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Sirene cannibali

Noi fatte di niente, tenute in piedi solo della nostra colossale voglia di ammazzarci. Lentamente, il più lancinante possibile. Noi, crampi ai polpacci e immani carenze di potassio, di magnesio, di tutto.

Tu che strizzi gli occhi, Ma’, ogni volta, entrando qui, credi che non me ne accorga? Che ti aspetti ancora, da me?

Noi, mi hanno tolto di nuovo il pc e il telefono, cazzo, noi, quando arrivano le quattro, e le cinque, e le sei, e le sette, quando me la danno questa cazzo di sigaretta?, noi che contiamo le nutrizioni, che parliamo sempre di vomitare o di non vomitare, con chiunque, e abbiamo perso da un pezzo ogni decenza, anche quella di nasconderci a crepare in un buco nella terra. Noi che ci scattiamo foto, intere gallerie degli orrori che pubblichiamo su facebook, tra le immagini di quelle bellissime principesse tristi che in fondo ancora ci sentiamo, noi arpie sghignazzanti sulla faccia di qualunque stronzo si azzardi a mettere un “mi piace”. Ma nessuno da tempo lo fa più.

Noi entusiaste, ogni mattina prima dell’alba, puntuali al binario a prendere il nostro treno per l’agognata Auschwitz, per Dacau, per la nostra privata Treblinka, noi gole spezzate, lacerate dai nostri stessi artigli, noi polsi stuzzicadenti e vene ulcerate da troppi aghi, noi fighe aride e umori perduti.

Noi nemiche sorelle, che ci affoghiamo a vicenda in terrorizzati abbracci, vi sfidiamo dai nostri lebbrosari, e poi ci ripariamo dietro barricate dei polpacci sfibrati, di gomiti appuntiti, di menti che bucano la pelle, di lividi dove ci legano i polsi. Ci contiamo i dolori, i giorni, le ore, i mandarini, le sigarette, le rughe, le piaghe e i capelli, sempre meno.

Facciamo defluire il sangue dalle gengive, noi assassine compulsive, Lady Lazarus del cazzo, noi cadaveri deambulanti, teschi imbellettati. In bagno a stendere un rosso da puttana su quel che resta della polpa delle labbra e tu che non lo noti, che non riesci a guardarmi.

Il tuo odio mascherato da cura è più forte dell’amore con cui mi ammazzo?

Ma’, ce l’hai ancora nel portafoglio quella foto mia?

Che foto, dici, come se non ti ricordassi, ma la mano ti è corsa d’istinto alla borsetta.

Fammi vedere, ti prego, quella foto.

No, tienila là, fai finta di niente.

Niente, dico, lascia stare.

La vuoi vedere?

No, no ho detto! NO!

Guarda com’eri bella, mi hai detto un giorno, guarda che bella bambina eri.

Solo che non ero una bambina, avevo quindici anni e tu mi chiamavi puttana, Ma’.

Avevo dodici anni e mi ubriacavo il pomeriggio, con i soldi che ti avevo rubato, e mi masturbavo fino a sera, e tu tornavi dal lavoro e sbattevi le porte, urlavi esci da quella stanza, esci da quel letto, che cristo fai sotto a quelle lenzuola tutto il giorno? Mi amo, dicevo, ridendo sbronza. Mi amavo.

Mi hai caricato in macchina in braccio, l’ultima volta.

Noi donne di carta velina, noi femmine stracciate.

Che impressione, quanto ti ha fatto impressione, è stato come portare una bambola di stracci, un sacco di ossa, ti ho sentito piangere al telefono con tua sorella, mentre riprendevo coscienza a metà.

Prendimi in braccio, Ma’. Prendimi in braccio ancora, che quella sera ero svenuta e non mi ricordo.

Quella stronza dell’infermiera la odio, dico invece.

Se fai la brava ti spostano di qua, lo vuoi capire?, gemi tu, esasperata.

Io e il buco diretto nello stomaco, in quel che ne rimane, io fortissima, nessuno come me ha tanta forza in corpo, tanta vitalità nel morire. Te ne andrai tra poco, perché proprio non lo puoi sopportare, il pensiero che finito qui, anche oggi andrò a vomitarmi fino a svenire.

Non mi danno più cibo per bocca, non ricordo più nessun sapore, solo quello acido del fiele.

E tutti i tuoi perché, e tutti i miei perché, hanno lo stesso amaro, lo stesso acido che corrode.

Ad una massificante uniformità della sintomatologia medica che si ripete uguale a se stessa in ogni parte del mondo, corrisponde l’estrema diversità delle singole posizioni che ogni soggetto affetto da anoressia-bulimia assume nei confronti della malattia stessa.

Devi capire che hai bisogno di regole, dite tutti.

Camilla è bellissima, ha occhi di cielo. Camilla la danza l’ha incasinata, ma lei può mangiare, sotto controllo, lei non ha un buco nella pancia, né una cannula che le spara crema biancolatte nella vena centrale. Accanto a noi spaventapasseri, lei sembra una fottuta principessa, e mangia cose vere. La odiamo. Ci scanniamo tra di noi perché lei ci abbracci, per essere sue amiche, la adoriamo.

Il suo corpo resiste, i suoi muscoli si rifiutano di liquefarsi, così come le sue labbra a cuore.

Pensiamo solo all’affetto che ci manca, al cibo che ci manca. Vorremmo ingozzarci d’amore come ci abbuffiamo di tutto il cibo che riusciamo a rimediare approfittando di ignari marinai richiamati dal nostro canto di sirene agonizzanti, del cibo che rubiamo dai vassoi degli altri e persino dalle pattumiere, ed è sempre troppo poco. Amiamo solo nel momento del bisogno, del desiderio. Poi è la tazza del cesso che abbracciamo, a schizzare fuori quella spaventosa pienezza di amore o di pane e wurstel crudi. Finchè non rimangono solo filamenti vischiosi a danzare nell’acqua, a scivolare sulla ceramica macchiata, e poi ancora, fino a che il corpo si spezza nel mezzo, finchè non ci vomitiamo la linfa.

Sfinite, esauste, benediciamo il nostro vuoto, malediciamo la tentazione di restare in vita. Mai più, mai più, ci giuriamo, eruttando l’aria acida dei nostri corpi in sfacelo.

Inganniamo, non facciamo altro.

Ti amo così tanto mentre ti aspetto, Ma’. Mentre sogno che tu venga, qui al capezzale del letto a cui così spesso mi devono legare, a sfiorare la mia fronte con un bacio, a cullarmi tra le tue braccia, come quando il mio corpo era puro, quando era buono come pane caldo, e senza peccato.

Hai saputo dell’altra sera, del casino che ho fatto. Non fai altro che prendermi in giro, dici. Tu vuoi proprio morire, non è vero che ci tieni a me, che ci provi a vivere. Non ci provi per niente.

Me l’ha detta anche D, una volta, una frase così. Prima mi capiva, però, fino a un certo punto. Tenendomi le braccia, abbracciandomi forte per impedirmi di andare a vomitare la pasta al burro che mi aveva preparato, mi diceva, non è colpa tua. Tu sei il consumismo che esplode, la schizofrenia di questo mondo di merda che si manifesta, tu sei la ferita sanguinante di questa fottuta società, sei ognuno di noi, che si ingozza e muore di fame. Pensava di nutrirmi di amore e rivoluzione, il mio pazzo anarchico, di salvarmi dal capitalismo, da mia madre e da me stessa.

Ha perso su tutta la linea e qui non ci viene più, anche lui si è scelto alla fine un inganno migliore. Solo tu torni, a testa bassa, cieca come solo una cagna, come solo una madre, a cercarmi ancora tra le lenzuola.

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