Tornare (forse)

Che l’idea che i social abbiano sostituito i blog non mi sembra né centrata né realistica, anzi. Quindi tornare a scrivere, più di pochi caratteri per volta, senza chiedere la futile approvazione di un pollice in su. Scrivere per chi ha tempo e voglia di leggere, oppure chiudere la bocca virtuale e scrivere sulla carta o per la carta, per chi leggerà e serberà qualcosa, e lasciare che il dialogo si svolga solo quando ci si può guardare negli occhi. Sarà ancora possibile, senza forzature, mi chiedo? Quando la natura non viene più naturale, quando gli ambienti artificiali risultano tanto reali quanto un bar o una biblioteca, e tanto più reali dell’atrio di un centro commerciale, forse è il concetto di naturalezza a risultarne irrimediabilmente modificato. Irrimediabile, in ogni caso, è una parola che mi piace, in senso durassiano, direi. Vedremo.

Advertisements

Una solitudine moltiplicata per mille

La passione amorosa è fin da principio incapace di accettare oggettivamente un altro, di interessarsi a lui – ma in essa ci interessiamo piuttosto quanto più profondamente possibile di noi stessi. La passione è solitudine moltiplicata per mille, ma una solitudine che, come contornata da mille specchi scintillanti, pare ampliare se stessa e diventare un mondo che tutto comprende. Tuttavia l’oggetto amato vi ha solo il ruolo di un pretesto stimolante: forse come un suono o un profumo, che ci sfiorano nel sonno, ci inducono a sognare.

Lou Andreas Salomé – Riflessioni sull’amore


L’inserto del lunedì – “Trieste non esiste” di Sabrina Campolongo

L’inserto del lunedì – “Trieste non esiste” di Sabrina Campolongo.


Sirene cannibali

Noi fatte di niente, tenute in piedi solo della nostra colossale voglia di ammazzarci. Lentamente, il più lancinante possibile. Noi, crampi ai polpacci e immani carenze di potassio, di magnesio, di tutto.

Tu che strizzi gli occhi, Ma’, ogni volta, entrando qui, credi che non me ne accorga? Che ti aspetti ancora, da me?

Noi, mi hanno tolto di nuovo il pc e il telefono, cazzo, noi, quando arrivano le quattro, e le cinque, e le sei, e le sette, quando me la danno questa cazzo di sigaretta?, noi che contiamo le nutrizioni, che parliamo sempre di vomitare o di non vomitare, con chiunque, e abbiamo perso da un pezzo ogni decenza, anche quella di nasconderci a crepare in un buco nella terra. Noi che ci scattiamo foto, intere gallerie degli orrori che pubblichiamo su facebook, tra le immagini di quelle bellissime principesse tristi che in fondo ancora ci sentiamo, noi arpie sghignazzanti sulla faccia di qualunque stronzo si azzardi a mettere un “mi piace”. Ma nessuno da tempo lo fa più.

Noi entusiaste, ogni mattina prima dell’alba, puntuali al binario a prendere il nostro treno per l’agognata Auschwitz, per Dacau, per la nostra privata Treblinka, noi gole spezzate, lacerate dai nostri stessi artigli, noi polsi stuzzicadenti e vene ulcerate da troppi aghi, noi fighe aride e umori perduti.

Noi nemiche sorelle, che ci affoghiamo a vicenda in terrorizzati abbracci, vi sfidiamo dai nostri lebbrosari, e poi ci ripariamo dietro barricate dei polpacci sfibrati, di gomiti appuntiti, di menti che bucano la pelle, di lividi dove ci legano i polsi. Ci contiamo i dolori, i giorni, le ore, i mandarini, le sigarette, le rughe, le piaghe e i capelli, sempre meno.

Facciamo defluire il sangue dalle gengive, noi assassine compulsive, Lady Lazarus del cazzo, noi cadaveri deambulanti, teschi imbellettati. In bagno a stendere un rosso da puttana su quel che resta della polpa delle labbra e tu che non lo noti, che non riesci a guardarmi.

Il tuo odio mascherato da cura è più forte dell’amore con cui mi ammazzo?

Ma’, ce l’hai ancora nel portafoglio quella foto mia?

Che foto, dici, come se non ti ricordassi, ma la mano ti è corsa d’istinto alla borsetta.

Fammi vedere, ti prego, quella foto.

No, tienila là, fai finta di niente.

Niente, dico, lascia stare.

La vuoi vedere?

No, no ho detto! NO!

Guarda com’eri bella, mi hai detto un giorno, guarda che bella bambina eri.

Solo che non ero una bambina, avevo quindici anni e tu mi chiamavi puttana, Ma’.

Avevo dodici anni e mi ubriacavo il pomeriggio, con i soldi che ti avevo rubato, e mi masturbavo fino a sera, e tu tornavi dal lavoro e sbattevi le porte, urlavi esci da quella stanza, esci da quel letto, che cristo fai sotto a quelle lenzuola tutto il giorno? Mi amo, dicevo, ridendo sbronza. Mi amavo.

Mi hai caricato in macchina in braccio, l’ultima volta.

Noi donne di carta velina, noi femmine stracciate.

Che impressione, quanto ti ha fatto impressione, è stato come portare una bambola di stracci, un sacco di ossa, ti ho sentito piangere al telefono con tua sorella, mentre riprendevo coscienza a metà.

Prendimi in braccio, Ma’. Prendimi in braccio ancora, che quella sera ero svenuta e non mi ricordo.

Quella stronza dell’infermiera la odio, dico invece.

Se fai la brava ti spostano di qua, lo vuoi capire?, gemi tu, esasperata.

Io e il buco diretto nello stomaco, in quel che ne rimane, io fortissima, nessuno come me ha tanta forza in corpo, tanta vitalità nel morire. Te ne andrai tra poco, perché proprio non lo puoi sopportare, il pensiero che finito qui, anche oggi andrò a vomitarmi fino a svenire.

Non mi danno più cibo per bocca, non ricordo più nessun sapore, solo quello acido del fiele.

E tutti i tuoi perché, e tutti i miei perché, hanno lo stesso amaro, lo stesso acido che corrode.

Ad una massificante uniformità della sintomatologia medica che si ripete uguale a se stessa in ogni parte del mondo, corrisponde l’estrema diversità delle singole posizioni che ogni soggetto affetto da anoressia-bulimia assume nei confronti della malattia stessa.

Devi capire che hai bisogno di regole, dite tutti.

Camilla è bellissima, ha occhi di cielo. Camilla la danza l’ha incasinata, ma lei può mangiare, sotto controllo, lei non ha un buco nella pancia, né una cannula che le spara crema biancolatte nella vena centrale. Accanto a noi spaventapasseri, lei sembra una fottuta principessa, e mangia cose vere. La odiamo. Ci scanniamo tra di noi perché lei ci abbracci, per essere sue amiche, la adoriamo.

Il suo corpo resiste, i suoi muscoli si rifiutano di liquefarsi, così come le sue labbra a cuore.

Pensiamo solo all’affetto che ci manca, al cibo che ci manca. Vorremmo ingozzarci d’amore come ci abbuffiamo di tutto il cibo che riusciamo a rimediare approfittando di ignari marinai richiamati dal nostro canto di sirene agonizzanti, del cibo che rubiamo dai vassoi degli altri e persino dalle pattumiere, ed è sempre troppo poco. Amiamo solo nel momento del bisogno, del desiderio. Poi è la tazza del cesso che abbracciamo, a schizzare fuori quella spaventosa pienezza di amore o di pane e wurstel crudi. Finchè non rimangono solo filamenti vischiosi a danzare nell’acqua, a scivolare sulla ceramica macchiata, e poi ancora, fino a che il corpo si spezza nel mezzo, finchè non ci vomitiamo la linfa.

Sfinite, esauste, benediciamo il nostro vuoto, malediciamo la tentazione di restare in vita. Mai più, mai più, ci giuriamo, eruttando l’aria acida dei nostri corpi in sfacelo.

Inganniamo, non facciamo altro.

Ti amo così tanto mentre ti aspetto, Ma’. Mentre sogno che tu venga, qui al capezzale del letto a cui così spesso mi devono legare, a sfiorare la mia fronte con un bacio, a cullarmi tra le tue braccia, come quando il mio corpo era puro, quando era buono come pane caldo, e senza peccato.

Hai saputo dell’altra sera, del casino che ho fatto. Non fai altro che prendermi in giro, dici. Tu vuoi proprio morire, non è vero che ci tieni a me, che ci provi a vivere. Non ci provi per niente.

Me l’ha detta anche D, una volta, una frase così. Prima mi capiva, però, fino a un certo punto. Tenendomi le braccia, abbracciandomi forte per impedirmi di andare a vomitare la pasta al burro che mi aveva preparato, mi diceva, non è colpa tua. Tu sei il consumismo che esplode, la schizofrenia di questo mondo di merda che si manifesta, tu sei la ferita sanguinante di questa fottuta società, sei ognuno di noi, che si ingozza e muore di fame. Pensava di nutrirmi di amore e rivoluzione, il mio pazzo anarchico, di salvarmi dal capitalismo, da mia madre e da me stessa.

Ha perso su tutta la linea e qui non ci viene più, anche lui si è scelto alla fine un inganno migliore. Solo tu torni, a testa bassa, cieca come solo una cagna, come solo una madre, a cercarmi ancora tra le lenzuola.


Compassione

L’ipocrisia maschile, contorta al punto da nascondersi spesso anche all’ipocrita, la stessa che cela dietro la preoccupazione per la “vita non nata” l’antichissimo gioco di potere volto al controllo su donna e bambino, mi fa impazzire, perché non c’è argomento, non c’è compassione per la vita già nata che possa intaccare questa fossilizzazione delle idee: essa è troppo utile per conservare il senso di sé dei suoi rappresentanti.

Christa Wolf


Le donne che fan la coda …

Le donne che fan la coda per le ciliege aspettano la caduta di Berlino. Anch’io l’aspetto. “La capiranno una buona volta, quando vedranno quel che vedranno”, dice la gente. Il mondo intero aspetta. Tutti i governi del mondo sono d’accordo. Quando il cuore della Germania avrà cessato di battere, scrivono i giornali, allora sarà finita. Da sessanta chilometri i cannoni di Žukov, uno ogni ottanta metri, martellano il cielo di Berlino. Berlino è in fiamme. Sarà arsa sino alla radice. Fra le rovine, il sangue tedesco colerà. Qualche volta mi par di sentire l’odore di quel sangue. Di vederlo scorrere.
Un prete prigioniero ha condotto con sé al Centro un orfano tedesco. Lo teneva per mano, ne era fiero, lo mostrava, spiegava come lo aveva trovato, diceva che quel povero bambino non aveva colpa.
Le donne lo guardavano male. Si attribuiva il diritto di perdonare già, di assolvere già. Non era reduce da nessun dolore, da nessuna attesa.
Accordava a se stesso l’esercizio del diritto a perdonare, ad assolvere subito, lì, su due piedi, senza saper nulla del loro odio, terribile e buono, consolante come la fede in Dio. Di che veniva a parlare? Mai un prete era apparso così fuori luogo. Le donne distoglievano lo sguardo, sputavano su quel sorriso aperto, clemente, radioso. Per il bambino non avevano occhi. Il mondo spaccato in due. da una parte, il fronte delle donne, compatto, irriducibile. Dall’altra, quell’uomo solo che aveva ragione in una lingua che le donne non capivano più.

Marguerite Duras (Il dolore)


Donna

Image

 

L’attenzione ha per l’anima la stessa funzione che l’aria, l’acqua e il cibo hanno per il corpo: la tiene in vita. Perderla può essere più demoralizzante che perdere il controllo… l’invisibilità determina la morte per mancanza di attenzioni.

 

( Claudia Card- filosofa)

 

 

Il sessismo non comporta solo antipatia per le esponenti del genere femminile o mancanza di fiducia nei loro confronti: significa anche idealizzarle come Fata Madrina o demonizzarle come Streghe Cattive, e aspettarsi che si comportino sempre come persone di famiglia, a noi vicine. Le donne devono imparare a resistere all’illusione dell’intimità istantanea e al presupposto che ogni appartenente al proprio sesso con cui hanno appena stabilito un rapporto personale sia una vera amica o un’alleata.

Non c’è bisogno che una donna mi piaccia per rispettarla o per lavorare con lei: non è necessario che sia come noi. La diversità e le differenze sono anzi preferibili all’uniformità e al conformismo.

 

Le donne sono state programmate in modo da vedere critiche ingiuste anche là dove non esistono. Poiché è assai frequente che madri e altre parenti costringano brutalmente le bambine a conformarsi a un ruolo di genere quanto mai limitato, in tante vivono qualsiasi disaccordo come se si trattasse di una questione personale molto pericolosa. Non si rendono neppure conto del tono che assumono quando, sentendosi (ingiustamente) prese di mira, passano al contrattacco. Mi piacerebbe, invece, che le donne imparassero ad ascoltarsi con delicatezza e con rispetto.

Allo tempo stesso, ciascuna donna dovrebbe diventare tanto forte da prestare ascolto anche alle voci dissonanti, critiche, che provengono dall’ambiente esterno. Chiedere a un’altra cosa pensi veramente non equivale a chiederle di aiutarci comunque, a torto o a ragione; non significa andare alla ricerca di false adulazioni. Una donna deve saper affrontare opinioni contrarie alle sue senza crollare in pezzi e senza sentirsi tradita da chi le sostiene.

 

Citazioni sparse, ritrovate in un cassetto, dal saggio di Pyllis Chesler “Donna contro donna”ed. saggi Mondadori


Un bastardo felice momento

“Non si conosce mai la storia prima che sia scritta” diceva Duras, e come darle dorto? Scrivere così è da ignoranti, ignoranti della storia che stiamo raccontando, come si fa?

Come te lo dico, che mi prudono le dita, tanta è la voglia di toccarti quando mi è proibito?

Che se chiudo gli occhi mi sei addosso, bello come sei quando mi guardi e pensi, questa è tutta matta? Come te lo dico che mi mancano le tue scale e il tuo odore, che volerti mi pare così puro che non capisco davvero come potrebbe essere altro che benedetto l’averti?

Come lo dico che mi mozzi il fiato, tu che non mangi bachi e non allevi farfalle nello stomaco, potrai mai capirmi, potresti immaginare quanto è forte l’immagine, chissà poi perché quella, della tua figura all’angolo di una strada di cui non saprò mai il nome, il tuo cappotto troppo leggero con quel freddo che lucidava l’asfalto e la tua risata che ti ripuliva da ogni peccato e le tue dita, gelate per una volta anche loro, intrecciate alle mie?

Che se non avessi fatto voto di non romanticismo con te ti avrei già mandato in zona rossa l’indice glicemico, da vergognarmene, che canticchio da sola canzoni di zucchero filato rosa appiccicoso fragoloso con tanto di organetto e scimmietta con il cappellino?

Che più fai smorfie dicendo la parola amore, che più ti dichiari impenitente, più diventano verdi i tuoi occhi da temporale, più ci credo che sei davvero quello che dici, più vorrei essere quello che hai, più vorrei che tu fossi esattamente quello che ho? Senza fronzoli e senza sconti, senza bugie e senza dubbi, quello che è, quello che sei, quella che sono.

Tu che l’avresti messa al rogo la povera Emily mi fai pensare stasera alla pazza Caterina che grida:

Io sono Heathcliff! Lui è sempre sempre, sempre nella mia mente: non come una gioia, non più di quanto io lo sia per me stessa

Ecco. Ridi adesso, stronzo.


E… niente

 

Colpa tua se non so che dire. Hai preso tutte le mie scatole-parola ben impilate, quelle semplici e le più particolari, collezionate in anni di buone letture e pervicace ricerca, le hai prese una per volta, le hai aperte e rovesciate, mostrandomi con un sorriso tranquillo che niente cadeva a terra o prendeva il volo, solo quella polvere che avevo trascurato di togliere.

Mi hai lasciata così, con le mie scatole vuote e i miei coperchi inutili, ammutolita, senza regalarmi nessuna nuova illusione in cambio delle mie perdute.

Cosa potrei mai dirti adesso, quale parola potrei regalarti, da che sappiamo entrambi che sarebbe vuota di vita e di segreti, nessun ponte verso l’infinito, solo, al più, qualche ragnatela, troppo fragile per appenderci anche un sospiro? Taccio. Accolgo i tuoi occhi, le tue labbra, la tua carne, io appesantita, sopraffatta, accecata da tutti questi niente, da questi fortissimi niente, da queste urgenze senza nome, da queste verità senza definizione.

Sola, così sola, in balia di questo niente che non so più dire, a cui non so rinunciare.

 


Stare.

… potrei prolungare all’infinito questi attimi di avvicinamento, lui forse non lo sa, non si può immaginare quanto adori questo stare nel desiderio senza trasformarlo in atto, davvero non so quanto a lungo potrei protrarlo