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Una solitudine moltiplicata per mille

La passione amorosa è fin da principio incapace di accettare oggettivamente un altro, di interessarsi a lui – ma in essa ci interessiamo piuttosto quanto più profondamente possibile di noi stessi. La passione è solitudine moltiplicata per mille, ma una solitudine che, come contornata da mille specchi scintillanti, pare ampliare se stessa e diventare un mondo che tutto comprende. Tuttavia l’oggetto amato vi ha solo il ruolo di un pretesto stimolante: forse come un suono o un profumo, che ci sfiorano nel sonno, ci inducono a sognare.

Lou Andreas Salomé – Riflessioni sull’amore


E… niente

 

Colpa tua se non so che dire. Hai preso tutte le mie scatole-parola ben impilate, quelle semplici e le più particolari, collezionate in anni di buone letture e pervicace ricerca, le hai prese una per volta, le hai aperte e rovesciate, mostrandomi con un sorriso tranquillo che niente cadeva a terra o prendeva il volo, solo quella polvere che avevo trascurato di togliere.

Mi hai lasciata così, con le mie scatole vuote e i miei coperchi inutili, ammutolita, senza regalarmi nessuna nuova illusione in cambio delle mie perdute.

Cosa potrei mai dirti adesso, quale parola potrei regalarti, da che sappiamo entrambi che sarebbe vuota di vita e di segreti, nessun ponte verso l’infinito, solo, al più, qualche ragnatela, troppo fragile per appenderci anche un sospiro? Taccio. Accolgo i tuoi occhi, le tue labbra, la tua carne, io appesantita, sopraffatta, accecata da tutti questi niente, da questi fortissimi niente, da queste urgenze senza nome, da queste verità senza definizione.

Sola, così sola, in balia di questo niente che non so più dire, a cui non so rinunciare.

 


2. Neve

─ Cazzo!

─ Che c’è?

Io sono sdraiata ormai, con le spalle alla finestra. Lui invece sta guardando fuori, con gli occhi sgranati.

─ Nevica! ─ dice.

─ Stai scherzando?

Da giorni le temperature stanno inesorabilmente scendendo, ma l’aria era asciutta fino a questo pomeriggio, e il cielo era di una qualità di turchese che raramente si vede in questa parte di mondo.

Invece ora sta nevicando. Sono le quattro del mattino appena passate, e nevica. La neve in pianura, a novembre.

Ci spostiamo entrambi sotto alla finestra, quasi con il naso contro il vetro. I fiocchi sono grandi e compatti. Cadono sull’asfalto gelato e non si sciolgono.

─ Andiamo giù?

I suoi occhi sprizzano entusiasmo.

─ E se ci vedono?

─ Sono le quattro, chi vuoi che ci veda?

─ Non lo so.

─ Dài, mettiti il cappotto. Stiamo fuori solo cinque minuti.

Sono indecisa. Sembra fare un gran freddo.

─ Dài. ─ ripete, e si sta già infilando la giacca.

Poco convinta lo seguo, recupero il mio giaccone più pesante dall’appendiabiti in ingresso, e anche un cappello. Mi vesto per le scale, mentre Elia corre giù.

Fuori l’aria è fredda ma ferma. Il vento forte dei giorni scorsi si è completamente spento.

Un fiocco di neve mi centra un occhio, appena metto piede fuori dal riparo del portone.

Elia mi prende per mano.

Facciamo qualche passo, sul marciapiede.

La strada è deserta, il silenzio è irreale, i fiocchi schioccano come piccoli baci, toccando il suolo.

Le finestre degli appartamenti sono occhi neri nel buio, vediamo una sola luce azzurrina a un piano alto di uno dei palazzi di fronte, qualcuno davanti a una televisione accesa. Ci divertiamo per un po’ a immaginare l’identità dell’insonne e cosa stia guardando: una vecchietta che guarda le replice delle sit-com pomeridiane, un uomo solo che guarda le pubblicità delle linee erotiche sulle tv private massaggiandosi il pacco, una donna che sospira sopra Casablanca, come la protagonista di Harry ti presento Sally (questa era una mia fantasia), un ragazzo che si vede un film horror in dvd (questa la teoria di Elia), due amanti stravaganti che hanno deciso di vedere assieme tutto il decalogo di Kieślowski?

Questa ultima mia lo fa ridere. Il decalogo di chi? Poi rinunciamo a fare ipotesi, e ci godiamo lo spettacolo. Osservo Elia sollevare il viso, offrendolo al cielo, e timidamente faccio lo stesso.

Il movimento dei fiocchi in caduta è ipnotico. Ci allontaniamo dai lampioni, perché al buio è ancora più bello, quella che cade sembra materia impastata di luce, capace da sola di rischiarare il cielo e la strada. Restiamo per un po’ così, mano nella mano e faccia in su.

Il freddo punge dentro le narici, ma è forte lo stesso, forte e inebriante, l’odore della neve. E lacrime calde fondono i fiocchi che continuano a depositarsi negli occhi.

Il primo bacio – forse l’unico – che ci diamo in mezzo alla strada, e poi torniamo di corsa verso il portone, ridacchiando perché fa ridere, correre tenendosi per mano, quando non si è più bambini.

Goffa e intirizzita, devo proprio essere matta, mi dico.

Una volta al riparo nel mio appartamento, ci spogliamo tremando, le dita gelide contro la pelle calda, le punture sottopelle del sangue che riaffiora, il freddo che resta nelle ossa, i denti che battono, l’abbraccio che vorrei potesse generare scintille, accendere un falò.

(stesso romanzo, un altro estratto)


E buonanotte ai sognatori

E ho pensato, dentro a quel bar dove alla fine i suonatori di non si sono presentati, ho pensato Dio mio guardaci, non abbiamo più niente da raccontarci. E il nodo si è stretto alla gola, e mi è parso di affogare nella birra amara che buttavo giù contro voglia, a sorsi caparbi, guardandoti mentre tu non mi guardavi, mentre non guardavi niente, perso in chissà quali pensieri, o rammarichi per suonatori assenti, per feste finite e lanterne ammucchiate in un angolo.

Con il respiro corto un po’ ti guardavo, perché capissi e mi salvassi, un po’ giocavo con i capelli a coprirmi la faccia, con gli anelli alle mie dita, con il vetro appannato del bicchiere per sembrare più distratta che disperata, per nascondere a sguardi estranei la mia voglia di gridare.

Dio, non abbiamo più niente da dirci. Se fossero venuti i suonatori, se avessero spostato le poltrone negli angoli per lasciare spazio per ballare, se avessero acceso le grandi lanterne bianche sulla terrazza e poi sul pontile, fino al pelo dell’acqua, se avessero gettato giù le lampare, se ci fosse stata gente e musica, se avessi potuto alzarmi e mettermi a ballare, sfiorando occhi e sguardi sconosciuti, cercando come sempre i tuoi, se avessi potuto strizzarti l’occhio in mezzo alle teste, e venirti vicino e accarezzarti con i fianchi e con le mani, e ridere e baciarti, non l’avrei scoperto, non l’avrei pensato, mai, o chissà per quanto, che non avevamo più niente da dirci.

Ho finito il mio bicchiere con le mani gelate e gelo nella pancia, hai detto che vuoi fare, ho detto andiamo via. Andiamo via, anche se doveva essere la nostra serata dopo tanto, anche se mi sono messa i tacchi alti e la camicia nera di seta e lo smalto alle unghie, andiamo via perché i suonatori non sono venuti, e ho troppa paura di scoprire per quanto tempo può allungarsi il nostro silenzio.

Fuori si era alzato un vento freddo di bora, eppure ho cominciato a scaldarmi, aggrappata a te, per le strade. Per le strade, essere parte di un qualcosa in movimento, di un palpitare di pensieri e passi e amori e rabbia e risate e solitudini intrecciate, ritrovare le parole, di colpo, dove sono sempre state, parlarti dell’Africa, senza nessuna ragione o appiglio, come siamo finiti a parlare dell’Africa?, non ricordo, forse il tuo fianco caldo contro di me, dirti delle stelle in Africa che non sono come qua, nemmeno un po’. Vorrei che capissi che devi andarci in Africa, non è un capriccio, quel cielo lo devi vedere, è come trovarsi un lenzuolo troppo vicino alla faccia, è un senso di affanno, quasi, trovarsi sopra al naso quelle stelle enormi che non ho mai imparato a riconoscere.

Mi mostri il Grande Carro, come la prima volta che uscimmo insieme, come ogni volta che parliamo di stelle, tu mi mostri il Grande Carro e mi dici vedi, è là, e io sì, lo vedo, ma non lo so che non lo saprò mai ritrovare.

Parlare in macchina, sul sottofondo di una cassetta di Ligabue di chissà chi, una cassetta, sì proprio una cassetta, trovata nel portaoggetti di questa macchina in prestito.

Spegnere il motore e restare a baciarci, e ridere dicendoci, peccato, davvero, che stasera i suonatori non siano venuti.


Spoglie di biscotti

 

Mi hai portato dei biscotti. Sono senza burro senza zucchero senza uova senza conservanti senza coloranti senza grassi vegetali idrogenati, hai detto. Ti ho guardato. Hai abbassato lo sguardo. Non ti faranno ingrassare, hai detto, la testa bassa e un mezzo sorriso. Ti ho mai detto che sono a dieta? Hai voglia di fare due passi? mi domandi, tendendomi la mano. Mi alzo dalla poltrona, ti resto davanti, con la mia stupida vestaglia e le mie stupide ciabatte, e tu il tuo bel cappotto scuro e le tue scarpe lucide e la sciarpa di cachemire che di sicuro ti ha regalato lei per Natale. Eccomi, la mia vestaglia è macchiata, forse di olio o di burro o di qualche tipo di grasso vegetale idrogenato o no, non so cosa usano qui, credo che non gliene fotta un cazzo se ingrassiamo o no. La mia faccia dev’essere bianca, penso, e così nuda, con i capelli tirati all’indietro. Ti guardo negli occhi neri, con i miei blu. Mi abbracci, come se fosse inevitabile. Un abbraccio senza peso senza calore senza umidità né odore, un abbraccio che non mi farà ingrassare di un grammo. Poi mi prendi sotto braccio, quasi si direbbe che persino tu ti vergogni, di questo abbraccio indecentemente a buon mercato, di questo abbraccio da hard discount. Ci spostiamo fuori della camera, io apposta strascino le pantofole, voglio che facciano uno sconcio splat-splat sul pavimento di linoleum verde lichene, ma tu non ti arrabbi, non mi guardi storto. Raggiungiamo l’uscita. Camminiamo per un po’, in silenzio, fuori, io con gli occhi uno mezzo aperto uno mezzo chiuso. Mi tieni la mano sotto il gomito, attento, ben attento a non sfiorarle nemmeno, le bende che salgono dai polsi. Non sanguino più, ti dico. Ti ritrai, come se ti avessi sputato in pieno viso. Scuoti la testa, come a voler gettare via le mie parole. O me. Vuoi un biscotto? mi chiedi, balbettando. Trafitto. Ne prendo uno, per salvarti dalla furia della tua pena. Lo mordo, lo mastico, lo impasto di saliva, saliva ancora saliva per dargli una consistenza semi liquida che andrà giù. Ma non va. Si ferma lì, incollato sul palato, lì, mezzo inghittito. Ora muoio soffocata, penso. Mi viene da ridere, ma invece di ridere, chissà perché, piango. La poltiglia senza burro senza zucchero senza uova né grassi vegetali idrogenati mi si rovescia fuori delle labbra, gocciola densa sulla vestaglia. Ti chini, costernato, sui miei singhiozzi, ti frughi nelle tasche, mi pulisci il mento con il tuo fazzoletto. Non importa, non importa dici. Piango, piango ancora e allora mi stringi, contro il tuo cappotto, mi stringi e le mie narici trovano quello che una volta era il tuo profumo, incastrato tra le fibre, assieme all’odore di involtino primavera della rosticceria cinese di via Battisti dove ci piaceva andare, e sento il battito accelerato del tuo cuore, dentro le ossa, e sento l’odore del tuo respiro che mi scalda la guancia. Non importa dici, non fare così, non dovevo venire, scusami, scusami per favore, non potevo, ma non dovevo, lo so, è colpa mia. Le lacrime si arrestano, forse grazie a quelle parole, o forse per quell’odore di paura e dolore che ti porti dentro, sotto il cappotto, e magari nemmeno lo sai, che sei morto un po’ anche tu, assieme a me, che hai perso ogni sapore. Fanno schifo quei biscotti, dico. Lo so, dici, scusa.


La tenerezza

La tenerezza che mi facciamo.

Tu piccolo piccolo, come un bambino beccato con le mani nella marmellata, io rintanata nella mia finta noncuranza.

La tenerezza di questa nostra banale infedele umanità.

Da bambini abbiamo avuto tutti e due una casa sull’albero, nessuna delle due sarebbe sopravvissuta a un temporale,

là abbiamo giocato a essere grandi, abbiamo imparato a mentire, l’odore delle foglie marce era quello del peccato, quello del pane con la nutella il profumo del ritorno a casa. Nessuno dei due sarebbe sopravvissuto senza l’altro, nessuno dei due ci avrebbe potuto raccontare. La pelle, la pelle, il sudore e quello nuovo e feroce che ci cercavamo tra le cosce. Quello eravamo, quello siamo.

Bestie che si annusano e si sbranano per finta.


Cinque minuti

 

 

Cinque minuti persi, realizzò Davide, sostenendosi con una mano contro lo stipite della porta del bar. Sospeso a fissare il cronografo al suo polso, quasi che chiamando a testimonianza il suo fiato corto e le gambe stanche potesse convincerlo a rettificare la sua posizione.

Ma a nulla sarebbe servito, nemmeno se gli avesse detto che non si era fermato, che non aveva incontrato nessun conoscente nel parco, che non aveva condiviso nemmeno una parte del percorso, nessuna chiacchera, nessun fondoschiena di bella ragazza in calzoncini da ammirare, niente.

Tutto vero e tutto inutile. Si era bevuto cinque minuti.

E non era reduce dall’influenza, e non gli si erano slacciate le stringhe di una scarpa, non aveva perso tempo a cambiare canzone
sull’ ipod, niente.

Già poteva vederla, l’espressione di Milena, se di lì a un attimo le avesse detto di essere in ritardo di ben cinque minuti, uno scarto
spaventoso sul suo tempo abituale, e di non sapersene dare una ragione.

Perdi i colpi, avrebbero riso gli occhi neri della moglie.

Col cazzo, nemmeno sotto tortura te lo dico, decise.

Però, quei cinque minuti continuavano a battergli in testa come un tarlo, mentre rientrava al bar, come ogni giorno.

“Uèlà, atleta!”, lo salutò il vecchio Giovanni, da dietro la gazzetta e il montenegro. “Come è andata la corsa?”

“Alla grande”, assicurò Davide, cercando di trattenere il rodimento tra i denti esibiti nel sorriso, e intanto notando, con un solo colpo d’occhio, che la gonna di Milena, dietro il bancone, era più corta del solito, e i suoi tacchi più alti, e che, seduto al tavolino in fondo, c’era ancora quel bel ragazzo biondo.

Da quanti giorni veniva lì ogni pomeriggio?, si chiese. Forse una settimana, o anche di più.

“Davide, sei qui con noi?”

Milena lo stava squadrando con una mano puntata sul fianco.

“Scusa?”

“Ti ho chiesto se ti ricordi che oggi pomeriggio ho il
colloquio con i professori di Tommi. Ti ricordi o no, che devo andare via
prima?”

Colloquio, che colloquio? pensò.

“Sì, come no. Tempo di una doccia e arrivo.”, disse invece.

“Ok, non perderti.”

Giovanni soffiò fuori una risatina, mentre Milena
aggiungeva,  strizzandogli l’occhio:  “È peggio di una donna, quando si chiude in
bagno.”

Il vecchio rise più forte.

“Oilà, voi due!”, protestò Davide fiaccamente, con la testa
da un’altra parte.

Anche il ragazzo aveva sollevato un angolo delle labbra – ma
non gli  occhi – dai suoi libri.

E bravi, tutti a prendermi per il culo, si disse Davide, passando nel retro e infilando le scale verso il suo appartamento, ma senza
acrimonia, anzi, quasi sollevato dal fatto che lo sfottò non potesse riguardare i cinque minuti che mancavano al suo personale appello.

Quando, poco più tardi, si ritrovò con Milena nel retro, lei che si metteva il cappotto per andare a parlare con i professori del loro
figlio quattordicenne, Davide non stava già più pensando alla sua deludente performance sportiva.

Fu tanto per dire, che buttò lì: “Mi sa che il biondino si è preso una cotta per te!”, accompagnando la frase con una strizzata alle natiche ancora sode della moglie.

Milena lo guardò da dietro la spalla, senza scomporsi.

“Ma chi?”

“Eddài, non fare la gnorri. Il ragazzo che ha messo le tende
di là, da una settimana.”

La reazione della moglie lo sorprese. Invece di fingersi incredula o  mostrarsi invece lusingata, alzò gli occhi al cielo, scuotendo la testa.

“Certo che voi uomini non capite proprio un cazzo, scusa se te lo dico. Secondo te è per me, che viene?”

“E per chi sennò, per me?”

Milena non rise della battuta. Restò a fissarlo con un sopracciglio alzato per un tempo esclamativo, prima di dire “A dopo” e prendere la porta.

A quel punto, sì, ridacchiando.

È fuori, si disse Davide, rientrando nel bar.

Figurati se.

Ma lo sguardo, inevitabilmente, cadde sul ragazzo, seduto come prima al tavolino in fondo.

Non potè non notare che aveva sollevato gli occhi dai libri, sentendolo rientrare. Ma non vuol dire un cazzo, si disse.

Però ormai il dubbio era insinuato, poco da fare.

Svuotando la lavastoviglie e sistemando i bicchieri, Davide continuò a lanciare occhiate furtive verso lo sconosciuto che da un numero imprecisato ma significativo di giorni veniva a studiare al bar, ogni pomeriggio.

Quanto avrà, vent’anni?, si chiese.

In qualche modo era quello, quel suo essere così esageratamente giovane, che lo lasciava incredulo. Non che non gli fosse già
capitato, nella vita, che qualche uomo gli facesse capire, discretamente o meno, di essere interessato a lui. A quale bell’uomo non era mai successo?

E Davide, di essere un bell’uomo lo sapeva.

Di esserlo o di esserlo stato?

Il bicchiere da birra che aveva in mano cozzò violentemente con il bordo del bancone.

“Attento, che sennò la Milena poi te lo mette in conto!” lo redarguì il Giovanni, senza smettere di leggere il giornale.

“Basta che te ti fai i cazzi tuoi, spione.”, gli intimò Davide di rimando, suscitando una risata catarrosa del vecchio cliente
abituale. “Dovremmo dire al Giovanni di cambiarsi il maglione, dato che abbiamo preso le tovaglie nuove”, aveva detto, proprio il giorno prima, Milena. Ne avevano riso di gusto, allora, ma in quel momento il ricordo della battuta non riuscì a strappare a Davide nemmeno un pallido sorriso.

Quel pomeriggio, partito con quei cinque persi in allenamento, stava prendendo una brutta piega, rilevò, lanciando un’altra
occhiata al frocetto biondo.

Certo che se un ragazzo così giovane, se un ragazzo così bello si era preso una cotta per lui, che poteva quasi essergli padre, non
doveva essere ancora da buttar via, come uomo, si disse.

E anche le donne, insomma. Quando passava  correndo, tante si giravano ancora a guardarlo.

Rinfrancato da questa riflessione, gli venne la curiosità di vedere meglio quello che, secondo Milena, era il suo ammiratore. Si avvicinò, con la scusa di ritirare il bicchiere vuoto che aveva davanti.

– Ti porto qualcos’altro?

Il ragazzo sollevò la testa riccioluta e gli piantò in faccia due occhi blu denso di curaçao.

– No, la ringrazio. – rispose, abbozzando un sorriso.

Pensare quante ragazze potresti avere, con quel sorriso, gli disse Davide, tra sé, notando come erano carnose e ben disegnate, le sue labbra.

Anche lui era stato così dannatamente desiderabile, a vent’anni?, si domandò. Chissà cosa avevano pensato le donne più grandi, quando le aveva guardate in quel modo lì, chissà se qualche amica di sua madre aveva fantasticato di portarselo a letto.

A un certo punto, il sorriso del ragazzo aveva avuto una specie di fremito e si era congelato. Gli occhi si erano aperti un po’ di più,
come se un’ esplosione dall’interno li avesse spalancati a forza.

Davide sentì che gli si asciugava la bocca.

Si chiese per quanto tempo era stato lì a fissarlo.
Riscuotendosi, abbassò lo sguardo e si allontanò in fretta, senza trovare niente da dire.

Eccheccazzo, era tutto quello che  la mente riusciva a formulare. Così, slegato da ogni causa o effetto.

Confuso, turbato, irritato e desideroso di prendersela con qualcuno, con quel pomeriggio andato a male, con Milena che gli metteva in testa strane idee, con quel ragazzo che pareva un angelo incarnato, con quel ragazzo che era bello come il peccato, infilò a testa bassa la porta del bagno.

“Eccheccazzo”, ripetè, un attimo dopo, guardandosi nello specchio sopra al lavandino, dopo essersi sciacquato la faccia.

Colpa di quei cinque minuti persi chissà dove, chissà come.
Da quel punto la giornata era andata storta.

Sei rimasto lì un secolo a lumarlo, sottolineò una vocina interiore, più spaventata che arrabbiata.

E di colpo il ragazzo prese forma, si condensò come un ectoplasma davanti ai suoi occhi, e Davide scoprì che in quel momento avrebbe potuto tranquillamente dipingere il suo ritratto a memoria, per quanto ce l’aveva ben presente. Ricordava persino la forma del bracciale d’argento che il giovane portava al polso.

Si gettò altra acqua fredda sulla faccia. Gli tremavano le mani.

“Davide, che hai? Stronzo, che hai?”, si interrogò, fissando la propria immagine riflessa.

Riprese il controllo del respiro. Tutto bene, era passato. Possono capitare, no, delle giornate strane. Quella fiacchezza nella corsa
l’aveva messo in crisi. Ma domani avrebbe recuperato, certo, a costo di farsi scoppiare le coronarie avrebbe ripreso quei fottuti cinque minuti. Forse non stava bene, ecco l’arcano. Sì, di sicuro stava covando qualcosa, era accaldato, magari aveva già qualche linea di febbre.

Rassicurato, tolse la sicura alla porta del bagno. Non stava bene, ecco tutto. Un qualche virus, percezioni alterate. Niente di che, forse lo stress. Prima di uscire dalla porta, stava quasi sorridendo di sé.

Ma lui era lì.

Il ragazzo. Nel disimpegno in penombra. Lo aspettava? L’aveva seguito? Davide sentì che gli si rizzavano i capelli sulla nuca.

– Scusa – mormorò, scansandosi, deciso a non pensarci, a uscire, a tornare di là. In fretta.

Mosse un passo, si fermò, si voltò indietro.

Il ragazzo non si era spostato. Si era solo girato verso di lui e lo guardava.

Fu come cadere.

O perdere i sensi.

Davide lo afferrò alla gola con una mano, e lo spinse con violenza contro le piastrelle azzurre del bagno. Non lo spaventò il tonfo della sua nuca contro la parete, né il fischio del suo respiro fattosi difficoltoso.

Allentò la stretta, ma non lasciò la presa.

A un palmo dal suo viso continuò a fronteggiarlo, preda di un tremito nervoso, infradiciandosi di sudore, per un tempo incongruo. I denti serrati, il fragore del sangue contro i timpani, un’erezione vergognosa dentro i pantaloni.

Il ragazzo non si divincolava, non gridava – avrebbe potuto? – lo guardava e basta, ansante anche lui, ma non impaurito, all’apparenza.

Lo guardava e si lasciava guardare, con quieto interesse.

Finché gli sorrise, spavaldo, inclinando un po’ la testa di lato, a esibire, dietro le labbra schiuse, la provocazione dei denti lucidi,
della lingua polposa.

Davide si avventò su di lui.

La mano lasciò la sua gola e ghermì la guancia liscia.
Penetrò la sua bocca arresa, succhiò e morse, cercando la dolcezza inammissibile del sangue. Con la lingua, con il petto, con il bacino lo spingeva contro il muro, lo schiacciava a sentirlo tutto, duro e asciutto corpo di statua, mentre le dita volavano ai bottoni dei jeans.

Era stata la visione degli amanti – un uomo e una donna, non giovani, clandestini senz’altro, avvinghiati sui sedili di una macchina
parcheggiata fuori mano – quel pomeriggio, mentre correva.

Un senso improvviso di disagio, come un piccolo vuoto d’aria incontrato in volo. La coscienza di non sapere più come ci si sentisse a essere come loro, senza freni, dimentichi di tutto, di non saperlo più nemmeno immaginare.

Quello stupido pensiero molesto si era ancorato alle sue caviglie, fiaccando le sue gambe, non un misterioso virus.

In quel momento, nel bagno con le piastrelle azzurre, mentre si riempiva le mani dei riccioli biondi del ragazzo e lo induceva, senza incontrare resistenza, a inginocchiarsi sul pavimento davanti a lui, Davide se ne ricordò.

Solo per un attimo.

Poi tutto si fuse in un fremito rosso, spaventoso e magnifico, come essere strappati fuori dal proprio guscio e sentire, per la
prima volta  nella vita, la carezza feroce dell’aria sulla carne nuda.

 


Vita, nonostante.

“Quando questo finirà non ci toccheremo più, prometti.”

Lui ride, la guarda al di sopra dell’orlo del bicchiere che si sta portando alla bocca, il bicchiere si ferma a mezz’aria.

“Cosa intendi?”, ma lo sa benissimo.

Gli occhi di lei sono una pozza calma. Gli sorride. “Lo sai.”

“Il desiderio”, mormora lui.

“Il desiderio.” ripete lei. E le labbra si curvano in un sorriso.

“Vuoi dire che dovrà finire tutto?”

“No. Solo il contatto. Non ci toccheremo, non faremo rivivere gesti vuoti, spolpati, non reciteremo la passione, non ci proveremo nemmeno. La onoreremo.”

“Addirittura.”

“Di più. La celebreremo, la commemoreremo, con religioso rispetto.”

Lui beve un sorso d’acqua, che per poco non gli va di traverso. Sta ridendo.

“Quando accadrà”, anche lei sta ridendo ora, “siederemo qui, perfettamente distanti e composti, o altrove…”

“Composti.”

“O scomposti, se vuoi. Ma niente pacche sulle spalle, niente carezze sulla mano, niente abbracci goffi e niente tentativi di farlo comunque.”

“L’amore?”

“L’amore.”

Lo sguardo di lui si ferma sulle labbra di lei, ancora arrossate, stropicciate dai baci. Una vampata di calore si diffonde alla base della colonna vertebrale. Quando questo finirà… è giusto.

“Rideremo” dice lei, “del nostro passato, di quando stavamo così a guardarci, frastornati di desiderio, senza riuscire a levarci le mani di dosso. Rideremo come ridono in quella foto, Anaïs Nin e Henry Miller.”

“Quale foto?”


Carne

Seconda doccia della giornata, ma prima di andare a dormire ne farà probabilmente una terza. Una vita come la sua esige che sia un uomo estremamente pulito, fuori se non altro. Nessuna concessione alla vanità, questo no, non ha mai avuto bisogno di abiti di buon taglio o di profumi, men che meno di creme idratanti o di trattamenti estetici. Morirebbe di vergogna a presentarsi da un’estetista. Il senso del ridicolo lo tiene al sicuro.

Ma è importante essere pulito, questo sì. Acqua e sapone, shampoo, dentifricio e spazzolino e cambi frequenti di biancheria, è il minimo sindacale, ma in questo è preciso. Quasi rituale, a volte gli sembra di esserlo e allora ci pensa e si concede qualche piccola trascuratezza, tanto per rassicurarsi sul fatto di avere ancora il pieno controllo. Ma essere puliti è davvero il minimo: togliersi di dosso sudore, umori, profumi e creme idratanti non suoi. Non suoi, certo. È anche un discorso di sicurezza, di riduzione del rischio, oltre che di rispetto.

Oggi si fa anche la barba. Su questo aspetto non è così puntuale, ma se non altro tiene a mente a quali donne irrita, la rudezza della sua guancia, e a quali invece non da nessun fastidio. Di solito si adatta. Non sempre, mai dare troppa importanza alle aspettative degli altri, ma abbastanza spesso da guadagnarsi la gratitudine di chi sa apprezzare le sue attenzioni particolari.

Che non si limitano a questo, ovviamente. Di ognuna ricorda zone erogene, colori preferiti della biancheria, quale dei suoi maglioni hanno mostrato di apprezzare, quale genere di conversazione le coinvolge di più, quali argomenti le intrigano.

Con una è la musica, con l’altra le filosofie orientali, con l’altra ancora la letteratura, una ama sentirgli rivangare i suoi trascorsi sportivi, l’altra si diverte a sentire le sue storielle, aneddoti su altre donne (accaduti nel passato, naturalmente, sempre nel passato…) o su vecchi amici.

A quella che è appena andata via, Anna, che come tutte le altre pensa di essere speciale – anche se come già altre hanno fatto e faranno, sta giocando al ribasso, ribadendogli più del necessario, tra il serio e il faceto, che sa di non esserlo affatto – piace ascoltarlo parlare della sua famiglia, della sua infanzia, di tutto ciò che lo fa apparire vulnerabile. Durante quei racconti (veri per quanto riguarda i fatti, a volte si limita a gonfiare appena le proprie reazioni, quando gli sembra che uno sguardo triste che si perde nel vuoto possa smuovere qualcosa a proprio vantaggio) lei lo ascolta seria e dimentica il suo gioco, non finge allora che non le importi, non lo sfida a provare a ferirla, a dirle che la sua presenza non ha più valore di un buon pranzo, nell’economia delle sue giornate.

Forse è addirittura così intelligente da sapere che lui non ci casca, che non c’è strategia che lei possa mettere in piedi che lui già non conosca, che più lei fa la dura, più si mostra disincantata e fredda, più lui la immaginerà, comunque, coinvolta.

Quanti contorcimenti. Che sciocchezza inseguire ciò che ti ferirà, come se si potesse davvero arrivare pronti. Quanto ci guadagnerebbe, anche Anna, accettando semplicemente la piacevolezza dei momenti che trascorrono insieme, senza domandarsi cosa manca, senza pretendere quello che la sua mente femminile e romantica le suggerisce che dovrebbe essere.

Se va avanti così arriverà – arriva sempre – il giorno in cui lui dovrà guardarla piangere, dovrà ascoltare mentre lo accusa di essere esattamente il mascalzone che ora sembra divertirla tanto. La scena madre non lo coglie mai impreparato. Ascolterà anche lei, fa parte del gioco, provando a consolarla. Ci proverà sul serio. Nessuna crede mai che lui ci provi sul serio. Che lui sia davvero dispiaciuto, ma in effetti, in quei momenti, quasi sempre lo è. Spesso, almeno. Dispiaciuto.

Si sposta in camera da letto. Apre l’armadio, massaggiandosi la pelle liscia del volto.

La donna di questa sera, Katia, non sa ancora se pretenda o no le guance ben rasate. Non è nemmeno certo che lo scoprirà, anche se i segnali sono buoni.

La serata sarà elegante, forse. Vernissage più cena. Non che lui pensi di conformarsi, non lo fa mai. Si vestirà come al solito. Magari il cappotto nero e il maglione nero leggero. Il nero è sempre adatto, dicono.

Ad Anna, che se ne è andata da poco, piace molto. Il nero, i profumi orientali, i baci sul collo, la bigiotteria tintinnante, le canzoni malinconiche. Le piace essere carezzata, ma anche presa con brutalità, non chiede di essere coccolata a lungo, dopo, ma le piace parlare e anche ridere, durante.

Le ha detto, carezzandole la schiena, che quella sera sarebbe andato a cena dai suoi. Una bugia inutile, in verità, dal momento che Anna ha un convivente, e che di sera non si incontrano mai, né si telefonano, nulla. A volte però lui mente anche in modo preventivo, per evitare domande.

Lei non ne sarebbe per niente felice. Ne hanno discusso a lungo, diverso tempo prima, e quella volta gli ha fatto promettere che la informerà, quando ci sarà un’altra donna nella sua vita. Naturalmente lui non ci pensa nemmeno. Non che si diverta a mentirle, o a mentire in generale, non è quel tipo di persona, non è un bugiardo compulsivo. Semplicemente, a volte crede sia necessario prendersi carico dei bisogni inespressi degli altri: il suo bisogno, di Anna, non è quello di sapere; chiedendo voleva anzi ottenere quello opposto, voleva essere rassicurata.

Così lui ha fatto, l’ha rassicurata sul fatto che non ci sia nessun’altra nella sua vita, al momento e che quando (non se, lei ha insistito, giustamente, sul quando) ci sarà una nuova donna all’orizzonte lei lo saprà.

Le ha detto la cosa giusta, l’ha vista rasserenarsi, lei ha smesso di stare sulla difensiva, di provocarlo, a quel punto. L’ha fatta stare meglio. Se non è questo che significa tenere a qualcuno…

Lui vuole che le donne che gli fanno compagnia (non pensa mai a loro come alle sue donne) stiano bene, che si sentano a loro agio, che non si sentano usate, che godano, che siano felici: cos’altro si può pretendere da un uomo?

Non si può domandargli di ferirti deliberatamente, dicendoti quello che ti farà stare male, e poi di restare lì a guardarti soffrire. Decisamente troppo. Inutile, autolesionista, eccessivamente e ingiustificatamente drammatico. Perché poi? Cosa ci avrebbero guadagnato, entrambi, se oggi le avesse rivelato che questa sera ha un appuntamento con una vecchia amica? Lei avrebbe voluto sapere di più, e allora avrebbe dovuto dirle che Katia è molto attraente, che non la vede da dieci anni, che dieci anni fa era poco più che una ragazzina, che adesso invece è una donna bella e sexy (almeno a giudicare dal ricco set fotografico che ha messo su facebook).

E, per restare fedele alla promessa di verità, dovrebbe anche ammettere di essere stato lui a chiederle l’amicizia, qualche mese prima, dopo aver visto la sua foto, in una di quelle notti in cui l’insonnia lo tiene alzato senza motivo, a ingannare la noia cercando su facebook i nomi di tutte le donne attraenti che ha incontrato nella vita. Tutte quelle su cui si è fatto una fantasia, le passanti, le ha chiamate De André – ricamandoci poi su più del dovuto, come gli piaceva fare.

Anna, poco alla volta, tra una risata e un’insinuazione, gli avrebbe fatto raccontare tutto (in fondo non è mai stato difficile farlo parlare, è una debolezza e lo sa, ma gli piace raccontare delle sue conquiste), dai messaggi che si sono scambiati, lui e Katia, sempre più personali e intriganti, agli sms, le telefonate e infine l’appuntamento di stasera. Intanto, tra una sua mezza ammissione e una reticenza, Anna farebbe un velocissimo calcolo mentale, realizzerebbe in pochi istanti che il suo approccio con Katia è avvenuto praticamente all’indomani della prima volta che loro due hanno fatto l’amore, e si direbbe, deragliando nella solita logica comune femminile: non gli sono bastata nemmeno per pochi giorni, non ho riempito i suoi pensieri, non sono stata protagonista assoluta delle sue fantasie nemmeno per una cazzo di settimana.

Questo la ferirebbe. Magari fingerebbe il contrario, ma le si leggerebbe negli occhi, come un sacco di altre cose, che le piaccia o no.

Invece così oggi è andata a casa contenta, l’ha baciato con trasporto sulla porta, le sue dita sottili sono rimaste a lungo intrecciate alle sue, fino a che non è stata sul pianerottolo.

Una mano ben giocata, insomma.

E ora Katia, il suo volto da studiare, il suo profumo che ancora non conosce, il suono della sua risata, che sarà cambiata, forse, in questi anni. La ricorda come una ragazzina ossuta con gli occhi enormi, ora appare come una donna sofisticata. Colta, anche, ottimi gusti musicali, tanti amici, una vita sociale ricca, una donna ricercata, ambita.

Sorride, infilandosi il maglione nero. Raccogliendo le chiavi, le sigarette, il portafogli. Sul tavolo della sala da pranzo c’è un bicchiere mezzo pieno di vino rosso. Sul bordo del bicchiere un alone di rossetto. Sovrappensiero lo raccoglie e finisce il vino. Perché chiederlo, se non ne hai voglia, si dice, parlando ovviamente ad Anna. Poi ci pensa un attimo e torna a rilavarsi i denti.

La sala dell’esposizione è ridicolmente vasta per quei quattro quadri di un perfetto sconosciuto. La cosa per un attimo lo spaventa. Sarà difficile non dare nell’occhio, entrando, ci sono solo poche persone là dentro, assieme a Katia. La riconosce subito, dalle foto che ha studiato. Alta, magra, in dolcevita e pantaloni neri, i lunghi capelli castani sciolti sulle spalle, rossetto scarlatto sulle labbra carnose. Tacchi alti. Una bellezza.

Al momento sta parlando con una donna anziana che le arriva al petto, per cui deve tenere la testa chinata. Lui ne approfitta per studiarla attraverso la porta a vetri, ammirare le dita lunghe agganciate alla tracolla della borsetta, sicuramente firmata. Anche il cappotto sul braccio sembra un capo di lusso, a occhio e croce. Che fosse ricca, comuque, lo ricordava. Lo erano quasi tutte, le sue allieve. L’equitazione è ancora uno sport per privilegiati. Lei era particolarmente portata per il dressage. Un’eleganza innata.

Dio, che caldo. Un lieve capogiro gli fa afferrare la maniglia della porta. Eppure ha mangiato, a pranzo. Dev’essere colpa del mezzo bicchiere di vino buttato giù in fretta prima di uscire. O del riscaldamento a palla in quell’atrio. Per un attimo si sente le ginocchia molli. Poi, per fortuna, la spiacevole sensazione di perdita d’equilibrio passa. La sua fronte però si è imperlata di sudore.

Se l’asciuga con il dorso della mano, non avendo un fazzoletto, e poi spinge il battente della porta. Neanche a farlo apposta, Katia solleva in quell’istante la testa, il suo sguardo lo intercetta immediatamente.

─ Marco!

Marco sorride, si avvicina tendendole le braccia. Il rossetto di lei è davvero fiammeggiante, si fa fatica a guardarlo, accidenti.

Lei gli vola letteralmente tra le braccia. Bene. Tutto procede nel migliore dei modi.

─ Che bello rivederti! ─ gli sta dicendo, baciando le sue guance sbarbate ─ Quanto tempo è passato!

─ Eh già. Meno male che c’è facebook!

Lei ride. No, non la ricordava così la sua risata. Non la ricordava proprio, a dire la verità, ma l’impressione ora è che abbia troppi denti, e gengive troppo rosse. Forse è il rossetto che è sbavato, o qualcosa del genere.

Marco deve strizzare gli occhi, all’improvviso fa fatica a mettere a fuoco.

─ Tutto bene? ─ dice lei.

Sorride. ─ In verità qui dentro fa molto caldo. No?

─ Trovi? Non mi pare, ma io sono una freddolosa. Togliti il cappotto.

Marco obbedisce, annuendo. Troppo, troppo caldo.

─ Vieni, ti presento l’artista.

Artista. Che parola odiosa. Che caldo.

E il profumo di Katia. Profumo? In verità è un’odore. Possibile che venga da lei? Per un attimo teme di essere lui a emanarlo, invece. Sta sudando, anche con il solo maglioncino leggero addosso. Ma quest’odore. Eppure gli sembra proprio che provenga da lei. Dolciastro, nauseante. Odore di macello.

Scuote la testa. L’odore è sparito.

Parole si affollano nella testa: tumore al cervello, ictus (può essere?), infarto… Cos’è che ti fa sentire odori che non ci sono? Cervello. Deve avere a che fare con il cervello.

Un uomo intanto si sta avvicinando. Barba lunga, capelli lunghi, jeans larghi e cappello borsalino. Sciarpa di seta a righe colorate. L’artista.

Nelle mani ha due bicchieri di plastica trasparenti. Dentro un liquido paglierino. Vino bianco, probabilmente.

─ Katia, tesoro

─ Samu, ti presento Marco, un vecchio amico.

─ Come stai, caro? Grazie di essere venuto!

Frocio fino al midollo.

Marco sorride, annuisce indicando vagamente i quadri alle pareti, con ampi movimenti della testa.

─ Fatti pure un giro con calma. Katia, mi aiuti un attimo con i cartellini? Ti spiace se te la rubo? Non sarà per molto.

─ Figurati.

L’artista gli molla in mano uno dei bicchieri, a titolo di premio di consolazione, forse. Katia si scusa stringendosi nelle spalle. Ha una bocca enorme, non se ne era accorto prima. Ma è davvero sproporzionata, forse da lontano non si nota, ma da questa distanza sembra tutta bocca, il resto della faccia scompare.

Marco mormora qualcosa, sorride un po’ spaesato.

─ Torno subito! ─ gli dice Katia, prima di correre via. Lui solleva un attimo il bicchiere in risposta al cenno dell’artista, che deve portare un cappello un paio di taglie più piccolo, come minimo.

I quadri rappresentano chiazze di vomito. Non ci sono altre possibili interpretazioni, forse si potrebbe giocare a indovinare quali cibi semidigeriti dovrebbero nascondere, tutt’al più.

Una risata scoppia al suo fianco. Non l’avrà mica detto ad alta voce? Ha quasi paura a voltarsi. Quando lo fa, però, non c’è nessuno, la donna che ha riso – assomigliava alla risata di Anna – è già andata via. Sovrappensiero butta giù un sorso di vino. Orrendo ma ghiacciato, almeno.

È la seconda volta che pensa ad Anna, da che è uscito di casa. Mentre guidava verso il centro gli è sembrato di vederla, nello specchietto retrovisore, alla guida dell’auto dietro la sua. Ma era solo un miraggio, la piccola utilitaria rossa aveva accostato subito dopo. Non era riuscito a vedere bene la persona al volante, ma escludeva che fosse lei, sarebbe stata una coincidenza davvero improbabile. A quell’ora lei doveva essere a casa, a recuperare il lavoro perso, dato che aveva passato buona parte della mattinata con lui. Una macchinetta rossa uguale alla sua, tutto qui. E una risata molto simile, ora.

Ma che diavolo. Marco strizza gli occhi: quel quadro non è ancora asciutto, la vernice cola ancora. Lenta, lucida, viscosa vernice rossa. Può immaginarselo così bene, il sedicente artista, che sbatte barattoli di vernice a caso sulle tele fino a stamattina, ghignando al pensiero dei babbei che se le sarebbero comprate. Ma tu pensa. Neanche lo sforzo di prepararle per tempo, le sue ciofeche.

Cristo. La testa gli gira da matti, adesso. Non doveva bere altro vino. Deve uscire.

─ Eccomi.

Katia è tornata, e con lei quell’odore. ─ Ti piacciono?

Nauseante. L’odore, i quadri. Nausea.

─ Sono… impressionanti ─ balbetta, cercando con lo sguardo la via più breve verso l’uscita. Lei lo trattiene per il braccio

─ Stai male? Sei pallido.

Ecco, ora sì, se mi dici che sono pallido sto male di sicuro, cazzo.

─ Magari uscirei un attimo.

─ Daì, ti accompagno.

─ Sei gentile, non c’è bisogno.

Quell’odore, di colpo più forte. Carne cruda. Uscire in fretta, da solo, per non vomitare.

Ma sente che lei lo segue, infilandosi in fretta il cappotto. Fuori, Marco attraversa l’atrio quasi di corsa. Poi, nel cortiletto interno, finalmente respira a pieni polmoni e gli pare di recuperare il controllo. Silenzio, aria, frescura.

Ma ecco che, di colpo, lo spazio si affolla. Un gruppo di ragazze arriva ridendo forte. L’odore lo assale, piegandogli le ginocchia. Mani – dita lunghe – lo afferrano per le spalle.

Sente pronunciare il suo nome, prima di crollare in ginocchio.

Poi, chinato, vede polpacci. Rossi e bianchi, lucidi. Carne e legamenti, polpacci crudi, pensa. Non ha senso. È follia. Polpacci spellati. Muscoli rossi lucidi, puzzo di sangue. È la fine.

È così, allora, che succede.

Morire.

Il dolore nella testa è una creatura viva. Rosicchia, morde, mastica.

Marco lascia uscire un gemito che è quasi un guaito.

Poi una voce pronuncia il suo nome. Una voce che riconosce, senza aprire gli occhi. Anna.

Cautamente, Marco solleva la palpebra destra. Si lascia ferire dalla luce, per tutto il tempo che ci vuole ad abituarsi, a tollerare la nuova fitta alla testa.

È sdraiato in un odore inequivocabile. Ospedale.

Finalmente riesce a vedere la stanza, e lei. Sta armeggiando con una borsa, con una sua borsa, quella che usa per la palestra.

─ Anna.

─ Ehi. Bentornato.

─ Che cosa? Cosa?

─ Alla tua età dovresti lasciare perdere gli acidi. ─ Anna ride. ─ Come stai?

─ La testa. Cazzo. È tremendo.

─ Ti chiamo l’infermiera. Ti stanno riempiendo già di roba, sai? Via flebo. Ogni tanto cambiano sacche. Ma ora la chiamo, per la testa.

─ Aspetta. Cos’è questa storia dell’acido?

Anna si avvicina, sorridendo.

─ Non lo so. Il medico pensava che fossi strafatto. Ma aspettano gli esiti degli esami del sangue. Potrebbe anche essere lo stress, ha detto. ─ Lei non sembra preoccupata. ─ Sono andata a casa tua a prenderti dei vestiti, spero che non ti dispiaccia. Ti ho preso le chiavi dalla tasca.

─ No, non mi dispiace. Aspetta. Ah, la testa. Brucia.

─ Vado a cercare l’infermiera.

Qualche minuto più tardi, con l’incendio nella testa parzialmente domato, Marco comincia timidamente ad intrecciare pensieri.

─ Come sapevi che ero qui, tu?

─ Mi ha chiamato quella tua amica spilungona. Ha fatto l’ultimo numero che avevi composto sul cellulare e… eccomi qua.

Si stringe nelle spalle. Amica. Katia. La carne. Un brivido corre lungo la sua spina dorsale. Immagini rosse.

─ Dio mio.

─ Che c’è?

─ È stato… Non so neanche come descrivertelo.

Anna è seduta sul bordo del letto. Ora, guardandolo negli occhi, gli prende la mano e la stringe.

─ Non penserai anche tu che ho preso qualcosa.

Lei scuote la testa. ─ Ma no ─ ma non sembra convinta.

─ Su. Non fare quella faccia. Non ti mentirei su una cosa così.

Anna sorride, ma a bocca chiusa, e distoglie lo sguardo. Pessima scelta delle parole. Il verbo “mentire” avrebbe fatto meglio a evitarlo.

─ Mi hanno drogato.

Il sorriso si allarga sulla bocca di lei. Anche Marco riderebbe, se a dirlo fosse un altro. Se quelle visioni non stessero riemergendo, adesso, in tutta la loro truculenta vividezza. Dio santissimo, quel puzzo di morte, quella carne esposta.

─ Mi hanno drogato ─ ripete. E la mente riprende, tra il dolore e le visioni, a cercare collegamenti, a tirare fili. Chi. Come.

Anna tace, lo guarda quieta. Chi ti ha drogato, perché non lo chiede?

Marco si solleva un po’ sui cuscini. La guarda meglio. Ha gli occhi arrossati, gli sembra pallida, stanca. Anche questa mattina aveva l’aria così sbattuta? Pessima scelta della parola, ancora. In ogni caso non se ne è accorto, non ci ha fatto caso.

Le labbra sono nude, non porta rossetto. Di colpo rivede il bicchiere, sul tavolo. Pieno a metà di vino. Che lei aveva lasciato? Perché adesso invece gli sembra di ricordare che l’avesse finito? Se ne è versata ancora, mentre lui non la guardava? Mentre lui era in cucina a preparare il caffè, forse.

─ Cristo, potevo ammazzarmi, con la macchina.

Di qualcosa si deve pur morire.

L’ha detto davvero? Le labbra non si sono quasi mosse, ha parlato in un soffio.

─ Cosa hai detto?

─ Ho detto: non so cosa vuoi dire.

─ Come sai che è alta?

─ Chi?

─ Katia. Hai detto “la tua amica spilungona”. Come fai a saperlo?

─ Perché era qui, quando sono arrivata. Ha seguito l’ambulanza. L’ho rimandata a casa io. Se ti spiace però posso richiamarla. Mi ha lasciato il suo numero. Che tu comunque avrai già.

La sua voce ha tremato. Anche la mano, che ancora tiene nella sua, sta tremando. Gli occhi le si sono riempiti di lacrime. Se li asciuga con la mano libera, con un gesto rabbioso.

─ Scusa. Mi sono spaventata. Ho avuto paura, quando quella voce sconosciuta mi ha chiamata dal tuo numero, quando ha detto che eri all’ospedale.

Si morde le labbra, non riesce più  a frenare le lacrime. Impossibile immaginarla mentre gli mette qualcosa – droga, veleno? – nel vino. Ora è sicuro che non troveranno niente nel suo sangue. Niente. Qualsiasi cosa sia successo… Già cosa?

─ Scusami tu. Sei stata così dolce a venire. Cos’hai detto a casa? Non sarai nei guai, qui con me?

Lei scuote la testa.

─ Un’amica mi sta coprendo, non preoccuparti.

L’ha trovata in fretta, in tutti quei mesi non è mai riuscita a…

Smettila, si ordina. Sono le tue stesse bugie che ti condizionano. Non riesci più a credere a niente e a nessuno, è questo il fatto.

─ C’era un bicchiere sul tavolo ─ dice, in ogni caso.

Lei sorride. ─ L’ho visto. L’ho anche lavato, non preoccuparti. Ho visto che era sporco di rossetto, ma ho riconosciuto la forma delle mie labbra.

Gli strizza l’occhio, maliziosa.

Anche Marco sorride, scegliendo di ignorare il nodo che gli si è stretto allo stomaco.

La stanza, grazie a Dio, odora solo di disinfettante, e del profumo orientale di Anna.

E la testa va sempre meglio, le pastiglie che gli ha dato l’infermiera stanno facendo effetto.

Carina, l’infermiera. Gambe lunghe, bel sorriso.


Portami

Portami, aveva detto così. Portami da un’altra parte, e non Andiamo da un’altra parte. Questo è importante per lei. Il rischio, il trasferimento di potere. Rischio assoluto e totale trasferimento di potere. Andiamo avrebbe contenuto il rischio ma non l’abdicazione che per lei – ogni volta che riviveva quel momento – coincideva con la fase erotica. E se lui avesse abdicato a sua volta? Un’altra parte, dove? Non avrebbe funzionato nemmeno così. Lui deve dire esattamente quello che ha detto. Lui deve dire Sì.

 

 

Ricordava i suoi occhi grigio nocciola, la vista ravvicinata della sua pelle ruvida, il cerchio di una vecchia cicatrice vicino al naso, l’ampiezza del suo petto liscio mentre si sollevava dal suo corpo. Eppure non avrebbe saputo fornire una descrizione utile del suo aspetto. Era convinta di aver sentito la sua presenza con tanta intensità, sin dal principio, da escludere un’osservazione ordinaria. Il ricordo improvviso perfino dei primi momenti incerti e titubanti aveva ancora il potere di farla ripiegare su se stessa come a proteggere la sorpresa cruda del corpo, lo scompiglio del desiderio. Amore-mio-amore-mio, bisbigliava in tono duro, meccanico, come la formula di un medicamento segreto.

(Alice Munro, da Quello che si ricorda. Nemico amico amante ed. Einaudi)