchia divaricate.
Le sono rimaste solo la collana bianca e le calze nere addosso, la sua fica è spalancata, ancora arrossata e tumida.
Lui le si avvicina, lasciando cadere le mutandine di pizzo, lo sguardo fisso sul suo corpo-banchetto, sulla sua carne addobbata come per una tavola di festa, il suo corpo non più troppo magro, ora sontuoso e invitante.
Ancora in piedi, le infila due dita dentro, brutalmente. Lei tende il collo e lascia uscire un sospiro che è per metà sorpresa e per metà già piacere.
─ Senti che roba. Ti sei fatta sborrare dentro.
Lei annuisce, gli occhi socchiusi. Si morde le labbra, mentre le dita di lui la frugano con delicata sapienza, solleticano le pareti cedevoli del suo sesso, alla ricerca dei centri del suo piacere. Il pollice ora traccia cerchi sempre più stretti attorno alla clitoride già fin troppo sensibile. Quando la tocca proprio sulla punta lei non resiste e chiude le gambe di scatto, imprigionando la sua mano.
─ È incandescente, vero? Te l’ha sditalinata così tanto che ora brucia, dì la verità.
─ S- sì.
─ Apri le gambe, da brava.
Lei obbedisce, circospetta, temendo che voglia torturarla ancora, ma invece lui lascia perdere i suoi punti più caldi, anzi, sfila le dita lucide e scivolose dalla vagina, ma subito spinge il dito medio contro l’ano.
─ Sicura che non l’ha infilato anche qua?
─ No, non me l’ha messo nel culo.
─ Niente? Nemmeno un dito?
─ Il dito sì.
─ Ah… ─ infilando anche l’indice, fino in fondo.
─ Mentre mi leccava.
─ Oh. Te l’ha leccata bene?
─ Sì.
─ Te l’ha aperta con le dita per succhiarti il bottoncino, come ti piace tanto?
─ S-ì.
─ Ti ha penetrato con la lingua dura?
─ Sì. Me la baciava tutta, a momenti solo con la lingua, poi anche con le labbra, e la faccia.
─ Ci si rotolava dentro, nella tua fica. Ce l’aveva duro, mentre te la slinguava?
─ Di marmo.
─ Dimmi ancora com’è il suo cazzo. Oggi che l’hai preso finalmente dentro.
─ È…
─ Alle due.
─ Cosa?
─ Hai scopato con lui alle due.
─ Sì.
─ Avevi detto alle tre. ─ infilando un altro dito.
─ Eh? Oh, sì. Sì, oh, alle tre.
─ Duro come il marmo?
─ Sì, come il marmo.
─ Grosso?
─ Sì.
─ Più del mio?
─ No.
─ Te l’ha infilato tutto in colpo? ─ ritrovando con il pollice il piccolo promontorio tra le sue labbra.
─ Oddio… Troppo… Troppo veloce… Non stiamo correndo troppo?
Le dita che la penetrano si fermano. Lui la scruta, dall’alto, sorridendo.
─ Ha ragione, la mia bellissima sgualdrina. Racconta dall’inizio.
Smettendo di toccarla si siede sul letto, alla sua sinistra, e poi si stende sul fianco, guardandola.
─ Dove l’hai incontrato?
Lei inizia a parlare con il fiato corto, si gira a sua volta sul fianco, i volti vicini ma non tanto da riuscire a baciarsi, gli occhi negli occhi.
─ In un bar anonimo, appena fuori dal centro. Ci siamo passati davanti tante volte, ma non credo di averlo mai davvero visto, prima di oggi.
─ Ok. Come mai quel bar?
─ Me l’ha proposto lui, al telefono. È vicino alla scuola di ballo dove insegna, mi ha chiesto se mi andava di raggiungerlo per un caffè.
─ Un caffè.
Lei solleva il ginocchio destro, appoggiando il piede sulla caviglia dell’altra gamba, in modo da offrirgli la visione del suo sesso aperto.
─ Già, un caffè. ─ ride.
─ E com’era vestito? Si era fatto bello per te?
Intanto viene più vicino e infila l’indice tra le sue labbra più intime.
─ Non direi. Tutt’altro.
─ Mmm. Profumato?
─ No. Non usa profumo. Spe…spettinato anche.
─ Sicuro di sé.
─ Ma si era appena… fatto la doccia.
─ Sicuro di portarti a letto, oggi.
─ Mi sottovaluti.
─ No, mai. Il tonto è lui, semmai. Se fosse più sveglio avrebbe capito che avrebbe potuto scoparti già la prima volta che l’abbiamo incontrato.
─ Uuuh. La prima, ne sei sicuro?
─ Ti conosco. Mi hai montato come una furia quella notte, mi hai succhiato fuori l’anima, eri Lilith, eri una strega posseduta. Al suo posto, non avrei esitato a infilarti una mano sotto la gonna, mentre ti rubavo quel bacio in giardino.
Intanto il suo dito non ha mai smesso di scorrere, con sfinente lentezza, avanti e indietro.
Lei ridacchia piano, con il fiato sempre più corto.
─ È un romantico, lui.
─ Non sarebbe stato romantico regalarti un orgasmo al chiar di luna? Sei venuta la prima volta non appena ti sei impalata sul mio cazzo, quella notte, me lo ricordo bene. Due colpi al tuo grilletto ─ ma lui ora non glieli regala ─ e ti saresti accasciata contro il suo corpo in preda agli spasmi. Ma torniamo a oggi. Di cosa avete parlato?
─ Ci fissavamo, non riuscivamo nemmeno a parlare, oggi.
─ Con la bava alla bocca.
─ Ci siamo alzati come ubriachi, vacillando.
─ Sarà stato eccitato come un somaro. Con un bastone in mezzo alle gambe.
─ Credo di sì. Ha chiuso la felpa, alzandosi, nonostante facesse caldo. L’ho seguito fino alla sua auto, senza bisogno di parlarci. Aveva parcheggiato nel silos. Appena ci siamo seduti mi si è buttato addosso, baciandomi come un matto.
─ Tu l’avresti già fatto.
─ Sì, appena ci siamo trovati nella penombra avrei voluto baciarlo.
─ E vi siete fermati ai baci? Lì, nella macchina?
Lei sorride.
─ No. Ha infilato una mano dentro la camicetta, e, scoprendo che non portavo il reggiseno ha lasciato uscire un gemito, e poi ha detto, lo sapevo.
─ Non aveva fatto altro che guardarti le tette, tutto il tempo. E tu?
─ Mentre mi palpava e mi divorava le labbra, gli ho messo la mano aperta sulla patta dei pantaloni.
─ Ne ero sicuro. Gliel’hai accarezzato tutto, dalla punta alle palle?
─ Sì, con le dita e con il palmo. Sembrava lì per scoppiare.
─ E allora gliel’hai tirato fuori, dì la verità.
─ Volevo, ma lui mi ha fermato. Voleva andare a casa sua.
─ Rinunciando a una sega nel parcheggio, a sborrarti tra le dita? Aveva paura di finire le cartucce?
─ Non lo so, non credo.
─ Mettimi una mano sull’uccello, adesso.
Sorridendo, lei si piega verso di lui, che si è allungato sulla schiena lasciando la mano dove stava, solo con il palmo all’insù, l’indice sempre a giocherellare con il suo sesso. Lei gli slaccia la cintura, gli abbassa la zip dei pantaloni e poi infila una mano all’interno.
Il cazzo è semieretto, ancora morbido, in parte. Comincia a menarglielo piano, il momento è ancora delicato.
─ Quindi, a casa sua?
─ Nell’ascensore. Ha ricominciato a baciarmi, con le mani aggrappate al mio culo.
─ Ah, Dio. Poter tornare al momento in cui ho messo le mani per la prima volta su quel tuo culone.
Il cazzo, tra le sue dita, reagisce al ricordo. È successo la prima volta che si sono rivisti, dieci anni dopo il primo incontro. Lei l’aveva chiamato prof, istintivamente, come allora, scorgendolo nel foyer del teatro, ancora bello ed elegante come se lo ricordava. La cotta adolescenziale ancora così presente e vitale da farla avvampare, quando lui si era girato e aveva sorriso pronunciando il suo nome.
Aveva fatto l’amore con lui la sera stessa. Ventiquattro anni e mezzo, lui quarantonove appena compiuti. Esattamente il doppio. L’aveva fatta impazzire, aveva fatto terra bruciata, in due ore, del ricordo del sesso sentimentale e confuso che aveva fatto con tre o quattro quasi coetanei. Allora, e per mesi, la sua sola presenza, uno sguardo, la scollatura della camicetta che si schiudeva mentre si chinava sul tavolo, le sue mani che impastavano i biscotti, il solo guardarla camminare glielo faceva venire duro. Un’esplosione di virilità di cui lui stesso, quasi per scherzo, si stupiva, interi fine settimana passati a scopare, tanto che le era capitato di provare sollievo, la domenica sera, raccattando le sue poche cose nella borsa da palestra per tornare al pensionato universitario, tanto da provare poi, per un giorno o due, i postumi di un’indigestione, al pensiero del sesso. Ma naturalmente le bastava vederlo, perché quella sensazione si dileguasse. Anche a poche ore dal loro incontro, il solo guardarlo scendere dalla macchina la faceva bagnare in mezzo alle cosce.
Questo, in fondo, non è mai cambiato.
─ Non ti ha aperto i pantaloni, nell’ascensore?
─ No, ma l’ha fatto non appena siamo entrati in casa. Li ha aperti e me li ha calati giù per le cosce, e poi si è inginocchiato ai miei piedi, con la faccia all’altezza della fica e mi ha abbassato le mutandine per baciarla.
─ Per mangiartela.
─ Sì.
Ora è pienamente eretto, il suo grosso cazzo, davvero – non l’ha detto per compiacerlo – più grosso di quello del suo amante. Le sue dita scivolano leggere, aiutate dal fluido che comincia a gocciolare lento dalla punta tesa.
─ Mi ha fatto girare ─ dice.
─ Oh. Voleva il tuo culo in faccia. ─ mugola lui. ─ Si è tuffato tra le tue chiappe, almeno?
─ Sì
─ Dentro?
─ S-ì.
─ Con la lingua? Ti ha leccato il buchetto?
─ Sì. E intanto con le mani mi masturbava.
─ Sei venuta?
─ Sì.
─ Già lì, sulla porta di casa, con i calzoni alle ginocchia?
─ Sì.
─ Gli hai inondato la faccia?
─ Sì.
─ Cristo. Girati. Non ce la faccio. Dammi il culo.
Lei è ben felice di obbedire. La sua fica, torturata dalle dita di lui, esperte nell’evitare quei movimenti e quelle pressioni che l’avrebbero già portata infallibilmente all’orgasmo, pulsa ormai di un bisogno tirannico.
Si solleva sulle ginocchia, spostandosi carponi verso il centro del letto. Lui raccoglie la collana di perle che dondola nel vuoto, battendo contro le sue cosce, e la porta dietro, sulla sua schiena. Non si è nemmeno spogliato del tutto. Il cazzo spunta rigido e venato d’azzurro tra i lembi della camicia, mentre le si mette alle spalle, trattenendola per la collana.
─ E questo?
Il tono è di freddo stupore. Lei non capisce immediatamente, ha già dimenticato, ma il ricordo affiora, e con esso un’ondata di calore, vedendolo indicare la sua schiena.
─ Non è niente ─ sorride.
─ È un morso.
─ Non mi ha fatto male, sul serio. Sai che la mia pelle si segna facilmente.
─ Lo sapeva che saresti tornata da me.
─ Sì. Si è preoccupato, in effetti
─ Non troppo.
─ Bè
─ Avrà pensato che io non ti scopi più, ormai
─ Non credo, no
─ Ti ha marchiata, voleva lasciarti un segno.
Lei aggrotta le sopracciglia. Non ha bisogno di voltarsi per sapere che il cazzo che stava per impalarla ora punta sconsolato verso il materasso.
─ È stato dopo che sono venuta, quando me l’ha messo dentro, da dietro.
Mentre parla si risolleva, a cercare il contatto delle natiche contro il corpo di lui. Con la mano trova il suo uccello – quasi del tutto inerte – e comincia a menarlo, sfregandoselo in mezzo alle chiappe.
─ Me l’ha infilato tutto, ─ continua ─ fino alle palle, e intanto mi aveva tolto la camicetta e mi impastava i seni. Si muove così da dio quando scopa, come quando balla. L’orgasmo non mi aveva ancora placata, così mi sono infilata una mano in mezzo alle gambe e ho ricominciato con a stimolarmi per godere di nuovo.
Con sollievo, sente che le parole e il massaggio stanno provocano una reazione.
C’è stato un tempo, quattro anni prima, in cui nulla avrebbe funzionato. La sua dedizione, di cui si dichiarava così felice, lo aveva reso allo stesso tempo, per lei, impotente. La fioritura del suo spirito lo esaltava. Mi indurisci il cervello, le diceva, ma il mio cazzo non ti trova più appetitosa. Gliel’aveva confessato, alla fine. Che non aveva perso il desiderio o la capacità fisica di metterlo in atto, che il cazzo gli funzionava ancora, ma non con lei. Con altre, non con lei.
Chissà come sarebbe finita, se una notte, furiosa e disperata, non gli avesse confessato che anche lei si era presa altrove il piacere che da tempo lui non voleva più darle. Se avesse girato sui tacchi, invece di rispondere come aveva fatto, usando quelle parole sporche, banali, oscene, alle sue domande sempre più precise…
─ Te la menavi come un’invasata, mentre lui ti chiavava.
─ Sì. Mentre mi montava come un animale.
─ Come un animale. Cristo, ti ha morso.
─ Sì, mentre mi riempiva, mi ha affondato i denti nella schiena.
─ Bestiale. Sì, così, toccami i coglioni. Adesso te lo infilo, puttanella, adesso sentirai se non ti apro il culo.
E infatti il pene è tornato cazzo, lei deve solo piegarsi, rilassarsi, accoglierlo, sentire crescere il proprio piacere, strettamente intrecciato al suo, sempre più duro, i colpi, il sesso, la vita, dura e tesa, tenera e umida, debordante. Quando la pelle si fonde nella pelle non servono più le parole, oscene, d’amore, la parola ammutolisce davanti alla musica dei corpi.

─ Ti vuole sua. ─ sono le prime parole che le dice, quando si ritrovano, lei in accappatoio, lui già rivestito, nel salone in cui l’ha attesa per gran parte della giornata.
Lei si limita a sorridergli, accomodandosi sul bracciolo della sua poltrona e accarezzandogli la mano, intrecciando le dita alle sue.
─ Forse è meglio chiuderla, questa storiella, che ne pensi?
Il bel volto di lei freme e si accartoccia, come un foglio di carta troppo vicino al fuoco.
─ Ti dispiace.
─ Sono sorpresa. Non me l’hai mai chiesto prima.
─ Sei diversa, questa volta.
─ Io o tu?
La guarda con quieta mestizia. È incapace di atti drammatici.
─ È un no?
─ … Non ti desidero nella cecità della fiducia…
Lui sorride.
─ Joyce. Usi contro di me le mie armi. Cattiva ragazza. Perché non ti desidero nella cecità della fiducia. Ma nell’inquieto, vivo, tagliente dubbio. Tenerti avvinta, senza legami, nemmeno d’amore, essere congiunto a te in corpo e anima nella più estrema nudità. Ti sei innamorata di lui?
─ Non è da te, una domanda così insensata.
Lui abbassa e scuote leggermente la testa. Ride sconsolato.
─ Cosa è successo alla dolce studentessa con l’anima a fior di pelle?
─ Ha incontrato te.
─ Che razza di assassino sono.
Lo era. Un assassino, un killer.
Le aveva mostrato il doppio fondo sul baule del mago.
Nella più estrema nudità. L’apprendistato era stato feroce. L’approdo esaltante e pauroso.
Non c’è più un indietro al quale tornare, ma il viaggio è appena cominciato.
Nemmeno d’amore.
Si china a baciarlo.
─ Perché ora quel sorriso?
─ Sono felice.

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Sirene cannibali

Noi fatte di niente, tenute in piedi solo della nostra colossale voglia di ammazzarci. Lentamente, il più lancinante possibile. Noi, crampi ai polpacci e immani carenze di potassio, di magnesio, di tutto.

Tu che strizzi gli occhi, Ma’, ogni volta, entrando qui, credi che non me ne accorga? Che ti aspetti ancora, da me?

Noi, mi hanno tolto di nuovo il pc e il telefono, cazzo, noi, quando arrivano le quattro, e le cinque, e le sei, e le sette, quando me la danno questa cazzo di sigaretta?, noi che contiamo le nutrizioni, che parliamo sempre di vomitare o di non vomitare, con chiunque, e abbiamo perso da un pezzo ogni decenza, anche quella di nasconderci a crepare in un buco nella terra. Noi che ci scattiamo foto, intere gallerie degli orrori che pubblichiamo su facebook, tra le immagini di quelle bellissime principesse tristi che in fondo ancora ci sentiamo, noi arpie sghignazzanti sulla faccia di qualunque stronzo si azzardi a mettere un “mi piace”. Ma nessuno da tempo lo fa più.

Noi entusiaste, ogni mattina prima dell’alba, puntuali al binario a prendere il nostro treno per l’agognata Auschwitz, per Dacau, per la nostra privata Treblinka, noi gole spezzate, lacerate dai nostri stessi artigli, noi polsi stuzzicadenti e vene ulcerate da troppi aghi, noi fighe aride e umori perduti.

Noi nemiche sorelle, che ci affoghiamo a vicenda in terrorizzati abbracci, vi sfidiamo dai nostri lebbrosari, e poi ci ripariamo dietro barricate dei polpacci sfibrati, di gomiti appuntiti, di menti che bucano la pelle, di lividi dove ci legano i polsi. Ci contiamo i dolori, i giorni, le ore, i mandarini, le sigarette, le rughe, le piaghe e i capelli, sempre meno.

Facciamo defluire il sangue dalle gengive, noi assassine compulsive, Lady Lazarus del cazzo, noi cadaveri deambulanti, teschi imbellettati. In bagno a stendere un rosso da puttana su quel che resta della polpa delle labbra e tu che non lo noti, che non riesci a guardarmi.

Il tuo odio mascherato da cura è più forte dell’amore con cui mi ammazzo?

Ma’, ce l’hai ancora nel portafoglio quella foto mia?

Che foto, dici, come se non ti ricordassi, ma la mano ti è corsa d’istinto alla borsetta.

Fammi vedere, ti prego, quella foto.

No, tienila là, fai finta di niente.

Niente, dico, lascia stare.

La vuoi vedere?

No, no ho detto! NO!

Guarda com’eri bella, mi hai detto un giorno, guarda che bella bambina eri.

Solo che non ero una bambina, avevo quindici anni e tu mi chiamavi puttana, Ma’.

Avevo dodici anni e mi ubriacavo il pomeriggio, con i soldi che ti avevo rubato, e mi masturbavo fino a sera, e tu tornavi dal lavoro e sbattevi le porte, urlavi esci da quella stanza, esci da quel letto, che cristo fai sotto a quelle lenzuola tutto il giorno? Mi amo, dicevo, ridendo sbronza. Mi amavo.

Mi hai caricato in macchina in braccio, l’ultima volta.

Noi donne di carta velina, noi femmine stracciate.

Che impressione, quanto ti ha fatto impressione, è stato come portare una bambola di stracci, un sacco di ossa, ti ho sentito piangere al telefono con tua sorella, mentre riprendevo coscienza a metà.

Prendimi in braccio, Ma’. Prendimi in braccio ancora, che quella sera ero svenuta e non mi ricordo.

Quella stronza dell’infermiera la odio, dico invece.

Se fai la brava ti spostano di qua, lo vuoi capire?, gemi tu, esasperata.

Io e il buco diretto nello stomaco, in quel che ne rimane, io fortissima, nessuno come me ha tanta forza in corpo, tanta vitalità nel morire. Te ne andrai tra poco, perché proprio non lo puoi sopportare, il pensiero che finito qui, anche oggi andrò a vomitarmi fino a svenire.

Non mi danno più cibo per bocca, non ricordo più nessun sapore, solo quello acido del fiele.

E tutti i tuoi perché, e tutti i miei perché, hanno lo stesso amaro, lo stesso acido che corrode.

Ad una massificante uniformità della sintomatologia medica che si ripete uguale a se stessa in ogni parte del mondo, corrisponde l’estrema diversità delle singole posizioni che ogni soggetto affetto da anoressia-bulimia assume nei confronti della malattia stessa.

Devi capire che hai bisogno di regole, dite tutti.

Camilla è bellissima, ha occhi di cielo. Camilla la danza l’ha incasinata, ma lei può mangiare, sotto controllo, lei non ha un buco nella pancia, né una cannula che le spara crema biancolatte nella vena centrale. Accanto a noi spaventapasseri, lei sembra una fottuta principessa, e mangia cose vere. La odiamo. Ci scanniamo tra di noi perché lei ci abbracci, per essere sue amiche, la adoriamo.

Il suo corpo resiste, i suoi muscoli si rifiutano di liquefarsi, così come le sue labbra a cuore.

Pensiamo solo all’affetto che ci manca, al cibo che ci manca. Vorremmo ingozzarci d’amore come ci abbuffiamo di tutto il cibo che riusciamo a rimediare approfittando di ignari marinai richiamati dal nostro canto di sirene agonizzanti, del cibo che rubiamo dai vassoi degli altri e persino dalle pattumiere, ed è sempre troppo poco. Amiamo solo nel momento del bisogno, del desiderio. Poi è la tazza del cesso che abbracciamo, a schizzare fuori quella spaventosa pienezza di amore o di pane e wurstel crudi. Finchè non rimangono solo filamenti vischiosi a danzare nell’acqua, a scivolare sulla ceramica macchiata, e poi ancora, fino a che il corpo si spezza nel mezzo, finchè non ci vomitiamo la linfa.

Sfinite, esauste, benediciamo il nostro vuoto, malediciamo la tentazione di restare in vita. Mai più, mai più, ci giuriamo, eruttando l’aria acida dei nostri corpi in sfacelo.

Inganniamo, non facciamo altro.

Ti amo così tanto mentre ti aspetto, Ma’. Mentre sogno che tu venga, qui al capezzale del letto a cui così spesso mi devono legare, a sfiorare la mia fronte con un bacio, a cullarmi tra le tue braccia, come quando il mio corpo era puro, quando era buono come pane caldo, e senza peccato.

Hai saputo dell’altra sera, del casino che ho fatto. Non fai altro che prendermi in giro, dici. Tu vuoi proprio morire, non è vero che ci tieni a me, che ci provi a vivere. Non ci provi per niente.

Me l’ha detta anche D, una volta, una frase così. Prima mi capiva, però, fino a un certo punto. Tenendomi le braccia, abbracciandomi forte per impedirmi di andare a vomitare la pasta al burro che mi aveva preparato, mi diceva, non è colpa tua. Tu sei il consumismo che esplode, la schizofrenia di questo mondo di merda che si manifesta, tu sei la ferita sanguinante di questa fottuta società, sei ognuno di noi, che si ingozza e muore di fame. Pensava di nutrirmi di amore e rivoluzione, il mio pazzo anarchico, di salvarmi dal capitalismo, da mia madre e da me stessa.

Ha perso su tutta la linea e qui non ci viene più, anche lui si è scelto alla fine un inganno migliore. Solo tu torni, a testa bassa, cieca come solo una cagna, come solo una madre, a cercarmi ancora tra le lenzuola.


Spoglie di biscotti

 

Mi hai portato dei biscotti. Sono senza burro senza zucchero senza uova senza conservanti senza coloranti senza grassi vegetali idrogenati, hai detto. Ti ho guardato. Hai abbassato lo sguardo. Non ti faranno ingrassare, hai detto, la testa bassa e un mezzo sorriso. Ti ho mai detto che sono a dieta? Hai voglia di fare due passi? mi domandi, tendendomi la mano. Mi alzo dalla poltrona, ti resto davanti, con la mia stupida vestaglia e le mie stupide ciabatte, e tu il tuo bel cappotto scuro e le tue scarpe lucide e la sciarpa di cachemire che di sicuro ti ha regalato lei per Natale. Eccomi, la mia vestaglia è macchiata, forse di olio o di burro o di qualche tipo di grasso vegetale idrogenato o no, non so cosa usano qui, credo che non gliene fotta un cazzo se ingrassiamo o no. La mia faccia dev’essere bianca, penso, e così nuda, con i capelli tirati all’indietro. Ti guardo negli occhi neri, con i miei blu. Mi abbracci, come se fosse inevitabile. Un abbraccio senza peso senza calore senza umidità né odore, un abbraccio che non mi farà ingrassare di un grammo. Poi mi prendi sotto braccio, quasi si direbbe che persino tu ti vergogni, di questo abbraccio indecentemente a buon mercato, di questo abbraccio da hard discount. Ci spostiamo fuori della camera, io apposta strascino le pantofole, voglio che facciano uno sconcio splat-splat sul pavimento di linoleum verde lichene, ma tu non ti arrabbi, non mi guardi storto. Raggiungiamo l’uscita. Camminiamo per un po’, in silenzio, fuori, io con gli occhi uno mezzo aperto uno mezzo chiuso. Mi tieni la mano sotto il gomito, attento, ben attento a non sfiorarle nemmeno, le bende che salgono dai polsi. Non sanguino più, ti dico. Ti ritrai, come se ti avessi sputato in pieno viso. Scuoti la testa, come a voler gettare via le mie parole. O me. Vuoi un biscotto? mi chiedi, balbettando. Trafitto. Ne prendo uno, per salvarti dalla furia della tua pena. Lo mordo, lo mastico, lo impasto di saliva, saliva ancora saliva per dargli una consistenza semi liquida che andrà giù. Ma non va. Si ferma lì, incollato sul palato, lì, mezzo inghittito. Ora muoio soffocata, penso. Mi viene da ridere, ma invece di ridere, chissà perché, piango. La poltiglia senza burro senza zucchero senza uova né grassi vegetali idrogenati mi si rovescia fuori delle labbra, gocciola densa sulla vestaglia. Ti chini, costernato, sui miei singhiozzi, ti frughi nelle tasche, mi pulisci il mento con il tuo fazzoletto. Non importa, non importa dici. Piango, piango ancora e allora mi stringi, contro il tuo cappotto, mi stringi e le mie narici trovano quello che una volta era il tuo profumo, incastrato tra le fibre, assieme all’odore di involtino primavera della rosticceria cinese di via Battisti dove ci piaceva andare, e sento il battito accelerato del tuo cuore, dentro le ossa, e sento l’odore del tuo respiro che mi scalda la guancia. Non importa dici, non fare così, non dovevo venire, scusami, scusami per favore, non potevo, ma non dovevo, lo so, è colpa mia. Le lacrime si arrestano, forse grazie a quelle parole, o forse per quell’odore di paura e dolore che ti porti dentro, sotto il cappotto, e magari nemmeno lo sai, che sei morto un po’ anche tu, assieme a me, che hai perso ogni sapore. Fanno schifo quei biscotti, dico. Lo so, dici, scusa.


Cinque minuti

 

 

Cinque minuti persi, realizzò Davide, sostenendosi con una mano contro lo stipite della porta del bar. Sospeso a fissare il cronografo al suo polso, quasi che chiamando a testimonianza il suo fiato corto e le gambe stanche potesse convincerlo a rettificare la sua posizione.

Ma a nulla sarebbe servito, nemmeno se gli avesse detto che non si era fermato, che non aveva incontrato nessun conoscente nel parco, che non aveva condiviso nemmeno una parte del percorso, nessuna chiacchera, nessun fondoschiena di bella ragazza in calzoncini da ammirare, niente.

Tutto vero e tutto inutile. Si era bevuto cinque minuti.

E non era reduce dall’influenza, e non gli si erano slacciate le stringhe di una scarpa, non aveva perso tempo a cambiare canzone
sull’ ipod, niente.

Già poteva vederla, l’espressione di Milena, se di lì a un attimo le avesse detto di essere in ritardo di ben cinque minuti, uno scarto
spaventoso sul suo tempo abituale, e di non sapersene dare una ragione.

Perdi i colpi, avrebbero riso gli occhi neri della moglie.

Col cazzo, nemmeno sotto tortura te lo dico, decise.

Però, quei cinque minuti continuavano a battergli in testa come un tarlo, mentre rientrava al bar, come ogni giorno.

“Uèlà, atleta!”, lo salutò il vecchio Giovanni, da dietro la gazzetta e il montenegro. “Come è andata la corsa?”

“Alla grande”, assicurò Davide, cercando di trattenere il rodimento tra i denti esibiti nel sorriso, e intanto notando, con un solo colpo d’occhio, che la gonna di Milena, dietro il bancone, era più corta del solito, e i suoi tacchi più alti, e che, seduto al tavolino in fondo, c’era ancora quel bel ragazzo biondo.

Da quanti giorni veniva lì ogni pomeriggio?, si chiese. Forse una settimana, o anche di più.

“Davide, sei qui con noi?”

Milena lo stava squadrando con una mano puntata sul fianco.

“Scusa?”

“Ti ho chiesto se ti ricordi che oggi pomeriggio ho il
colloquio con i professori di Tommi. Ti ricordi o no, che devo andare via
prima?”

Colloquio, che colloquio? pensò.

“Sì, come no. Tempo di una doccia e arrivo.”, disse invece.

“Ok, non perderti.”

Giovanni soffiò fuori una risatina, mentre Milena
aggiungeva,  strizzandogli l’occhio:  “È peggio di una donna, quando si chiude in
bagno.”

Il vecchio rise più forte.

“Oilà, voi due!”, protestò Davide fiaccamente, con la testa
da un’altra parte.

Anche il ragazzo aveva sollevato un angolo delle labbra – ma
non gli  occhi – dai suoi libri.

E bravi, tutti a prendermi per il culo, si disse Davide, passando nel retro e infilando le scale verso il suo appartamento, ma senza
acrimonia, anzi, quasi sollevato dal fatto che lo sfottò non potesse riguardare i cinque minuti che mancavano al suo personale appello.

Quando, poco più tardi, si ritrovò con Milena nel retro, lei che si metteva il cappotto per andare a parlare con i professori del loro
figlio quattordicenne, Davide non stava già più pensando alla sua deludente performance sportiva.

Fu tanto per dire, che buttò lì: “Mi sa che il biondino si è preso una cotta per te!”, accompagnando la frase con una strizzata alle natiche ancora sode della moglie.

Milena lo guardò da dietro la spalla, senza scomporsi.

“Ma chi?”

“Eddài, non fare la gnorri. Il ragazzo che ha messo le tende
di là, da una settimana.”

La reazione della moglie lo sorprese. Invece di fingersi incredula o  mostrarsi invece lusingata, alzò gli occhi al cielo, scuotendo la testa.

“Certo che voi uomini non capite proprio un cazzo, scusa se te lo dico. Secondo te è per me, che viene?”

“E per chi sennò, per me?”

Milena non rise della battuta. Restò a fissarlo con un sopracciglio alzato per un tempo esclamativo, prima di dire “A dopo” e prendere la porta.

A quel punto, sì, ridacchiando.

È fuori, si disse Davide, rientrando nel bar.

Figurati se.

Ma lo sguardo, inevitabilmente, cadde sul ragazzo, seduto come prima al tavolino in fondo.

Non potè non notare che aveva sollevato gli occhi dai libri, sentendolo rientrare. Ma non vuol dire un cazzo, si disse.

Però ormai il dubbio era insinuato, poco da fare.

Svuotando la lavastoviglie e sistemando i bicchieri, Davide continuò a lanciare occhiate furtive verso lo sconosciuto che da un numero imprecisato ma significativo di giorni veniva a studiare al bar, ogni pomeriggio.

Quanto avrà, vent’anni?, si chiese.

In qualche modo era quello, quel suo essere così esageratamente giovane, che lo lasciava incredulo. Non che non gli fosse già
capitato, nella vita, che qualche uomo gli facesse capire, discretamente o meno, di essere interessato a lui. A quale bell’uomo non era mai successo?

E Davide, di essere un bell’uomo lo sapeva.

Di esserlo o di esserlo stato?

Il bicchiere da birra che aveva in mano cozzò violentemente con il bordo del bancone.

“Attento, che sennò la Milena poi te lo mette in conto!” lo redarguì il Giovanni, senza smettere di leggere il giornale.

“Basta che te ti fai i cazzi tuoi, spione.”, gli intimò Davide di rimando, suscitando una risata catarrosa del vecchio cliente
abituale. “Dovremmo dire al Giovanni di cambiarsi il maglione, dato che abbiamo preso le tovaglie nuove”, aveva detto, proprio il giorno prima, Milena. Ne avevano riso di gusto, allora, ma in quel momento il ricordo della battuta non riuscì a strappare a Davide nemmeno un pallido sorriso.

Quel pomeriggio, partito con quei cinque persi in allenamento, stava prendendo una brutta piega, rilevò, lanciando un’altra
occhiata al frocetto biondo.

Certo che se un ragazzo così giovane, se un ragazzo così bello si era preso una cotta per lui, che poteva quasi essergli padre, non
doveva essere ancora da buttar via, come uomo, si disse.

E anche le donne, insomma. Quando passava  correndo, tante si giravano ancora a guardarlo.

Rinfrancato da questa riflessione, gli venne la curiosità di vedere meglio quello che, secondo Milena, era il suo ammiratore. Si avvicinò, con la scusa di ritirare il bicchiere vuoto che aveva davanti.

– Ti porto qualcos’altro?

Il ragazzo sollevò la testa riccioluta e gli piantò in faccia due occhi blu denso di curaçao.

– No, la ringrazio. – rispose, abbozzando un sorriso.

Pensare quante ragazze potresti avere, con quel sorriso, gli disse Davide, tra sé, notando come erano carnose e ben disegnate, le sue labbra.

Anche lui era stato così dannatamente desiderabile, a vent’anni?, si domandò. Chissà cosa avevano pensato le donne più grandi, quando le aveva guardate in quel modo lì, chissà se qualche amica di sua madre aveva fantasticato di portarselo a letto.

A un certo punto, il sorriso del ragazzo aveva avuto una specie di fremito e si era congelato. Gli occhi si erano aperti un po’ di più,
come se un’ esplosione dall’interno li avesse spalancati a forza.

Davide sentì che gli si asciugava la bocca.

Si chiese per quanto tempo era stato lì a fissarlo.
Riscuotendosi, abbassò lo sguardo e si allontanò in fretta, senza trovare niente da dire.

Eccheccazzo, era tutto quello che  la mente riusciva a formulare. Così, slegato da ogni causa o effetto.

Confuso, turbato, irritato e desideroso di prendersela con qualcuno, con quel pomeriggio andato a male, con Milena che gli metteva in testa strane idee, con quel ragazzo che pareva un angelo incarnato, con quel ragazzo che era bello come il peccato, infilò a testa bassa la porta del bagno.

“Eccheccazzo”, ripetè, un attimo dopo, guardandosi nello specchio sopra al lavandino, dopo essersi sciacquato la faccia.

Colpa di quei cinque minuti persi chissà dove, chissà come.
Da quel punto la giornata era andata storta.

Sei rimasto lì un secolo a lumarlo, sottolineò una vocina interiore, più spaventata che arrabbiata.

E di colpo il ragazzo prese forma, si condensò come un ectoplasma davanti ai suoi occhi, e Davide scoprì che in quel momento avrebbe potuto tranquillamente dipingere il suo ritratto a memoria, per quanto ce l’aveva ben presente. Ricordava persino la forma del bracciale d’argento che il giovane portava al polso.

Si gettò altra acqua fredda sulla faccia. Gli tremavano le mani.

“Davide, che hai? Stronzo, che hai?”, si interrogò, fissando la propria immagine riflessa.

Riprese il controllo del respiro. Tutto bene, era passato. Possono capitare, no, delle giornate strane. Quella fiacchezza nella corsa
l’aveva messo in crisi. Ma domani avrebbe recuperato, certo, a costo di farsi scoppiare le coronarie avrebbe ripreso quei fottuti cinque minuti. Forse non stava bene, ecco l’arcano. Sì, di sicuro stava covando qualcosa, era accaldato, magari aveva già qualche linea di febbre.

Rassicurato, tolse la sicura alla porta del bagno. Non stava bene, ecco tutto. Un qualche virus, percezioni alterate. Niente di che, forse lo stress. Prima di uscire dalla porta, stava quasi sorridendo di sé.

Ma lui era lì.

Il ragazzo. Nel disimpegno in penombra. Lo aspettava? L’aveva seguito? Davide sentì che gli si rizzavano i capelli sulla nuca.

– Scusa – mormorò, scansandosi, deciso a non pensarci, a uscire, a tornare di là. In fretta.

Mosse un passo, si fermò, si voltò indietro.

Il ragazzo non si era spostato. Si era solo girato verso di lui e lo guardava.

Fu come cadere.

O perdere i sensi.

Davide lo afferrò alla gola con una mano, e lo spinse con violenza contro le piastrelle azzurre del bagno. Non lo spaventò il tonfo della sua nuca contro la parete, né il fischio del suo respiro fattosi difficoltoso.

Allentò la stretta, ma non lasciò la presa.

A un palmo dal suo viso continuò a fronteggiarlo, preda di un tremito nervoso, infradiciandosi di sudore, per un tempo incongruo. I denti serrati, il fragore del sangue contro i timpani, un’erezione vergognosa dentro i pantaloni.

Il ragazzo non si divincolava, non gridava – avrebbe potuto? – lo guardava e basta, ansante anche lui, ma non impaurito, all’apparenza.

Lo guardava e si lasciava guardare, con quieto interesse.

Finché gli sorrise, spavaldo, inclinando un po’ la testa di lato, a esibire, dietro le labbra schiuse, la provocazione dei denti lucidi,
della lingua polposa.

Davide si avventò su di lui.

La mano lasciò la sua gola e ghermì la guancia liscia.
Penetrò la sua bocca arresa, succhiò e morse, cercando la dolcezza inammissibile del sangue. Con la lingua, con il petto, con il bacino lo spingeva contro il muro, lo schiacciava a sentirlo tutto, duro e asciutto corpo di statua, mentre le dita volavano ai bottoni dei jeans.

Era stata la visione degli amanti – un uomo e una donna, non giovani, clandestini senz’altro, avvinghiati sui sedili di una macchina
parcheggiata fuori mano – quel pomeriggio, mentre correva.

Un senso improvviso di disagio, come un piccolo vuoto d’aria incontrato in volo. La coscienza di non sapere più come ci si sentisse a essere come loro, senza freni, dimentichi di tutto, di non saperlo più nemmeno immaginare.

Quello stupido pensiero molesto si era ancorato alle sue caviglie, fiaccando le sue gambe, non un misterioso virus.

In quel momento, nel bagno con le piastrelle azzurre, mentre si riempiva le mani dei riccioli biondi del ragazzo e lo induceva, senza incontrare resistenza, a inginocchiarsi sul pavimento davanti a lui, Davide se ne ricordò.

Solo per un attimo.

Poi tutto si fuse in un fremito rosso, spaventoso e magnifico, come essere strappati fuori dal proprio guscio e sentire, per la
prima volta  nella vita, la carezza feroce dell’aria sulla carne nuda.

 


Carne

Seconda doccia della giornata, ma prima di andare a dormire ne farà probabilmente una terza. Una vita come la sua esige che sia un uomo estremamente pulito, fuori se non altro. Nessuna concessione alla vanità, questo no, non ha mai avuto bisogno di abiti di buon taglio o di profumi, men che meno di creme idratanti o di trattamenti estetici. Morirebbe di vergogna a presentarsi da un’estetista. Il senso del ridicolo lo tiene al sicuro.

Ma è importante essere pulito, questo sì. Acqua e sapone, shampoo, dentifricio e spazzolino e cambi frequenti di biancheria, è il minimo sindacale, ma in questo è preciso. Quasi rituale, a volte gli sembra di esserlo e allora ci pensa e si concede qualche piccola trascuratezza, tanto per rassicurarsi sul fatto di avere ancora il pieno controllo. Ma essere puliti è davvero il minimo: togliersi di dosso sudore, umori, profumi e creme idratanti non suoi. Non suoi, certo. È anche un discorso di sicurezza, di riduzione del rischio, oltre che di rispetto.

Oggi si fa anche la barba. Su questo aspetto non è così puntuale, ma se non altro tiene a mente a quali donne irrita, la rudezza della sua guancia, e a quali invece non da nessun fastidio. Di solito si adatta. Non sempre, mai dare troppa importanza alle aspettative degli altri, ma abbastanza spesso da guadagnarsi la gratitudine di chi sa apprezzare le sue attenzioni particolari.

Che non si limitano a questo, ovviamente. Di ognuna ricorda zone erogene, colori preferiti della biancheria, quale dei suoi maglioni hanno mostrato di apprezzare, quale genere di conversazione le coinvolge di più, quali argomenti le intrigano.

Con una è la musica, con l’altra le filosofie orientali, con l’altra ancora la letteratura, una ama sentirgli rivangare i suoi trascorsi sportivi, l’altra si diverte a sentire le sue storielle, aneddoti su altre donne (accaduti nel passato, naturalmente, sempre nel passato…) o su vecchi amici.

A quella che è appena andata via, Anna, che come tutte le altre pensa di essere speciale – anche se come già altre hanno fatto e faranno, sta giocando al ribasso, ribadendogli più del necessario, tra il serio e il faceto, che sa di non esserlo affatto – piace ascoltarlo parlare della sua famiglia, della sua infanzia, di tutto ciò che lo fa apparire vulnerabile. Durante quei racconti (veri per quanto riguarda i fatti, a volte si limita a gonfiare appena le proprie reazioni, quando gli sembra che uno sguardo triste che si perde nel vuoto possa smuovere qualcosa a proprio vantaggio) lei lo ascolta seria e dimentica il suo gioco, non finge allora che non le importi, non lo sfida a provare a ferirla, a dirle che la sua presenza non ha più valore di un buon pranzo, nell’economia delle sue giornate.

Forse è addirittura così intelligente da sapere che lui non ci casca, che non c’è strategia che lei possa mettere in piedi che lui già non conosca, che più lei fa la dura, più si mostra disincantata e fredda, più lui la immaginerà, comunque, coinvolta.

Quanti contorcimenti. Che sciocchezza inseguire ciò che ti ferirà, come se si potesse davvero arrivare pronti. Quanto ci guadagnerebbe, anche Anna, accettando semplicemente la piacevolezza dei momenti che trascorrono insieme, senza domandarsi cosa manca, senza pretendere quello che la sua mente femminile e romantica le suggerisce che dovrebbe essere.

Se va avanti così arriverà – arriva sempre – il giorno in cui lui dovrà guardarla piangere, dovrà ascoltare mentre lo accusa di essere esattamente il mascalzone che ora sembra divertirla tanto. La scena madre non lo coglie mai impreparato. Ascolterà anche lei, fa parte del gioco, provando a consolarla. Ci proverà sul serio. Nessuna crede mai che lui ci provi sul serio. Che lui sia davvero dispiaciuto, ma in effetti, in quei momenti, quasi sempre lo è. Spesso, almeno. Dispiaciuto.

Si sposta in camera da letto. Apre l’armadio, massaggiandosi la pelle liscia del volto.

La donna di questa sera, Katia, non sa ancora se pretenda o no le guance ben rasate. Non è nemmeno certo che lo scoprirà, anche se i segnali sono buoni.

La serata sarà elegante, forse. Vernissage più cena. Non che lui pensi di conformarsi, non lo fa mai. Si vestirà come al solito. Magari il cappotto nero e il maglione nero leggero. Il nero è sempre adatto, dicono.

Ad Anna, che se ne è andata da poco, piace molto. Il nero, i profumi orientali, i baci sul collo, la bigiotteria tintinnante, le canzoni malinconiche. Le piace essere carezzata, ma anche presa con brutalità, non chiede di essere coccolata a lungo, dopo, ma le piace parlare e anche ridere, durante.

Le ha detto, carezzandole la schiena, che quella sera sarebbe andato a cena dai suoi. Una bugia inutile, in verità, dal momento che Anna ha un convivente, e che di sera non si incontrano mai, né si telefonano, nulla. A volte però lui mente anche in modo preventivo, per evitare domande.

Lei non ne sarebbe per niente felice. Ne hanno discusso a lungo, diverso tempo prima, e quella volta gli ha fatto promettere che la informerà, quando ci sarà un’altra donna nella sua vita. Naturalmente lui non ci pensa nemmeno. Non che si diverta a mentirle, o a mentire in generale, non è quel tipo di persona, non è un bugiardo compulsivo. Semplicemente, a volte crede sia necessario prendersi carico dei bisogni inespressi degli altri: il suo bisogno, di Anna, non è quello di sapere; chiedendo voleva anzi ottenere quello opposto, voleva essere rassicurata.

Così lui ha fatto, l’ha rassicurata sul fatto che non ci sia nessun’altra nella sua vita, al momento e che quando (non se, lei ha insistito, giustamente, sul quando) ci sarà una nuova donna all’orizzonte lei lo saprà.

Le ha detto la cosa giusta, l’ha vista rasserenarsi, lei ha smesso di stare sulla difensiva, di provocarlo, a quel punto. L’ha fatta stare meglio. Se non è questo che significa tenere a qualcuno…

Lui vuole che le donne che gli fanno compagnia (non pensa mai a loro come alle sue donne) stiano bene, che si sentano a loro agio, che non si sentano usate, che godano, che siano felici: cos’altro si può pretendere da un uomo?

Non si può domandargli di ferirti deliberatamente, dicendoti quello che ti farà stare male, e poi di restare lì a guardarti soffrire. Decisamente troppo. Inutile, autolesionista, eccessivamente e ingiustificatamente drammatico. Perché poi? Cosa ci avrebbero guadagnato, entrambi, se oggi le avesse rivelato che questa sera ha un appuntamento con una vecchia amica? Lei avrebbe voluto sapere di più, e allora avrebbe dovuto dirle che Katia è molto attraente, che non la vede da dieci anni, che dieci anni fa era poco più che una ragazzina, che adesso invece è una donna bella e sexy (almeno a giudicare dal ricco set fotografico che ha messo su facebook).

E, per restare fedele alla promessa di verità, dovrebbe anche ammettere di essere stato lui a chiederle l’amicizia, qualche mese prima, dopo aver visto la sua foto, in una di quelle notti in cui l’insonnia lo tiene alzato senza motivo, a ingannare la noia cercando su facebook i nomi di tutte le donne attraenti che ha incontrato nella vita. Tutte quelle su cui si è fatto una fantasia, le passanti, le ha chiamate De André – ricamandoci poi su più del dovuto, come gli piaceva fare.

Anna, poco alla volta, tra una risata e un’insinuazione, gli avrebbe fatto raccontare tutto (in fondo non è mai stato difficile farlo parlare, è una debolezza e lo sa, ma gli piace raccontare delle sue conquiste), dai messaggi che si sono scambiati, lui e Katia, sempre più personali e intriganti, agli sms, le telefonate e infine l’appuntamento di stasera. Intanto, tra una sua mezza ammissione e una reticenza, Anna farebbe un velocissimo calcolo mentale, realizzerebbe in pochi istanti che il suo approccio con Katia è avvenuto praticamente all’indomani della prima volta che loro due hanno fatto l’amore, e si direbbe, deragliando nella solita logica comune femminile: non gli sono bastata nemmeno per pochi giorni, non ho riempito i suoi pensieri, non sono stata protagonista assoluta delle sue fantasie nemmeno per una cazzo di settimana.

Questo la ferirebbe. Magari fingerebbe il contrario, ma le si leggerebbe negli occhi, come un sacco di altre cose, che le piaccia o no.

Invece così oggi è andata a casa contenta, l’ha baciato con trasporto sulla porta, le sue dita sottili sono rimaste a lungo intrecciate alle sue, fino a che non è stata sul pianerottolo.

Una mano ben giocata, insomma.

E ora Katia, il suo volto da studiare, il suo profumo che ancora non conosce, il suono della sua risata, che sarà cambiata, forse, in questi anni. La ricorda come una ragazzina ossuta con gli occhi enormi, ora appare come una donna sofisticata. Colta, anche, ottimi gusti musicali, tanti amici, una vita sociale ricca, una donna ricercata, ambita.

Sorride, infilandosi il maglione nero. Raccogliendo le chiavi, le sigarette, il portafogli. Sul tavolo della sala da pranzo c’è un bicchiere mezzo pieno di vino rosso. Sul bordo del bicchiere un alone di rossetto. Sovrappensiero lo raccoglie e finisce il vino. Perché chiederlo, se non ne hai voglia, si dice, parlando ovviamente ad Anna. Poi ci pensa un attimo e torna a rilavarsi i denti.

La sala dell’esposizione è ridicolmente vasta per quei quattro quadri di un perfetto sconosciuto. La cosa per un attimo lo spaventa. Sarà difficile non dare nell’occhio, entrando, ci sono solo poche persone là dentro, assieme a Katia. La riconosce subito, dalle foto che ha studiato. Alta, magra, in dolcevita e pantaloni neri, i lunghi capelli castani sciolti sulle spalle, rossetto scarlatto sulle labbra carnose. Tacchi alti. Una bellezza.

Al momento sta parlando con una donna anziana che le arriva al petto, per cui deve tenere la testa chinata. Lui ne approfitta per studiarla attraverso la porta a vetri, ammirare le dita lunghe agganciate alla tracolla della borsetta, sicuramente firmata. Anche il cappotto sul braccio sembra un capo di lusso, a occhio e croce. Che fosse ricca, comuque, lo ricordava. Lo erano quasi tutte, le sue allieve. L’equitazione è ancora uno sport per privilegiati. Lei era particolarmente portata per il dressage. Un’eleganza innata.

Dio, che caldo. Un lieve capogiro gli fa afferrare la maniglia della porta. Eppure ha mangiato, a pranzo. Dev’essere colpa del mezzo bicchiere di vino buttato giù in fretta prima di uscire. O del riscaldamento a palla in quell’atrio. Per un attimo si sente le ginocchia molli. Poi, per fortuna, la spiacevole sensazione di perdita d’equilibrio passa. La sua fronte però si è imperlata di sudore.

Se l’asciuga con il dorso della mano, non avendo un fazzoletto, e poi spinge il battente della porta. Neanche a farlo apposta, Katia solleva in quell’istante la testa, il suo sguardo lo intercetta immediatamente.

─ Marco!

Marco sorride, si avvicina tendendole le braccia. Il rossetto di lei è davvero fiammeggiante, si fa fatica a guardarlo, accidenti.

Lei gli vola letteralmente tra le braccia. Bene. Tutto procede nel migliore dei modi.

─ Che bello rivederti! ─ gli sta dicendo, baciando le sue guance sbarbate ─ Quanto tempo è passato!

─ Eh già. Meno male che c’è facebook!

Lei ride. No, non la ricordava così la sua risata. Non la ricordava proprio, a dire la verità, ma l’impressione ora è che abbia troppi denti, e gengive troppo rosse. Forse è il rossetto che è sbavato, o qualcosa del genere.

Marco deve strizzare gli occhi, all’improvviso fa fatica a mettere a fuoco.

─ Tutto bene? ─ dice lei.

Sorride. ─ In verità qui dentro fa molto caldo. No?

─ Trovi? Non mi pare, ma io sono una freddolosa. Togliti il cappotto.

Marco obbedisce, annuendo. Troppo, troppo caldo.

─ Vieni, ti presento l’artista.

Artista. Che parola odiosa. Che caldo.

E il profumo di Katia. Profumo? In verità è un’odore. Possibile che venga da lei? Per un attimo teme di essere lui a emanarlo, invece. Sta sudando, anche con il solo maglioncino leggero addosso. Ma quest’odore. Eppure gli sembra proprio che provenga da lei. Dolciastro, nauseante. Odore di macello.

Scuote la testa. L’odore è sparito.

Parole si affollano nella testa: tumore al cervello, ictus (può essere?), infarto… Cos’è che ti fa sentire odori che non ci sono? Cervello. Deve avere a che fare con il cervello.

Un uomo intanto si sta avvicinando. Barba lunga, capelli lunghi, jeans larghi e cappello borsalino. Sciarpa di seta a righe colorate. L’artista.

Nelle mani ha due bicchieri di plastica trasparenti. Dentro un liquido paglierino. Vino bianco, probabilmente.

─ Katia, tesoro

─ Samu, ti presento Marco, un vecchio amico.

─ Come stai, caro? Grazie di essere venuto!

Frocio fino al midollo.

Marco sorride, annuisce indicando vagamente i quadri alle pareti, con ampi movimenti della testa.

─ Fatti pure un giro con calma. Katia, mi aiuti un attimo con i cartellini? Ti spiace se te la rubo? Non sarà per molto.

─ Figurati.

L’artista gli molla in mano uno dei bicchieri, a titolo di premio di consolazione, forse. Katia si scusa stringendosi nelle spalle. Ha una bocca enorme, non se ne era accorto prima. Ma è davvero sproporzionata, forse da lontano non si nota, ma da questa distanza sembra tutta bocca, il resto della faccia scompare.

Marco mormora qualcosa, sorride un po’ spaesato.

─ Torno subito! ─ gli dice Katia, prima di correre via. Lui solleva un attimo il bicchiere in risposta al cenno dell’artista, che deve portare un cappello un paio di taglie più piccolo, come minimo.

I quadri rappresentano chiazze di vomito. Non ci sono altre possibili interpretazioni, forse si potrebbe giocare a indovinare quali cibi semidigeriti dovrebbero nascondere, tutt’al più.

Una risata scoppia al suo fianco. Non l’avrà mica detto ad alta voce? Ha quasi paura a voltarsi. Quando lo fa, però, non c’è nessuno, la donna che ha riso – assomigliava alla risata di Anna – è già andata via. Sovrappensiero butta giù un sorso di vino. Orrendo ma ghiacciato, almeno.

È la seconda volta che pensa ad Anna, da che è uscito di casa. Mentre guidava verso il centro gli è sembrato di vederla, nello specchietto retrovisore, alla guida dell’auto dietro la sua. Ma era solo un miraggio, la piccola utilitaria rossa aveva accostato subito dopo. Non era riuscito a vedere bene la persona al volante, ma escludeva che fosse lei, sarebbe stata una coincidenza davvero improbabile. A quell’ora lei doveva essere a casa, a recuperare il lavoro perso, dato che aveva passato buona parte della mattinata con lui. Una macchinetta rossa uguale alla sua, tutto qui. E una risata molto simile, ora.

Ma che diavolo. Marco strizza gli occhi: quel quadro non è ancora asciutto, la vernice cola ancora. Lenta, lucida, viscosa vernice rossa. Può immaginarselo così bene, il sedicente artista, che sbatte barattoli di vernice a caso sulle tele fino a stamattina, ghignando al pensiero dei babbei che se le sarebbero comprate. Ma tu pensa. Neanche lo sforzo di prepararle per tempo, le sue ciofeche.

Cristo. La testa gli gira da matti, adesso. Non doveva bere altro vino. Deve uscire.

─ Eccomi.

Katia è tornata, e con lei quell’odore. ─ Ti piacciono?

Nauseante. L’odore, i quadri. Nausea.

─ Sono… impressionanti ─ balbetta, cercando con lo sguardo la via più breve verso l’uscita. Lei lo trattiene per il braccio

─ Stai male? Sei pallido.

Ecco, ora sì, se mi dici che sono pallido sto male di sicuro, cazzo.

─ Magari uscirei un attimo.

─ Daì, ti accompagno.

─ Sei gentile, non c’è bisogno.

Quell’odore, di colpo più forte. Carne cruda. Uscire in fretta, da solo, per non vomitare.

Ma sente che lei lo segue, infilandosi in fretta il cappotto. Fuori, Marco attraversa l’atrio quasi di corsa. Poi, nel cortiletto interno, finalmente respira a pieni polmoni e gli pare di recuperare il controllo. Silenzio, aria, frescura.

Ma ecco che, di colpo, lo spazio si affolla. Un gruppo di ragazze arriva ridendo forte. L’odore lo assale, piegandogli le ginocchia. Mani – dita lunghe – lo afferrano per le spalle.

Sente pronunciare il suo nome, prima di crollare in ginocchio.

Poi, chinato, vede polpacci. Rossi e bianchi, lucidi. Carne e legamenti, polpacci crudi, pensa. Non ha senso. È follia. Polpacci spellati. Muscoli rossi lucidi, puzzo di sangue. È la fine.

È così, allora, che succede.

Morire.

Il dolore nella testa è una creatura viva. Rosicchia, morde, mastica.

Marco lascia uscire un gemito che è quasi un guaito.

Poi una voce pronuncia il suo nome. Una voce che riconosce, senza aprire gli occhi. Anna.

Cautamente, Marco solleva la palpebra destra. Si lascia ferire dalla luce, per tutto il tempo che ci vuole ad abituarsi, a tollerare la nuova fitta alla testa.

È sdraiato in un odore inequivocabile. Ospedale.

Finalmente riesce a vedere la stanza, e lei. Sta armeggiando con una borsa, con una sua borsa, quella che usa per la palestra.

─ Anna.

─ Ehi. Bentornato.

─ Che cosa? Cosa?

─ Alla tua età dovresti lasciare perdere gli acidi. ─ Anna ride. ─ Come stai?

─ La testa. Cazzo. È tremendo.

─ Ti chiamo l’infermiera. Ti stanno riempiendo già di roba, sai? Via flebo. Ogni tanto cambiano sacche. Ma ora la chiamo, per la testa.

─ Aspetta. Cos’è questa storia dell’acido?

Anna si avvicina, sorridendo.

─ Non lo so. Il medico pensava che fossi strafatto. Ma aspettano gli esiti degli esami del sangue. Potrebbe anche essere lo stress, ha detto. ─ Lei non sembra preoccupata. ─ Sono andata a casa tua a prenderti dei vestiti, spero che non ti dispiaccia. Ti ho preso le chiavi dalla tasca.

─ No, non mi dispiace. Aspetta. Ah, la testa. Brucia.

─ Vado a cercare l’infermiera.

Qualche minuto più tardi, con l’incendio nella testa parzialmente domato, Marco comincia timidamente ad intrecciare pensieri.

─ Come sapevi che ero qui, tu?

─ Mi ha chiamato quella tua amica spilungona. Ha fatto l’ultimo numero che avevi composto sul cellulare e… eccomi qua.

Si stringe nelle spalle. Amica. Katia. La carne. Un brivido corre lungo la sua spina dorsale. Immagini rosse.

─ Dio mio.

─ Che c’è?

─ È stato… Non so neanche come descrivertelo.

Anna è seduta sul bordo del letto. Ora, guardandolo negli occhi, gli prende la mano e la stringe.

─ Non penserai anche tu che ho preso qualcosa.

Lei scuote la testa. ─ Ma no ─ ma non sembra convinta.

─ Su. Non fare quella faccia. Non ti mentirei su una cosa così.

Anna sorride, ma a bocca chiusa, e distoglie lo sguardo. Pessima scelta delle parole. Il verbo “mentire” avrebbe fatto meglio a evitarlo.

─ Mi hanno drogato.

Il sorriso si allarga sulla bocca di lei. Anche Marco riderebbe, se a dirlo fosse un altro. Se quelle visioni non stessero riemergendo, adesso, in tutta la loro truculenta vividezza. Dio santissimo, quel puzzo di morte, quella carne esposta.

─ Mi hanno drogato ─ ripete. E la mente riprende, tra il dolore e le visioni, a cercare collegamenti, a tirare fili. Chi. Come.

Anna tace, lo guarda quieta. Chi ti ha drogato, perché non lo chiede?

Marco si solleva un po’ sui cuscini. La guarda meglio. Ha gli occhi arrossati, gli sembra pallida, stanca. Anche questa mattina aveva l’aria così sbattuta? Pessima scelta della parola, ancora. In ogni caso non se ne è accorto, non ci ha fatto caso.

Le labbra sono nude, non porta rossetto. Di colpo rivede il bicchiere, sul tavolo. Pieno a metà di vino. Che lei aveva lasciato? Perché adesso invece gli sembra di ricordare che l’avesse finito? Se ne è versata ancora, mentre lui non la guardava? Mentre lui era in cucina a preparare il caffè, forse.

─ Cristo, potevo ammazzarmi, con la macchina.

Di qualcosa si deve pur morire.

L’ha detto davvero? Le labbra non si sono quasi mosse, ha parlato in un soffio.

─ Cosa hai detto?

─ Ho detto: non so cosa vuoi dire.

─ Come sai che è alta?

─ Chi?

─ Katia. Hai detto “la tua amica spilungona”. Come fai a saperlo?

─ Perché era qui, quando sono arrivata. Ha seguito l’ambulanza. L’ho rimandata a casa io. Se ti spiace però posso richiamarla. Mi ha lasciato il suo numero. Che tu comunque avrai già.

La sua voce ha tremato. Anche la mano, che ancora tiene nella sua, sta tremando. Gli occhi le si sono riempiti di lacrime. Se li asciuga con la mano libera, con un gesto rabbioso.

─ Scusa. Mi sono spaventata. Ho avuto paura, quando quella voce sconosciuta mi ha chiamata dal tuo numero, quando ha detto che eri all’ospedale.

Si morde le labbra, non riesce più  a frenare le lacrime. Impossibile immaginarla mentre gli mette qualcosa – droga, veleno? – nel vino. Ora è sicuro che non troveranno niente nel suo sangue. Niente. Qualsiasi cosa sia successo… Già cosa?

─ Scusami tu. Sei stata così dolce a venire. Cos’hai detto a casa? Non sarai nei guai, qui con me?

Lei scuote la testa.

─ Un’amica mi sta coprendo, non preoccuparti.

L’ha trovata in fretta, in tutti quei mesi non è mai riuscita a…

Smettila, si ordina. Sono le tue stesse bugie che ti condizionano. Non riesci più a credere a niente e a nessuno, è questo il fatto.

─ C’era un bicchiere sul tavolo ─ dice, in ogni caso.

Lei sorride. ─ L’ho visto. L’ho anche lavato, non preoccuparti. Ho visto che era sporco di rossetto, ma ho riconosciuto la forma delle mie labbra.

Gli strizza l’occhio, maliziosa.

Anche Marco sorride, scegliendo di ignorare il nodo che gli si è stretto allo stomaco.

La stanza, grazie a Dio, odora solo di disinfettante, e del profumo orientale di Anna.

E la testa va sempre meglio, le pastiglie che gli ha dato l’infermiera stanno facendo effetto.

Carina, l’infermiera. Gambe lunghe, bel sorriso.


Sara

Il trillo del telefono esplode mentre Sara finisce di spogliarsi. Dalla stanza da bagno arriva già lo scroscio dell’acqua nella doccia.

Sara, nuda, guarda l’apparecchio. Fa un passo in direzione del bagno.

Si ferma.

Torna indietro. Solleva il ricevitore.

– Ciao. – è sua madre.

– Ciao.

– Tutto bene?

– Sì.

– Ti disturbo?

La voce della madre è bassa, arrochita. Sara fissa la punta del proprio piede nudo.

– No. È successo qualcosa? – chiede.

– No. – replica la madre – niente di grave.

– Allora qualcosa è successo.

Sara si sposta in bagno. Tenendo il cordless incastrato tra la spalla e l’orecchio chiude l’acqua nella doccia.

– Papà, dice la madre – Se ne è andato.

Sara afferra l’accappatoio appoggiato accanto al lavandino e se lo getta sulle spalle.

– Mamma, è successo quasi un anno fa.

– Un anno oggi.

– Ah.

Sara solleva gli occhi al cielo.

– Forse dovresti evitare di crearti ricorrenze dolorose. – aggiunge.

– Certo. – replica la madre – Più facile a dirsi.

– Lo so. Vuoi… Vuoi che facciamo qualcosa, che passo da te, più tardi?

– No, no. Non ce n’è bisogno. Davvero. È che stavo riordinando la cucina e mi è venuto in mente, così, all’improvviso. Guardavo fuori e mi dicevo che l’anno scorso non faceva già così freddo, di questi tempi e, sai com’è, un pensiero tira l’altro.

– Sì.

– Ma davvero non ho bisogno di niente, forse volevo solo dirlo a qualcuno.

– Capisco.

– Dirlo, in generale. Ora va meglio. Tu stai bene?

– Sì, stavo per uscire.

– Scusami allora.

– Non ti preoccupare, non sono in ritardo.

– Meglio così. Ci sentiamo magari stasera con più calma.

– Va bene.

Sara saluta la madre e appoggia il telefono sopra il coperchio della lavatrice. Allunga una mano verso la doccia, ma poi la ritrae, e si stringe invece l’accappatoio più stretto addosso.

Lentamente torna in camera e si siede sul bordo del letto. Rimane così per diversi minuti, poi solleva i piedi dal pavimento e li tira a sè, sopra al materasso. Li copre con i lembi dell’accapatoio, arrotolandoli sotto le dita contratte. Stringe le ginocchia al petto, le abbraccia strette e vi affonda la faccia.

(foto di Annarita Migliaccio)


Rien de rien

Non, rien de rien, je ne regrette rien. C’est payé, balayé, oublié Je me fous du passé

Canta a squarciagola, Lea, la sua alta figura vestita di bianco baluginante sull’asfalto lustro di pioggia, canta alle lune dei fari di passaggio, sorda al bestemmiare dei clacson. Edith nelle orecchie, le sue r che vibrano nella gola. Se ne fotte anche se è stonata, nemmeno si sente, nemmeno sente la propria voce.

Sui tacchi altissimi balla senza tremolare, ha caviglie forti, Lea, e muscoli lunghi dentro gli stivali.

Rien de rien.

E si fottano i suoi occhi da bambino.

E si fotta la sua paura da vecchio.

E si fotta la sua voce che si è spezzata dentro il telefono.

E si fottano le parole già sentite.

Ti porto via, via da questo schifo.

Lea si piega sulle ginocchia, muove i fianchi attorno a un palo invisibile, risale lenta, sinuosa, le mani dietro la nuca, i gomiti aperti, le cosce spalancate.

Balayés les amours

Et tous leurs trémolos

Tremante le ha slacciato il corpetto la prima volta. E Lea si è incantata a guardare sulle sue dita così lunghe e bianche. Le ha prese e le ha succhiate, una per volta, come caramelle, come cazzi sottili. Lo ha scelto subito, si fottano anche le regole, gli ha fatto capire subito quanto gli piaceva. I soldi li aveva già presi, ma non ne avrebbe presi più.

Ha scelto di dirglielo soltanto riallacciandosi i calzoni, l’ultima volta, le ha detto lo sai che non può andare, lo sai anche tu.

Gioco finito.

Una macchina lucida e pulita, da agente di commercio. Accosta, con i tergicristalli che vanno troppo veloci.

─ Ciao bella, cosa canti?

Lea non risponde. Ride e si piega a infilare le tette dentro il finestrino. Si è sfilata uno degli auricolari, ma le ginocchia continuano a ondeggiare sulla voce della Piaf che sale.

Una faccia nuova, dev’essere uno di passaggio.

Ni le bien, qu’on m’a fait

Ni le mal, tout ça m’est bien égal

─ Piove eh

─ Sì tesoro. Di cosa hai voglia?

─ Non so, ci vieni a casa mia?

─ No. Solo in macchina.

─ Come stai messa? Sei operata.

─ No, tutta natura, bello.

─ Me lo dai?

─ No, cheri. Cela m’est pas égal.

─ Eh?!

Lea ride.

Non è uno di passaggio, se ha casa qua vicino. Eppure è sicura di non averlo mai visto, né lui né la macchina.

─ Tesoro, te lo prendo in bocca o in culo. O se no di mano, anche se stasera sono stanca.

─  State diventando come le altre puttane. Questo no, quest’altro no! Mi sa che mi cerco una donna vera, stasera.

Il tizio la guarda male. Non le piace per niente.

Lea solleva un attimo la testa, sopra il tettuccio della macchina, e lancia un’occhiata alla Wanda, che capisce al volo e inizia ad attraversare la strada.

Il tizio in macchina se ne accorge.

─ Ma vaffanculo ─ dice e riparte facendo fischiare i pneumatici. Per poco non tira sotto la Wanda, che attacca a urlare insulti in tre lingue.

Lea comincia a ridere, sollevata.

Merde! Che serata di merda! ─ grida.

─ Hai finito di cantare eh, uccellino

─ Come sei messa?

─ Tre, non male. Volevo farmi l’ultima, ma sta pioggerella mi ha rotto il cazzo. E ho fame. Dì, quello lì non sarà mica stato quello stronzo?

─ Ma no. Era solo un frocio.

Quello stronzo. Il tizio che ha ammazzato Dadà e forse anche quella di cui hanno ritrovato il corpo troppo marcio per identificarlo. Ma quel che si sa è che era quello di un maschio con le tette, di un maschio vestito da puttana. Come loro. Comunque.

Chissà che faccia avrà uno così, uno che tira fuori un coltello e lo infila nella carne ancora viva, che magari gode nel sentire il sangue caldo che gli scorre dentro la manica. Potrebbe avere la faccia di un agente di commercio, o due occhi dolci da cucciolo, fino all’ultimo. Niente da fare, stasera tutti i pensieri vanno là.

─ Andiamo a farci un panino da McDonald. ─ propone alla Wanda.

Rien de rien.

Tanto ti ammazzano comunque.

httpv://www.youtube.com/watch?v=kFRuLFR91e4


Quel tanto di gentilezza e di sogno

Una stazione a mezzogiorno. Quattro binari, non una grande stazione e nemmeno una piccola. Stazione di medio traffico, medio scivolare e intrecciarsi di passeggeri, treni, sbattere di porte, e il treno intercity in provenienza da Milano è in arrivo dal binario tre, carrelli, valigie, rotolare di rotelle, imprecare di ritardari, pianti e grida eccitate di bambini.

Non ha potuto non notarla. L’uomo con la borsa – non troppo pesante, non troppo leggera, una borsa media – l’uomo – jeans, scarpe da ginnastica e giubbotto di pelle –  non ha potuto non notare la strana donna che sta lì sul binario uno, a qualche metro da lui, che c’era già quando lui è arrivato, e non ha l’aria di dover andare da qualche parte e non ha l’aria di aspettare qualcuno.

Non ha bagaglio, né grande né piccolo, solo una borsetta minuscola, ricoperta di perline.

É vestita come se quella mattina non avesse avuto idea di dove sarebbe andata, né di che tempo avrebbe fatto, come non avesse nemmeno ben presente in quale stagione si fosse. Ha un vestito leggero, sembra organza, a fiori, color lavanda. Un abito da battesimo in primavera, da festa di paese, da pranzo all’aperto, totalmente inappropriato al contesto, assolutamente dissonante con il maglione che ci ha messo sopra: maschile e pesante, verde scuro, foderato internamente di pelliccia sintetica, troppo grande per lei. Ha le gambe nude, i piedi dentro sandali d’ argento senza tacco, smalto rosso scuro sulle unghie. Sopra i capelli corti porta un cappello di lana grossa e intrecciata, bordeaux, e al collo una sciarpa di seta gialla cangiante. Una scelta schizofrenica, ma lei, in qualche modo, riesce a farla passare inosservata. Nessuno si volta a guardarla stranito, nessuno ride della sua eccentricità. In molti le sorridono, invece, passandole accanto, e lei sorride di rimando, e a tutti augura buon viaggio. A parte questo non fa altro.

Non legge, non guarda il tabellone degli arrivi e delle partenze, non scruta il binario in attesa di vedere una locomotiva, non tiene d’occhio le scale che salgono dalle viscere del sottopasso, non guarda verso la biglietteria, o il bar.

È rimasta seduta a lungo su una panchina. Si è alzata, per aiutare una donna anziana a caricare il suo carretto a rotelle sulla pedana del treno regionale. La donna l’ha salutata poi con un abbraccio, le ha stretto le mani contro le guance e l’ha guardata, per un attimo, con occhi umidi, come a volersela imprimere nella memoria, come si guardano i nipotini prima di un lungo viaggio, sapendo che li si ritroverà più alti, con il viso più scavato, gli occhi più furbi, la prossima volta che li si vedrà. Quando il controllore ha fischiato, la signora anziana ha tirato fuori dalla vecchia borsa di pelle spelacchiata un mazzetto di viole e l’ha offerto alla ragazza, la quale l’ha preso sorridendo e l’ha incastrato in un occhiello del maglione verde troppo grande.

Si è allontanata per un po’. L’uomo ha temuto che se ne fosse andata, che il motivo per cui lei si trovava lì fosse scaduto senza preavviso, senza un moto di impazienza, senza un’occhiata all’orologio, senza un segnale.

Il primo binario per alcuni minuti ha vibrato dell’assenza di lei.

Finché è tornata. Senza parlare al telefono, senza risistemarsi i vestiti, senza portare un panino, o una bottiglia d’acqua, senza rovistare nella borsetta. Ha raggiunto grossomodo il punto in cui stava prima, vicino alla panchina su cui, questa volta, non si è seduta.

Qualcuno dei passeggeri in transito l’ha salutata. Un uomo robusto, con un brutto maglione a disegni geometrici ormai scolorito, con le maniche ritirate da troppi lavaggi che gli scoprivano i polsi larghi e arrossati. Una donna sola, in partenza, con una piccola valigia  coperta di adesivi in una mano e gli occhi gonfi di pianto, due suore, un ragazzo con i capelli lunghi e l’andatura strana e tracce di rimmel colato dagli occhi. Un uomo sulla quarantina, molto giovanile, con una vecchia macchina fotografica al collo.

Verso le quattro, dal sottopasso è sbucata una donna, arrancando sui gradini. Decisamente in sovrappeso, scarmigliata, sbuffava in modo pietoso. Doveva essere arrivata lì di corsa. Non portava bagaglio con sé. Aveva un grosso livido sotto a uno zigomo. Approdata sul binario uno, si è bloccata, ansimando, con le gambe gonfie un po’ divaricate, con le mani lungo i fianchi e il viso congestionato. Ha guardato verso il treno in arrivo e le sue labbra si sono tese sopra i denti, conferendole un’espressione che poteva essere  disperata o feroce.

La donna con la sciarpa gialla e i sandali d’argento si è avvicinata. Le ha sorriso, ha cominciato a parlare. L’uomo era troppo lontano per sentirle, però ha visto che la signora grassa si sforzava di sorridere anche lei, mentre grosse lacrime le scivolavano lungo le guance. Si è lasciata prendere sotto braccio, e accompagnare verso il treno, sul quale, con uno sforzo evidente come uno strappo, è salita. La donna dalla quale non riesce a staccare lo sguardo le ha infilato qualcosa nella mano, qualcosa uscito dalla borsetta di perline. L’uomo ha pensato fossero soldi.

La donna sul treno ha guardato l’altra con occhi velati e non del tutto presenti, occhi increduli e stravolti di chi è appena sfuggito a una catastrofe, a un attentato. Poi ha allungato una mano e ha preso quella piccola di lei. L’ha stretta tra le sue ─ che sembravano sporche di fuliggine, l’uomo l’ha notato in quel momento ─ senza parlare, finchè non si è udito il lamento metallico che annunciava l’imminente chiusura delle porte del treno. L’uomo è riuscito a distinguerla ancora per un istante poi, attraverso i finestrini, mentre si addentrava nel vagone con andatura incerta, un po’ barcollante, con la testa bassa, come se leggesse qualcosa.

Adesso è l’ora dei pendolari, dei passi stanchi che ritornano a casa, dei gruppi numerosi di amici occasionali che scendono ancora chiacchierando dalle carrozze ma si separano in fretta, appena giunti sulla banchina, senza guardarsi. É l’ora dei visi tirati, l’ora degli arrivi più che delle partenze.

La donna con la sciarpa gialla è ancora lì, l’uomo con la borsa sportiva anche.

Si è avvicinato, un po’. Sono a pochi passi di distanza, lui vorrebbe parlarle, ma non osa. Eppure c’è qualcosa tra loro. Si sono guardati, qualche volta, senza che i loro sguardi si incrociassero mai. Entrambi sono a conoscenza del fatto di essere gli unici a essere su quel binario, tra tutti quelli che vi transitano. Sanno che prima o poi si parleranno, ma non sembrano avere fretta che questo accada.

Lei però non sembra sorpresa, quando lui si decide.

─ Mi scusi, se la disturbo. Non ho potuto fare a meno di notarla.

─ Certo.

Gli sorride. Lui fissa le sue labbra. Le trova belle, anche se troppo grandi, forse, per il volto minuto. Trova bello anche il rossetto scurissimo, color mirtillo, che le staglia come ferite contro il bianco della pelle.

─ Lei non sembra in partenza. E non sembra aspettare nessuno. ─ le dice.

─ No, infatti. Lei invece deve partire.  Però non se la sente ancora.

─ Sì, ha ragione, è così. Dovrei.

─ A volte partire non è facile, lo capisco. Serve tempo, serve un addio.

─ Un addio dice?

─ Sì, a molti serve un addio. Per questo io vengo qui.

─ A dire addii?

─ Sì.

─ Ogni giorno?

─ No, non sempre. Quando posso. La prima volta cercavo mio padre. Non l’ho trovato, per lui era troppo tardi, però mi sono accorta che c’è sempre qualcuno bloccato qui, in attesa di un addio. A volte parte lo stesso, ma è una partenza amara, e le partenze non dovrebbero esserlo. Per esempio: quella signora anziana che non riusciva a caricare la sua valigia sul treno. Il nipote aveva promesso di accompagnarla, ma alla fine non è riuscito a venire. Lei sarebbe partita arrabbiata, e addolorata. Invece io ero qui, l’ho aiutata. Lei mi ha chiesto se mi aveva mandato suo nipote. Io le ho detto di sì.

─ Ma non era vero. ─ si agita lui.

─ Ha importanza, dice? A me piace pensare che il suo sarà un viaggio dolce, accompagnato dallo sguardo di qualcuno.

─ Ma, mi scusi se mi permetto, però poi lo scoprirà, che le ha mentito. Quando chiederà al nipote.

─ Forse. Ma allora forse non avrà più importanza. E poi non credo che chiederà. Mi è sembrata una signora così ammodo.

L’uomo è confuso.

─ E invece ha dato dei soldi a quella signora robusta, quella con il livido sulla guancia. ─ dice, dopo qualche minuto.

─ No, non soldi. Le ho dato un indirizzo.

─ Ah. La conosceva, quindi.

─ No.

L’uomo resta in silenzio. Osserva di sottecchi quella strana donna. La donna degli addii. Ha occhi grandi, grigio scuro, e zigomi appuntiti. Naso piccolissimo, piccole orecchie, e bocca carnosa, accogliente, una bocca da baci e da sorrisi.

─ E suo padre, invece?

─ Mio padre?

─ Mi scusi, non dovrei chiedere. Non sono affari miei.

─ No, nessuno ha mai chiesto, tutto qui. Per questo mi ha sorpreso. Però penso sia giusto che lei chieda. Non c’è mai niente di sbagliato nelle domande. Lei è stato colpito da mio padre, lei è il primo. Mio padre è partito di notte. Le partenze notturne sono le peggiori, fanno sempre più paura. Non so nemmeno se ha preso il treno, ma io penso di sì. Sono venuta appena ho potuto, la mattina dopo, invece di andare a scuola. Pensavo che l’avrei trovato qui, ad aspettarmi per un saluto. Invece mi sono sbagliata, o sono arrivata tardi. Credo che fosse appena partito. C’era ancora l’ombra del suo profumo, nella sala d’aspetto.

L’uomo annuisce. Lo sguardo cade sulla propria borsa, per un attimo.

─ Così lei viene qui quando può, e passa qui tutta la giornata.

─ No, di solito no. Posso stare qui un’ora, a volte, a volte due, ma altre volte passo per pochi minuti. Oggi ho dovuto telefonare al lavoro, per dire che non andavo. Però non posso farlo sempre.

Lo dice come se volesse giustificare una mancanza. L’uomo ora è davvero sorpreso.

─ Sul serio? Non è andata al lavoro, per stare qui? E come mai?

─ Per lei.

─ Ah.

─ Mi sembra che lei debba proprio partire. Però credo che abbia bisogno di un addio speciale.

L’uomo sorride, imbarazzato e confuso. Non commenta.

─ Lei deve avere un addio in mente. Da molto tempo.

Gli occhi dell’uomo si spalancano. Incredulità e riconoscenza.

─ È vero, lei ha ragione. C’è un addio. Lei ha letto Viaggio al termine della notte?

La donna scuote la testa.

─ No. Mi dispiace. Non ho molto tempo per leggere. Tra il lavoro, e il mio impegno qui

L’uomo dice “capisco”, ma sembra un po’ deluso. Forse si chiede se è il caso di parlarle di quell’addio, dell’addio a Molly, se può provare a raccontarglielo. Alla fine non lo fa.

─ Quali sono le partenze migliori?

─ Come?

─ Prima ha detto che quelle di notte sono le peggiori.

─ Ah, sì, certo. Non ci sono delle migliori, però. Ogni partenza ha il suo momento, ogni viaggio, ognuno ha la sua partenza. Personalmente, quelle che preferisco sono quelle all’alba.

L’uomo sembra d’accordo.

─ Sì, l’alba è sicuramente un classico.

─ Un classico. Sì, esatto!

Quando sorride così, la donna sembra una bambina. Le labbra si sollevano, lasciando sgusciare fuori una fila di denti grandi e bianchi. Un lampo di luce danza tra le sue ciglia.

─ Però adesso è quasi il tramonto ─ fa notare l’uomo ─ e lei dev’essere stanca.

─ No, non si preoccupi per me. Però io credo che dovrebbe prendere il prossimo treno. Il prossimo è un treno perfetto.

─ Davvero?

─ Sì. È un interregionale. Ha i tempi giusti per lei, la giusta cadenza. Arriverà tra cinque minuti.

L’uomo pare rifletterci su.

─ Così ho solo cinque minuti per salutarla ─ dice.

─ È un buon tempo per un saluto.

L’uomo sorride.

─ È lei l’esperta.

La donna ride, per la prima volta. Una risatina tenera, trattenuta.

Poi lo guarda negli occhi, in attesa.

─ Sa, confesso che mi mette un po’ in ansia. Insomma, non so cosa devo fare, ora. Non sono un esperto di saluti. Se sono qui da solo è perché ho voluto evitarli fin qui. Ho chiamato i miei, ieri sera, ma non ho detto a che ora sarei partito. E a… nulla.

─ Pensa che sarebbe venuta?

─ No. Per questo forse non le ho detto niente. Per risparmiarmi la delusione.

La donna continua a guardarlo. Le sue ciglia lunghissime si abbassano leggermente, e lentamente risalgono. L’uomo crede di sentire una carezza, leggera come il passaggio di una piuma, sulla guancia.

─ Come si fa, allora? Come dovrei salutarla? ─ mormora, sentendosi di colpo un po’instabile sulle gambe.

─ Non si preoccupi. Non c’è un modo. Quando arriverà il momento lo saprà.

L’uomo sembra sul punto di dire qualcosa. Poi ci ripensa. Distoglie lo sguardo, resta a fissare il punto da cui tra non molto si vedrà sbucare il treno.

Quindi torna a rivolgersi a lei, in modo brusco, quasi precipitoso.

─ Ora forse mi giudicherà pazzo. Però in questo momento sento di amarla. È folle lo so. Non ho mai detto “ti amo” a nessuna donna, lo sa? Ma ora lo direi a lei.

La piccola donna questa volta sorride a labbra chiuse. Sulla guancia sinistra occhieggia una fossetta che non aveva ancora notato.

─ No, non la giudico pazzo. È la sua partenza. Sono la donna giusta da amare qui, perché lei ha bisogno di lasciarsi alle spalle un amore perfetto. È l’addio che le serve.

Una voce all’altoparlante annuncia l’arrivo del treno, al binario uno.

─ È il momento. ─ dice la donna.

L’uomo tende le mani, verso di lei. Le blocca a mezz’aria, però, incerto. Sul suo viso si leggono paura e tensione, e incredulità. La donna afferra le mani dell’uomo e se le preme sul volto. L’uomo ricorda che anche la donna anziana le aveva tenuto le mani così, sulle guance.

La bacia, allora. Senza imbarazzi nè pudori, la bacia come se l’amasse da sempre, come se stesse per partire per il fronte, come se stesse per morire, come se sapesse che quella è l’ultima volta che gli è concesso di baciare una donna.

Sente che lei lo accoglie, che è tutta lì per lui, sua in quell’istante come nessuna lo è mai stata prima, sente la sua gioia, il passo rapido del sangue nelle sue vene, come una vibrazione che continua a percepire anche mentre lei si ritrae, scostandolo appena, con una pressione leggera delle labbra chiuse.

─ Ora devi andare. Il tuo treno è arrivato. Visto? Sei stato bravo.

È vero. Il treno è sul binario. Le porte già aperte.

L’uomo fa un passo indietro, tenendo gli occhi fissi sul volto di lei.

Gli sta sorridendo, tranquilla, incoraggiante. Le guance sono più rosse di prima, il rossetto è un po’ sbavato. Ne sente il sapore sulla lingua e non si sorprende di scoprire che è mirtillo.

─ Addio. ─ le dice, catturando una traccia viola con il pollice.

Lei gli getta le braccia al collo e lo stringe in un rapido abbraccio. L’uomo chiude gli occhi, affondando il viso nella sciarpa di lei, aspirandone il profumo caldo di incenso.

C’è poco tempo, lo sa. Le dita sottili si sfilano dai suoi capelli e allora raccoglie la sua borsa e sale sul treno, senza più indugiare. Gli ultimi raggi bassi del sole trafiggono la carrozza da parte a parte, avvolgendo in una morbida luce gialla i sedili polverosi, i volti stanchi dei viaggiatori del tramonto, i libri che escono dalle borse, i giornali sotto braccio, le valigie sospese, i bicchieri di carta, l’acqua nelle bottiglie, i cappotti, le mani, le ginocchia accostate delle donne con la gonna, il dinosauro blu di un bambino, il passato imperfetto e il presente semplice.


La luna Armanda

─ È allegra stasera l’Armanda, senti come canta!

Ride, la Titti, tirandosi le ciocche rosse con le forcine, strizzandole nello chignon.

Ride anche l’Armanda, spennellandosi cipria bianca sul tondo delle guance, soffice come farina, come neve appena caduta.

─ Cos’è che canta, la luna Armanda? ─ domanda la Betti avvicinandosi, nella maglietta larga tutta pizzicata di mollettoni, con le tasche piene di pennelli e lime per unghie e forbici per i ritocchi e ago e filo che non si sa mai.

Dal fondo dell’ampio petto dell’Armanda gorgoglia una risatina, che fa pensare a una colomba, imprigionata là sotto. Riprende a cantare:

─ Iiil me dit des mots d’amouuur…Dees mots de tous les jouurs

─ Quella piace anche a me! Canta Armanda, senti che bella voce, perché non canti più forte?

Ma l’Armanda abbassa gli occhi e sorride. Se è arrossita non si può dire, per tutta quella polvere di riso che le imbianca la pelle già pallida del volto, del collo e delle spalle burrose.

─ Ma dì, com’è che cantiamo canzoni d’amore stasera? ─ si abbassa la Betti, a cercarle gli occhi nello specchio.

L’Armanda stringe solo le labbra, ancora rosa chiaro, ma che diventeranno d’argento.

E non dirà nemmeno una parola.

Si lascia pettinare indietro i capelli, si lascia stendere l’ombretto iridescente, si lascia mettere le ciglia finte argentate e il rossetto coi brillantini, si lascia stuzzicare dalle domande delle ragazze, ma risponde solo con sguardi obliqui e mezzi sorrisi. Non si svendono i segreti. Quelli belli, poi. Sono come diamanti in tasca, mica si può tirarli fuori e mostrarli al primo che chiede, i segreti di uomini affascinanti e gentili, di uno sconosciuto, incontrato in un corridoio, per caso o destino, e di parole, da subito così semplici e leggere, da lasciarsi scappare un invito: verrai a vedermi in scena, una sera, domani sera?

Quella sera. L’uomo del caso, (del destino?) sarà in platea, a guardare Armanda sul palco, dietro il palco, in verità, eccetto che per la faccia, colpita da un morbido fascio azzurro di luce. Quella sua faccia tonda che di solito le fruttava un ruolo da portinaia obesa, o da vecchia grassa signora. Che invece, in questo spettacolo, e per una sola notte ancora, è il volto della luna.

Mentre si arrampica traballante sul suo trespolo, aiutata come sempre dal ragazzo delle luci, Armanda per poco non cade giù, per l’agitazione.

─ Ehi, piano, attenta! ─ dice lui, con occhi grandi di paura.

─ Sai che buco farei per terra! ─ e ridono entrambi, cercando di non farsi sentire al di là delle quinte.

Difficile distinguere qualcosa, nel deserto d’ombra della platea, ma forse è meglio così. Sì, di sicuro, così non andrà in confusione. E ce la mette proprio tutta, Armanda, stasera. Accarezza ogni singola parola degli attori sul palcoscenico. E per ognuna c’è un sopracciglio che si inarca, un tremito delle labbra, un abbassarsi di ciglia, oppure un sorriso, uno spalancarsi d’occhi di sopresa o delizia.

È nella scena più drammatica, quella della separazione degli amanti, che le luci si abbassano e l’Armanda vede finalmente l’uomo che stava aspettando. È seduto nelle prime file, ma, nel posto accanto a lui, quello che doveva essere vuoto – riservagliene due, le aveva detto la Mina, al botteghino, si fa così, è più elegante – c’è una bella signora mora, con la pelle abbronzata. L’uomo la sta guardando, sta guardando proprio lei, l’Armanda, ma intanto tiene nella sua la mano della bella signora bruna.

E proprio allora, mentre gli amanti si dicono addio, e la luna piange da copione, due sottili strisce come latte d’argento, gocciolano, a impastarsi con il blu scuro del fondale.

In sala, il giornalista che già aveva scritto di quel prodigioso volto di donna affacciato sul firmamento di carta, si pente di non aver usato parole ancora più belle per la luna Armanda, tanto sembra vero e solenne, il suo dolore.

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Tania e Mr Bugatti

 

─ Ti am-o?

L’ha detto così, con il punto interrogativo messo di fretta sulla o. L’ ha detto come se all’ultimo avesse pensato di doverle chiedere il permesso per dirlo, scrutandola di soppiatto, mentre lei era impegnata ad accendersi la sigaretta.

Tania ha sollevato, seria, gli occhi.

─ No, non mi ami. ─ ha detto. Più dura di quanto avesse in mente. Non aveva intenzione di ferirlo, è solo che non vuole più menzogne di quante siano già necessarie nella sua vita, non ne può digerire ormai nemmeno una in più di quante ne servano.

Lo pensa davvero, del resto, che lui non la ami sul serio. La desidera, come desidera quella favolosa Bugatti che, nonostante sia molto ricco, non può permettersi – o non gli permettono – di comprare.

La ama come si ama qualcosa che non si può avere, qualcosa che non sarà mai tua. E Tania non lo sarà mai, sua, questo lui lo sa.

Anche se è lì con lui, nel bar di quell’albergo. Anche se sarà ancora con lui, l’indomani o tra due giorni, tre al massimo. Anche se è stata con lui anche di sopra, nella camera pagata per la notte e usata solo un paio d’ore (per lui si può fare, per lui anche gli hotel a cinque stelle  affittano le camere a ore), anche se gli ha permesso di metterle le mani dappertutto, di toglierle tutti i vestiti, di infilarsi dentro di lei più di una volta. Anche se gli ha sussurrato le parole giuste, quelle che lui vuole sentire, anche se l’ha chiamato amore, per farlo venire, perché lui vuole così, perché niente lo eccita di più di sentirle dire “amore” dentro l’orecchio, mentre la fotte.

Però è finzione, è recita, lui l’ha chiesto e lei ha acconsentito, ubbidiente. Se lui chiede lei acconsente, sempre.

Questo non ha niente a che fare con l’amore, lo sa bene quanto lei.

Perché allora deve uscirsene con quelle dichiarazioni?

Tania se lo domanda, e in un certo modo le dispiace. Prova pena e rabbia verso di lui. Perché vuole essere umiliato, perché vuole sentirsi dire che non è autorizzato ad amarla?

Lo sa che non c’è e non ci sarà, amore tra di loro.

Lui paga. Tania sta con lui. A letto e non solo. Ascolta le sue confidenze, gli dà consigli, gli permette di sfogarsi. Cammina con lui, mano nella mano, nelle zone della città che la moglie non frequenta, beve con lui l’aperitivo, si fa portare nelle boutique di lusso, si prova i vestiti e si lascia percorrere dai suoi occhi quanto lui desidera.

A lui piace così. Non vuole una puttana, vuole un’amante. E non gli importa se deve pagarla – e le costa molto più di una squillo di lusso, come gli piace ricordarle, tanto per tenerla sulla corda, di tanto in tanto – non gli importa se lei è solo una ragazzina, se ha trentacinque anni meno di lui, se non lo amerà mai, se è innamorata di un coetaneo che invece non ama lei, ma ogni tanto se ne dimentica e la bacia sulla bocca, e poi le dice che non funzionerebbe, prima di sparire.

Il signor Bugatti – così lo chiama dentro di sè, con un pizzico di cattiveria, con il nome del suo sogno irrealizzabile – l’ha incontrato in uno di quei giorni, in quei giorni in cui era stata baciata e lasciata sola, perché non avrebbe funzionato. In uno di quei giorni in cui i commenti degli operai e i fischi dei camionisti non le davano fastidio, uno di quei giorni in cui voleva disperatamente scoprire che c’era al mondo qualcuno, un cazzo di qualcuno, che l’avrebbe voluta.

Lui le posa la mano sulla coscia. Ha mani così lisce che non tirano i fili delle calze velate che lei indossa solo per lui, perché a lui piacciono. Le gonne al ginocchio, le calze velate e i tacchi alti. E le giarrettiere, e la biancheria di seta. Va bene, va tutto bene, paga tutto lui.

A Tania non dispiace lasciare nell’armadio i suoi vestiti, i suoi jeans e le sue dolcevita nere, e i suoi maglioni lunghissimi e i suoi stivali. Anzi, è felice che non portino dentro lo spettro del dopobarba costoso del signor Bugatti. Non perché lo odi, anzi, non lo odia. Verso di lui prova una sorta di dolente tenerezza, quasi sempre, anche mentre le impasta le tette con una mano e con l’altra cerca a fatica di farselo venire abbastanza duro per metterglielo dentro, persino, a volte, quando deve prenderglielo in bocca per aiutarlo e deve soffocare in fondo alla gola la voglia di vomitare, almeno finché non ha finito.

Ha imparato che c’è sempre un angolo dentro di te nel quale ti puoi rintanare, e aspettare che il resto di te abbia finito.

E ha imparato a vomitare in silenzio. L’ha imparato nel bagno di casa, prima che nelle toilette degli alberghi di lusso, ha dovuto impararlo per non farsi sentire dalla madre sempre all’erta, dalla madre “che hai, tesoro, Tania, tutto bene, Tania stai male, Tania perché ti chiudi a chiave nel bagno, Tania fammi entrare, se non stai bene dimmelo, se non stai bene ti porto dal dottore”

Tania stringe le cosce in uno spasmo involontario, mentre le dita del signor Bugatti sfiorano la carne nuda sopra la giarrettiera.

Lui cerca il suo sguardo, sorpreso e confuso. Lei sorride, e rilassa di nuovo le gambe, dischiudendole un po’.

─ Vuoi fare un tiro? ─ gli chiede. Le sigarette sono una trasgressione nella trasgressione. Ha promesso alla moglie di smettere, ha smesso, ma quando la vede fumare non resiste.

Tania gli passa la sua sigaretta. È di nuovo la Tania geisha, è di nuovo la Tania puttana, la Tania-figlia che vomita in bagno corre a nascondersi nel suo angolo. La Tania fuggita alla morte quotidiana, lenta, che se ne è andata di casa pensando di farcela a campare di lavori precari, dicendosi che tutto, tutto sarebbe stato meglio che restare prigioniera di quelle mura, a farsi ammazzare di lamentele, di sensi di colpa, di promesse di futura insoddisfazione e di presente incapacità a cavarsela da sola, fuori di quelle quatto mura che minacciavano di chiudersi sopra di lei.

Tania è scappata, e se la cava. Ora lavora in un centro commerciale per quattro ore al giorno, e poi prende soldi da quel ricco uomo insoddisfatto che sogna lei e una Bugatti, non sa in quale ordine e nemmeno le importa.

Il fatto di riuscire a chiedere soldi l’ha stupita molto di più che scoprire che poteva fare sesso senza il minimo desiderio, anzi, nonostante la ripugnanza. Però quando si fa scopare può restare nell’angolo, mentre quando chiede soldi deve venire avanti, mostrare il viso.

Allora deve pensare alle dita che la frugano maldestramente, alla propria voce che sussurra amoore prima che lui si squassi gemendo sopra di lei, e poi pensare alla proprietaria di casa che butta uno sguardo inquisitore dentro la sua stanza ogni volta che viene a chiedere l’affitto, pensare al bancomat che una notte le ha negato di poter prelevare i suoi ultimi dieci euro dal conto, e allora sì, scopre di poter chiedere denaro contante o regali, con una naturalezza che la affascina e la spaventa al tempo stesso.

Chiede e ottiene, anche lui non dice mai di no.

Chiede e paga le bollette, chiede e riempie il frigorifero, chiede e paga la padrona ficcanaso, chiede e dà. E se la cava.

Certi giorni, Tania è sincera quando assicura per telefono alla madre lontana che va tutto bene.