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Il morso

renè

Il soffio discreto della porta, lo schiaffo delle chiavi contro il posacenere di marmo, il battere dei suoi tacchi sul legno… il tuffo allo stomaco, il brivido lungo la schiena, la contrazione al basso ventre.
Lei è tornata.
L’uomo chiude il libro che teneva aperto in grembo. Si toglie gli occhiali e li appoggia sopra il cartone telato della copertina. Chiude gli occhi. Inspira.
Il frusciare serpentino dei suoi abiti, pelle contro la pelle dei suoi pantaloni neri, il tintinnare dei bracciali, lo sbattere della cintura dell’impermeabile, mentre se lo sfila, il rullio del lungo filo di perle che porta in due giri al collo, quando si sbilancia a poggiare la borsa per terra.
Il primo passo rintocca nel momento esatto in cui l’uomo riapre gli occhi e li fissa nel quadro della porta. Ed eccola che viene avanti decisa, sciogliendosi i capelli.
La massa quasi nera segue la sua mano allungandosi densa e compatta come una stringa di liquirizia, gli sembra quasi di sentirne lo schiocco, un secondo prima di vederla ricadere, pesante e serica, sulle sue spalle. Lei gli lancia una breve occhiata e poi abbassa lo sguardo, infilandosi l’elastico nero sul polso.
─ Bentornata.
─ Leggevi?
Risponde con un borbottio, una specie di goffa ammissione. Lei si avvicina di qualche passo, piegando il capo per scorgere i caratteri impressi sul dorso del libro. Lui lo solleva per mostrarglielo.
─ L’Ulisse. Di nuovo.
─ Oggi sì.
Lei aggrotta appena le sopracciglia, e passa oltre, prendendo il suo pacchetto di sigarette rimasto sul tavolo e scuotendolo leggermente per farne scivolare fuori una. Poi apre la finestra e si appoggia sul davanzale, offrendogli la visione del suo corpo che lui preferisce, quel culo arrogante, sguaiato, popolano che una volta cercava di dissimulare, quasi vergognandosene. I pantaloni dal taglio maschile oggi invece lo enfatizzano, ma non ce n’è bisogno. È un culo impossibile da non notare, che calamita inevitabilmente gli sguardi, polposo, sproporzionato sul corpo minuto, un culo che non si lascia nascondere, né mascherare dai vestiti. Le gonne più serie tirano a ogni passo, come se le chiappe volessero straripare, quelle morbide e leggere svolazzano maliziose, minacciando in ogni istante di mostrarlo in tutta la sua indecente pienezza, i pantaloni si infilano sempre in mezzo, mostrando l’invitante profondità del solco. Sulla spiaggia, anche con i costumi più castigati, quel culo ingombrante scivola fuori a ogni suo movimento, esplicito come l’offerta di una puttana, irresistibile come il richiamo di una sirena. Ricorda ancora la prima volta in cui l’ha vista avventurarsi in aula, quattordici anni, il movimento nervoso della sua mano che scendeva di continuo ad abbassare l’orlo della felpa troppo larga, le labbra timide, le spalle appuntite, le gambe angolose, troppo magra, troppo bambina per quel culo e per quegli occhi da lupa, gialli, striati da filamenti più scuri, sangue coagulato nell’ambra.
Lei fuma quieta, alternando di tanto in tanto l’incrocio dei piedi. Sa che lo sguardo di lui non si perde un movimento, sa dell’effetto che gli fa.
Ma le è accaduto qualcosa, oggi la sua serietà sembra più una vera assenza che il solito gioco di finta noncuranza.
─ Come stai? ─ le domanda.
Lei fa un tiro profondo, poi gli rivolge un breve sorriso da sopra la spalla, soffiando fuori il fumo.
L’uomo si libera del pesante libro – edizione antica, rilegata a mano – appoggiandolo sul tavolino, ma poi non si alza.
─ Non è andata bene, dunque?
Lei solleva il busto e si volta, appoggiandosi contro il termosifone spento.
─ Tutt’altro. ─ dice.
─ Mi racconterai?
─ Certo.
─ Hai sete? O hai fame, forse? Vuoi che ti prepari un caffè?
─ No, sto bene.
La guarda finire la sigaretta e spegnerla nel solito posacenere posato sul davanzale di marmo, prima di domandarglielo:
─ Andiamo di là?

La voce ha tremato, proprio in mezzo alla prima parola.
Accorgendosene, il familiare calore della tenerezza le si spande nel petto, distende le spalle contratte, risale il collo, le solleva gli angoli della bocca in un sorriso.
Pensi di leggermi dentro, eppure lo sai anche tu che c’è una soglia, sulla quale la lama affilatissima del tuo pensiero si schianta, come un passerotto contro a un vetro.
Hai paura che oggi potrei dire no.
Non ha bisogno di dirlo, lo sa, entrambi lo sanno, giocano a carte scoperte. Potrebbe disegnarla a occhi chiusi la piega, quasi una Y, che gli si forma tra gli occhi celesti, proprio al centro delle sopracciglia folte, biondo cenere, nemmeno un pelo bianco, in fiero contrasto con i capelli precocemente ingrigiti. Può prevederlo, quel movimento poco vistoso delle labbra che si schiudono a vuoto, un aborto di parola.
Parole che non dirà mai, domande che non può fare, non lui.
Il sorriso che gli regala viene accolto esattamente per quello che è: una rassicurazione, la conferma che tutto va bene.
Lui si alza senza attendere il suo sì. Tende una mano a carezzarle una guancia. Il corpo alto e magro la sovrasta nonostante i tacchi, il suo sguardo sopra di lei ha sempre il potere di farla sentire più piccola e scoperta, una ragazzina, una studentessa davanti al suo professore, come è stato, un tempo.
La mano lunga ed elegante scivola dalla sua guancia al collo e poi prosegue, sgranando il lungo filo di perle che si perde dentro la scollatura della camicetta nera di seta. Sembra intenzionato a continuare il viaggio fin laggiù, in mezzo ai suoi seni, invece prende tra le dita la collana e la tira a sé, stringendole il secondo giro attorno al collo.
Un brivido le rotola giù fino alla curva delle anche.
Lui se ne accorge, i suoi occhi si accendono di complicità. Le labbra si aprono, poi sorridono.
─ Andiamo di là. ─ lasciando andare la pesante collana che le ricade sul petto, sfiorandole per un secondo i capezzoli nudi sotto alla seta, per poi raccogliersi nell’avvallamento tra i due piccoli monti appuntiti. Lei reagisce al furtivo sfioramento facendo guizzare la lingua sul labbro superiore.
─ Andiamo di là. ─ le ripete, contro la sua bocca dischiusa. La voce tradisce, questa volta, quell’impazienza che la fa sorridere e le fa bagnare – di nuovo – l’impalpabile triangolino di pizzo che si interpone tra la sua pelle umida e quella calda dei pantaloni.

La stanza. Non la camera di lui, non la camera di lei. La stanza senza nome. Di là.
“Di là” sono quattro mura spoglie, bianche. Un letto di ferro nero, né bello né ricercato, un vecchio letto contadino, preso un sabato mattina di un giugno lontano – quattro anni prima, quattro anni quasi esatti – da un rigattiere, le ottonature dei piedi opache e screpolate, il pesante corpo scricchiolante, ma ancora solido. Un materasso e lenzuola, bianche, al momento arrotolate nel centro del letto, dato che nessuno si dà pena di rimettere ordine qui, se non di tanto in tanto. Una sedia. Una vecchia abat jour, il gambo di bronzo a forma di sirena e il paralume panciuto come la gonna di una ballerina di can can, raso dorato con nappine ormai scolorite, sopra a un comodino di legno di noce, scuro e austero, non proprio dritto, non proprio stabile. Uno specchio opaco, con la cornice dorata che in certi punti rivela il legno sottostante, appeso al muro a un’altezza casuale, poco consona a chiunque. Nient’altro.
─ Allora, puttanella, ti sei fatta chiavare oggi?
Si è appena chiuso la porta alle spalle. Lei è in piedi, un passo davanti a lui. Gli sorride, torcendo il busto. ─ Sì.
I loro occhi si incontrano.
─ Sì?
─ Sì.
─ Te lo sei fatto infilare dentro.
─ Sì.
─ Quando?
─ Questo pomeriggio.
─ A che ora?
─ Alle tre, circa.
─ Le tre?
─ La prima volta.
Il sorriso di lui si apre.
─ Due volte, allora? O di più?
─ Due.
─ Ti sei fatta fare anche il culo?
─ No. Non ancora. ─ il fiato già corto.
─ Non ancora. Come ha potuto resistere? Non so se crederti. Spogliati. Fammi vedere.
Lei comincia a sbottonarsi la camicetta. La apre sui seni, non troppo grandi, né inesistenti. Perfetti e rotondi, i piccoli capezzoli già inturgiditi dalla carezza della seta, arrossati da altre e prolungate attenzioni. Cosa che, naturalmente, non sfugge allo sguardo che la percorre.
─ Guarda come ti ha spiegazzato le tettine.
─ Oh, sì.
─ Te le ha succhiate, eh?
─ Sì.
─ Ha mordicchiato queste due ciliegine, le ha poppate come un lattante?
─ Sì
─ Li ha strizzati con le dita, li ha presi e tirati così?
─ Oh. Sì.
─ Guarda come si è fatta ridurre, la mia canaglietta. Con le tettine tutte rosse. E la tua fighetta là sotto si inondava, mentre lui ci giocava vero?
─ Sì.
─ Levati i pantaloni.
Lei esegue. Tira giù le zip degli stivaletti di camoscio con il tacco, li sfila uno dopo l’altro, poi si slaccia i pantaloni e li spinge lungo le cosce, avvolte nelle autoreggenti leggere, quindi li abbandona per terra.
─ Le mutandine. Toglitele.
Ancora una volta, lei obbedisce in silenzio. Si sfila gli slip e fa per lasciarli cadere sul pavimento, quando lui la ferma, con un gesto perentorio.
─ Dammele.
Lui le stringe nel palmo e le strizza.
─ Senti qua.
Poi, portandosele al volto: ─ Dio. Ti sei fatta ripassare per bene. Giù, spalanca le cosce.
Lei appoggia il culo nudo sulle lenzuola, si spinge un poco indietro con la schiena, quindi solleva i piedi e li appoggia sul bordo del materasso, con le ginocchia divaricate.
Le sono rimaste solo la collana bianca e le calze nere addosso, la sua fica è spalancata, ancora arrossata e tumida.
Lui le si avvicina, lasciando cadere le mutandine di pizzo, lo sguardo fisso sul suo corpo-banchetto, sulla sua carne addobbata come per una tavola di festa, il suo corpo non più troppo magro, ora sontuoso e invitante.
Ancora in piedi, le infila due dita dentro, brutalmente. Lei tende il collo e lascia uscire un sospiro che è per metà sorpresa e per metà già piacere.
─ Senti che roba. Ti sei fatta sborrare dentro.
Lei annuisce, gli occhi socchiusi. Si morde le labbra, mentre le dita di lui la frugano con delicata sapienza, solleticano le pareti cedevoli del suo sesso, alla ricerca dei centri del suo piacere. Il pollice ora traccia cerchi sempre più stretti attorno alla clitoride già fin troppo sensibile. Quando la tocca proprio sulla punta lei non resiste e chiude le gambe di scatto, imprigionando la sua mano.
─ È incandescente, vero? Te l’ha sditalinata così tanto che ora brucia, dì la verità.
─ S- sì.
─ Apri le gambe, da brava.
Lei obbedisce, circospetta, temendo che voglia torturarla ancora, ma invece lui lascia perdere i suoi punti più caldi, anzi, sfila le dita lucide e scivolose dalla vagina, ma subito spinge il dito medio contro l’ano.
─ Sicura che non l’ha infilato anche qua?
─ No, non me l’ha messo nel culo.
─ Niente? Nemmeno un dito?
─ Il dito sì.
─ Ah… ─ infilando anche l’indice, fino in fondo.
─ Mentre mi leccava.
─ Oh. Te l’ha leccata bene?
─ Sì.
─ Te l’ha aperta con le dita per succhiarti il bottoncino, come ti piace tanto?
─ S-ì.
─ Ti ha penetrato con la lingua dura?
─ Sì. Me la baciava tutta, a momenti solo con la lingua, poi anche con le labbra, e la faccia.
─ Ci si rotolava dentro, nella tua fica. Ce l’aveva duro, mentre te la slinguava?
─ Di marmo.
─ Dimmi ancora com’è il suo cazzo. Oggi che l’hai preso finalmente dentro.
─ È…
─ Alle due.
─ Cosa?
─ Hai scopato con lui alle due.
─ Sì.
─ Avevi detto alle tre. ─ infilando un altro dito.
─ Eh? Oh, sì. Sì, oh, alle tre.
─ Duro come il marmo?
─ Sì, come il marmo.
─ Grosso?
─ Sì.
─ Più del mio?
─ No.
─ Te l’ha infilato tutto in colpo? ─ ritrovando con il pollice il piccolo promontorio tra le sue labbra.
─ Oddio… Troppo… Troppo veloce… Non stiamo correndo troppo?
Le dita che la penetrano si fermano. Lui la scruta, dall’alto, sorridendo.
─ Ha ragione, la mia bellissima sgualdrina. Racconta dall’inizio.
Smettendo di toccarla si siede sul letto, alla sua sinistra, e poi si stende sul fianco, guardandola.
─ Dove l’hai incontrato?
Lei inizia a parlare con il fiato corto, si gira a sua volta sul fianco, i volti vicini ma non tanto da riuscire a baciarsi, gli occhi negli occhi.
─ In un bar anonimo, appena fuori dal centro. Ci siamo passati davanti tante volte, ma non credo di averlo mai davvero visto, prima di oggi.
─ Ok. Come mai quel bar?
─ Me l’ha proposto lui, al telefono. È vicino alla scuola di ballo dove insegna, mi ha chiesto se mi andava di raggiungerlo per un caffè.
─ Un caffè.
Lei solleva il ginocchio destro, appoggiando il piede sulla caviglia dell’altra gamba, in modo da offrirgli la visione del suo sesso aperto.
─ Già, un caffè. ─ ride.
─ E com’era vestito? Si era fatto bello per te?
Intanto viene più vicino e infila l’indice tra le sue labbra più intime.
─ Non direi. Tutt’altro.
─ Mmm. Profumato?
─ No. Non usa profumo. Spe…spettinato anche.
─ Sicuro di sé.
─ Ma si era appena… fatto la doccia.
─ Sicuro di portarti a letto, oggi.
─ Mi sottovaluti.
─ No, mai. Il tonto è lui, semmai. Se fosse più sveglio avrebbe capito che avrebbe potuto scoparti già la prima volta che l’abbiamo incontrato.
─ Uuuh. La prima, ne sei sicuro?
─ Ti conosco. Mi hai montato come una furia quella notte, mi hai succhiato fuori l’anima, eri Lilith, eri una strega posseduta. Al suo posto, non avrei esitato a infilarti una mano sotto la gonna, mentre ti rubavo quel bacio in giardino.
Intanto il suo dito non ha mai smesso di scorrere, con sfinente lentezza, avanti e indietro.
Lei ridacchia piano, con il fiato sempre più corto.
─ È un romantico, lui.
─ Non sarebbe stato romantico regalarti un orgasmo al chiar di luna? Sei venuta la prima volta non appena ti sei impalata sul mio cazzo, quella notte, me lo ricordo bene. Due colpi al tuo grilletto ─ ma lui ora non glieli regala ─ e ti saresti accasciata contro il suo corpo in preda agli spasmi. Ma torniamo a oggi. Di cosa avete parlato?
─ Ci fissavamo, non riuscivamo nemmeno a parlare, oggi.
─ Con la bava alla bocca.
─ Ci siamo alzati come ubriachi, vacillando.
─ Sarà stato eccitato come un somaro. Con un bastone in mezzo alle gambe.
─ Credo di sì. Ha chiuso la felpa, alzandosi, nonostante facesse caldo. L’ho seguito fino alla sua auto, senza bisogno di parlarci. Aveva parcheggiato nel silos. Appena ci siamo seduti mi si è buttato addosso, baciandomi come un matto.
─ Tu l’avresti già fatto.
─ Sì, appena ci siamo trovati nella penombra avrei voluto baciarlo.
─ E vi siete fermati ai baci? Lì, nella macchina?
Lei sorride.
─ No. Ha infilato una mano dentro la camicetta, e, scoprendo che non portavo il reggiseno ha lasciato uscire un gemito, e poi ha detto, lo sapevo.
─ Non aveva fatto altro che guardarti le tette, tutto il tempo. E tu?
─ Mentre mi palpava e mi divorava le labbra, gli ho messo la mano aperta sulla patta dei pantaloni.
─ Ne ero sicuro. Gliel’hai accarezzato tutto, dalla punta alle palle?
─ Sì, con le dita e con il palmo. Sembrava lì per scoppiare.
─ E allora gliel’hai tirato fuori, dì la verità.
─ Volevo, ma lui mi ha fermato. Voleva andare a casa sua.
─ Rinunciando a una sega nel parcheggio, a sborrarti tra le dita? Aveva paura di finire le cartucce?
─ Non lo so, non credo.
─ Mettimi una mano sull’uccello, adesso.
Sorridendo, lei si piega verso di lui, che si è allungato sulla schiena lasciando la mano dove stava, solo con il palmo all’insù, l’indice sempre a giocherellare con il suo sesso. Lei gli slaccia la cintura, gli abbassa la zip dei pantaloni e poi infila una mano all’interno.
Il cazzo è semieretto, ancora morbido, in parte. Comincia a menarglielo piano, il momento è ancora delicato.
─ Quindi, a casa sua?
─ Nell’ascensore. Ha ricominciato a baciarmi, con le mani aggrappate al mio culo.
─ Ah, Dio. Poter tornare al momento in cui ho messo le mani per la prima volta su quel tuo culone.
Il cazzo, tra le sue dita, reagisce al ricordo. È successo la prima volta che si sono rivisti, dieci anni dopo il primo incontro. Lei l’aveva chiamato prof, istintivamente, come allora, scorgendolo nel foyer del teatro, ancora bello ed elegante come se lo ricordava. La cotta adolescenziale ancora così presente e vitale da farla avvampare, quando lui si era girato e aveva sorriso pronunciando il suo nome.
Aveva fatto l’amore con lui la sera stessa. Ventiquattro anni e mezzo, lui quarantonove appena compiuti. Esattamente il doppio. L’aveva fatta impazzire, aveva fatto terra bruciata, in due ore, del ricordo del sesso sentimentale e confuso che aveva fatto con tre o quattro quasi coetanei. Allora, e per mesi, la sua sola presenza, uno sguardo, la scollatura della camicetta che si schiudeva mentre si chinava sul tavolo, le sue mani che impastavano i biscotti, il solo guardarla camminare glielo faceva venire duro. Un’esplosione di virilità di cui lui stesso, quasi per scherzo, si stupiva, interi fine settimana passati a scopare, tanto che le era capitato di provare sollievo, la domenica sera, raccattando le sue poche cose nella borsa da palestra per tornare al pensionato universitario, tanto da provare poi, per un giorno o due, i postumi di un’indigestione, al pensiero del sesso. Ma naturalmente le bastava vederlo, perché quella sensazione si dileguasse. Anche a poche ore dal loro incontro, il solo guardarlo scendere dalla macchina la faceva bagnare in mezzo alle cosce.
Questo, in fondo, non è mai cambiato.
─ Non ti ha aperto i pantaloni, nell’ascensore?
─ No, ma l’ha fatto non appena siamo entrati in casa. Li ha aperti e me li ha calati giù per le cosce, e poi si è inginocchiato ai miei piedi, con la faccia all’altezza della fica e mi ha abbassato le mutandine per baciarla.
─ Per mangiartela.
─ Sì.
Ora è pienamente eretto, il suo grosso cazzo, davvero – non l’ha detto per compiacerlo – più grosso di quello del suo amante. Le sue dita scivolano leggere, aiutate dal fluido che comincia a gocciolare lento dalla punta tesa.
─ Mi ha fatto girare ─ dice.
─ Oh. Voleva il tuo culo in faccia. ─ mugola lui. ─ Si è tuffato tra le tue chiappe, almeno?
─ Sì
─ Dentro?
─ S-ì.
─ Con la lingua? Ti ha leccato il buchetto?
─ Sì. E intanto con le mani mi masturbava.
─ Sei venuta?
─ Sì.
─ Già lì, sulla porta di casa, con i calzoni alle ginocchia?
─ Sì.
─ Gli hai inondato la faccia?
─ Sì.
─ Cristo. Girati. Non ce la faccio. Dammi il culo.
Lei è ben felice di obbedire. La sua fica, torturata dalle dita di lui, esperte nell’evitare quei movimenti e quelle pressioni che l’avrebbero già portata infallibilmente all’orgasmo, pulsa ormai di un bisogno tirannico.
Si solleva sulle ginocchia, spostandosi carponi verso il centro del letto. Lui raccoglie la collana di perle che dondola nel vuoto, battendo contro le sue cosce, e la porta dietro, sulla sua schiena. Non si è nemmeno spogliato del tutto. Il cazzo spunta rigido e venato d’azzurro tra i lembi della camicia, mentre le si mette alle spalle, trattenendola per la collana.
─ E questo?
Il tono è di freddo stupore. Lei non capisce immediatamente, ha già dimenticato, ma il ricordo affiora, e con esso un’ondata di calore, vedendolo indicare la sua schiena.
─ Non è niente ─ sorride.
─ È un morso.
─ Non mi ha fatto male, sul serio. Sai che la mia pelle si segna facilmente.
─ Lo sapeva che saresti tornata da me.
─ Sì. Si è preoccupato, in effetti
─ Non troppo.
─ Bè
─ Avrà pensato che io non ti scopi più, ormai
─ Non credo, no
─ Ti ha marchiata, voleva lasciarti un segno.
Lei aggrotta le sopracciglia. Non ha bisogno di voltarsi per sapere che il cazzo che stava per impalarla ora punta sconsolato verso il materasso.
─ È stato dopo che sono venuta, quando me l’ha messo dentro, da dietro.
Mentre parla si risolleva, a cercare il contatto delle natiche contro il corpo di lui. Con la mano trova il suo uccello – quasi del tutto inerte – e comincia a menarlo, sfregandoselo in mezzo alle chiappe.
─ Me l’ha infilato tutto, ─ continua ─ fino alle palle, e intanto mi aveva tolto la camicetta e mi impastava i seni. Si muove così da dio quando scopa, come quando balla. L’orgasmo non mi aveva ancora placata, così mi sono infilata una mano in mezzo alle gambe e ho ricominciato con a stimolarmi per godere di nuovo.
Con sollievo, sente che le parole e il massaggio stanno provocano una reazione.
C’è stato un tempo, quattro anni prima, in cui nulla avrebbe funzionato. La sua dedizione, di cui si dichiarava così felice, lo aveva reso allo stesso tempo, per lei, impotente. La fioritura del suo spirito lo esaltava. Mi indurisci il cervello, le diceva, ma il mio cazzo non ti trova più appetitosa. Gliel’aveva confessato, alla fine. Che non aveva perso il desiderio o la capacità fisica di metterlo in atto, che il cazzo gli funzionava ancora, ma non con lei. Con altre, non con lei.
Chissà come sarebbe finita, se una notte, furiosa e disperata, non gli avesse confessato che anche lei si era presa altrove il piacere che da tempo lui non voleva più darle. Se avesse girato sui tacchi, invece di rispondere come aveva fatto, usando quelle parole sporche, banali, oscene, alle sue domande sempre più precise…
─ Te la menavi come un’invasata, mentre lui ti chiavava.
─ Sì. Mentre mi montava come un animale.
─ Come un animale. Cristo, ti ha morso.
─ Sì, mentre mi riempiva, mi ha affondato i denti nella schiena.
─ Bestiale. Sì, così, toccami i coglioni. Adesso te lo infilo, puttanella, adesso sentirai se non ti apro il culo.
E infatti il pene è tornato cazzo, lei deve solo piegarsi, rilassarsi, accoglierlo, sentire crescere il proprio piacere, strettamente intrecciato al suo, sempre più duro, i colpi, il sesso, la vita, dura e tesa, tenera e umida, debordante. Quando la pelle si fonde nella pelle non servono più le parole, oscene, d’amore, la parola ammutolisce davanti alla musica dei corpi.

─ Ti vuole sua. ─ sono le prime parole che le dice, quando si ritrovano, lei in accappatoio, lui già rivestito, nel salone in cui l’ha attesa per gran parte della giornata.
Lei si limita a sorridergli, accomodandosi sul bracciolo della sua poltrona e accarezzandogli la mano, intrecciando le dita alle sue.
─ Forse è meglio chiuderla, questa storiella, che ne pensi?
Il bel volto di lei freme e si accartoccia, come un foglio di carta troppo vicino al fuoco.
─ Ti dispiace.
─ Sono sorpresa. Non me l’hai mai chiesto prima.
─ Sei diversa, questa volta.
─ Io o tu?
La guarda con quieta mestizia. È incapace di atti drammatici.
─ È un no?
─ … Non ti desidero nella cecità della fiducia…
Lui sorride.
─ Joyce. Usi contro di me le mie armi. Cattiva ragazza. Perché non ti desidero nella cecità della fiducia. Ma nell’inquieto, vivo, tagliente dubbio. Tenerti avvinta, senza legami, nemmeno d’amore, essere congiunto a te in corpo e anima nella più estrema nudità. Ti sei innamorata di lui?
─ Non è da te, una domanda così insensata.
Lui abbassa e scuote leggermente la testa. Ride sconsolato.
─ Cosa è successo alla dolce studentessa con l’anima a fior di pelle?
─ Ha incontrato te.
─ Che razza di assassino sono.
Lo era. Un assassino, un killer.
Le aveva mostrato il doppio fondo sul baule del mago.
Nella più estrema nudità. L’apprendistato era stato feroce. L’approdo esaltante e pauroso.
Non c’è più un indietro al quale tornare, ma il viaggio è appena cominciato.
Nemmeno d’amore.
Si china a baciarlo.
─ Perché ora quel sorriso?
─ Sono felice.

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