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Marguerite Dura…

l'amant

Marguerite Duras ha sofferto molto durante la sua infanzia e la sua adolescenza. Questa sofferenza spiega forse la sua capacità di rivolta. Non ha mai smesso di essere una donna ribelle, indignata, una pasionaria della libertà. Libertà politica, ma anche libertà sessuale. Poiché se lei fu, di sicuro, lo scrittore dell’Amore, fu allo stesso tempo una militante della causa femminile e l’appassionato avvocato del piacere femminile. Rivendicò sempre il diritto al piacere e fu, per tutto il corso della sua vita, una grande amante. Amava fare l’amore e ha saputo esaltare la forza dell’amore, il piacere, l’abbandono, l’esaltazione dell’amore. Ne ha esplorato i limiti e vampirizzato le energie: la ricerca dell’assoluto come ricerca del piacere. Diceva che non poteva farci niente, che non era fatta che per quello. Ricordate nel L’amante : “Avevo in me il luogo del desiderio, avevo a quindici anni il volto del piacere e non conoscevo il piacere”.

(Laura Adler _ Marguerite Duras ed. Gallimard _ traduzione mia)

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Un bastardo felice momento

“Non si conosce mai la storia prima che sia scritta” diceva Duras, e come darle dorto? Scrivere così è da ignoranti, ignoranti della storia che stiamo raccontando, come si fa?

Come te lo dico, che mi prudono le dita, tanta è la voglia di toccarti quando mi è proibito?

Che se chiudo gli occhi mi sei addosso, bello come sei quando mi guardi e pensi, questa è tutta matta? Come te lo dico che mi mancano le tue scale e il tuo odore, che volerti mi pare così puro che non capisco davvero come potrebbe essere altro che benedetto l’averti?

Come lo dico che mi mozzi il fiato, tu che non mangi bachi e non allevi farfalle nello stomaco, potrai mai capirmi, potresti immaginare quanto è forte l’immagine, chissà poi perché quella, della tua figura all’angolo di una strada di cui non saprò mai il nome, il tuo cappotto troppo leggero con quel freddo che lucidava l’asfalto e la tua risata che ti ripuliva da ogni peccato e le tue dita, gelate per una volta anche loro, intrecciate alle mie?

Che se non avessi fatto voto di non romanticismo con te ti avrei già mandato in zona rossa l’indice glicemico, da vergognarmene, che canticchio da sola canzoni di zucchero filato rosa appiccicoso fragoloso con tanto di organetto e scimmietta con il cappellino?

Che più fai smorfie dicendo la parola amore, che più ti dichiari impenitente, più diventano verdi i tuoi occhi da temporale, più ci credo che sei davvero quello che dici, più vorrei essere quello che hai, più vorrei che tu fossi esattamente quello che ho? Senza fronzoli e senza sconti, senza bugie e senza dubbi, quello che è, quello che sei, quella che sono.

Tu che l’avresti messa al rogo la povera Emily mi fai pensare stasera alla pazza Caterina che grida:

Io sono Heathcliff! Lui è sempre sempre, sempre nella mia mente: non come una gioia, non più di quanto io lo sia per me stessa

Ecco. Ridi adesso, stronzo.


E… niente

 

Colpa tua se non so che dire. Hai preso tutte le mie scatole-parola ben impilate, quelle semplici e le più particolari, collezionate in anni di buone letture e pervicace ricerca, le hai prese una per volta, le hai aperte e rovesciate, mostrandomi con un sorriso tranquillo che niente cadeva a terra o prendeva il volo, solo quella polvere che avevo trascurato di togliere.

Mi hai lasciata così, con le mie scatole vuote e i miei coperchi inutili, ammutolita, senza regalarmi nessuna nuova illusione in cambio delle mie perdute.

Cosa potrei mai dirti adesso, quale parola potrei regalarti, da che sappiamo entrambi che sarebbe vuota di vita e di segreti, nessun ponte verso l’infinito, solo, al più, qualche ragnatela, troppo fragile per appenderci anche un sospiro? Taccio. Accolgo i tuoi occhi, le tue labbra, la tua carne, io appesantita, sopraffatta, accecata da tutti questi niente, da questi fortissimi niente, da queste urgenze senza nome, da queste verità senza definizione.

Sola, così sola, in balia di questo niente che non so più dire, a cui non so rinunciare.

 


Stare.

… potrei prolungare all’infinito questi attimi di avvicinamento, lui forse non lo sa, non si può immaginare quanto adori questo stare nel desiderio senza trasformarlo in atto, davvero non so quanto a lungo potrei protrarlo


La tenerezza

La tenerezza che mi facciamo.

Tu piccolo piccolo, come un bambino beccato con le mani nella marmellata, io rintanata nella mia finta noncuranza.

La tenerezza di questa nostra banale infedele umanità.

Da bambini abbiamo avuto tutti e due una casa sull’albero, nessuna delle due sarebbe sopravvissuta a un temporale,

là abbiamo giocato a essere grandi, abbiamo imparato a mentire, l’odore delle foglie marce era quello del peccato, quello del pane con la nutella il profumo del ritorno a casa. Nessuno dei due sarebbe sopravvissuto senza l’altro, nessuno dei due ci avrebbe potuto raccontare. La pelle, la pelle, il sudore e quello nuovo e feroce che ci cercavamo tra le cosce. Quello eravamo, quello siamo.

Bestie che si annusano e si sbranano per finta.


Nebulosa

La parola a cui abbiamo dato carne pulsa ora come un livido fresco, come
una bruciatura. Con il nostro sudore indistinguibile che si raffredda sulla mia
pelle, la parola rimasta non può che far paura. Come prendersi solo il meglio, e
restare fermi al nostro posto mentre il cielo si spalanca? Lassù ci guardano le
nostre solitudini, intrecciate come le nostre dita, le nostre lingue, le nostre
labbra. Ho paura, non chiedermi di che. Le stelle mi ghiacciano sulla pelle e
io tremo.


Guardami stasera

Non c’è nessuna tragedia, se riesci a seguirmi in questa equazione. Ci sono equazioni che sono più evidenti. Una potrebbe essere questa: io ti amo e pertanto rinuncio al mondo e alla vita per te. E tu ti troveresti con una suora prostrata davanti a te, avvelenata dalle richieste che tu non potresti esaudire e che ti ucciderebbero.

Ma guardami stasera.

Stiamo andando a casa insieme. Io ho conosciuto il piacere. Ma non ti chiudo fuori. Entra nel mio corpo dilatato e gustalo. Io porto la vita. E tu lo sai. Non puoi vedermi nuda senza desiderarmi. La mia carne ti sembra innocente e completamente tua. Potresti baciarmi dove Henry mi ha morso e provare piacere. Il nostro amore è inalterabile. Solo la conoscenza potrebbbe farti male. Forse sono un demone, a riuscire a passare dalle braccia di Henry alle tue, ma una fedeltà letterale per me è priva di significato. Non posso vivere rispettandola. La vera tragedia è che noi viviamo insieme e vicini senza che tu riesca a indovinare questa conoscenza, che siano possibili questi segreti, che tu sappia solo quello che io decido di dirti, che non ci sia traccia sul mio corpo di quello che ho vissuto. Ma anche mentire è vivere, mentire come faccio io.

(Anaïs Nin _ Henry &June)


Vita, nonostante.

“Quando questo finirà non ci toccheremo più, prometti.”

Lui ride, la guarda al di sopra dell’orlo del bicchiere che si sta portando alla bocca, il bicchiere si ferma a mezz’aria.

“Cosa intendi?”, ma lo sa benissimo.

Gli occhi di lei sono una pozza calma. Gli sorride. “Lo sai.”

“Il desiderio”, mormora lui.

“Il desiderio.” ripete lei. E le labbra si curvano in un sorriso.

“Vuoi dire che dovrà finire tutto?”

“No. Solo il contatto. Non ci toccheremo, non faremo rivivere gesti vuoti, spolpati, non reciteremo la passione, non ci proveremo nemmeno. La onoreremo.”

“Addirittura.”

“Di più. La celebreremo, la commemoreremo, con religioso rispetto.”

Lui beve un sorso d’acqua, che per poco non gli va di traverso. Sta ridendo.

“Quando accadrà”, anche lei sta ridendo ora, “siederemo qui, perfettamente distanti e composti, o altrove…”

“Composti.”

“O scomposti, se vuoi. Ma niente pacche sulle spalle, niente carezze sulla mano, niente abbracci goffi e niente tentativi di farlo comunque.”

“L’amore?”

“L’amore.”

Lo sguardo di lui si ferma sulle labbra di lei, ancora arrossate, stropicciate dai baci. Una vampata di calore si diffonde alla base della colonna vertebrale. Quando questo finirà… è giusto.

“Rideremo” dice lei, “del nostro passato, di quando stavamo così a guardarci, frastornati di desiderio, senza riuscire a levarci le mani di dosso. Rideremo come ridono in quella foto, Anaïs Nin e Henry Miller.”

“Quale foto?”


Silenzio-assenza

Silenzio. Silenzio-assenza di musica e parole, silenzio pelle e occhi,

silenzio di intenzioni inespresse di bisogni inesprimibili.

Sogno orsi e intanto muoio piano.

Lentamente mi appanno, mi sfuoco.

Il mio profumo e la mia luce.

Le mie labbra e i miei bracciali.

Le gonne leggere che metto per la gioia di scivolare sotto le tue mani,

gonne invito non complicate.

Silenzio di agonia

Silenzio che sfugge il dramma

Silenzio che non cinge,

che non stringe e che non lega.

Silenzio-libertà?


Portami

Portami, aveva detto così. Portami da un’altra parte, e non Andiamo da un’altra parte. Questo è importante per lei. Il rischio, il trasferimento di potere. Rischio assoluto e totale trasferimento di potere. Andiamo avrebbe contenuto il rischio ma non l’abdicazione che per lei – ogni volta che riviveva quel momento – coincideva con la fase erotica. E se lui avesse abdicato a sua volta? Un’altra parte, dove? Non avrebbe funzionato nemmeno così. Lui deve dire esattamente quello che ha detto. Lui deve dire Sì.

 

 

Ricordava i suoi occhi grigio nocciola, la vista ravvicinata della sua pelle ruvida, il cerchio di una vecchia cicatrice vicino al naso, l’ampiezza del suo petto liscio mentre si sollevava dal suo corpo. Eppure non avrebbe saputo fornire una descrizione utile del suo aspetto. Era convinta di aver sentito la sua presenza con tanta intensità, sin dal principio, da escludere un’osservazione ordinaria. Il ricordo improvviso perfino dei primi momenti incerti e titubanti aveva ancora il potere di farla ripiegare su se stessa come a proteggere la sorpresa cruda del corpo, lo scompiglio del desiderio. Amore-mio-amore-mio, bisbigliava in tono duro, meccanico, come la formula di un medicamento segreto.

(Alice Munro, da Quello che si ricorda. Nemico amico amante ed. Einaudi)