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Tania e Mr Bugatti

 

─ Ti am-o?

L’ha detto così, con il punto interrogativo messo di fretta sulla o. L’ ha detto come se all’ultimo avesse pensato di doverle chiedere il permesso per dirlo, scrutandola di soppiatto, mentre lei era impegnata ad accendersi la sigaretta.

Tania ha sollevato, seria, gli occhi.

─ No, non mi ami. ─ ha detto. Più dura di quanto avesse in mente. Non aveva intenzione di ferirlo, è solo che non vuole più menzogne di quante siano già necessarie nella sua vita, non ne può digerire ormai nemmeno una in più di quante ne servano.

Lo pensa davvero, del resto, che lui non la ami sul serio. La desidera, come desidera quella favolosa Bugatti che, nonostante sia molto ricco, non può permettersi – o non gli permettono – di comprare.

La ama come si ama qualcosa che non si può avere, qualcosa che non sarà mai tua. E Tania non lo sarà mai, sua, questo lui lo sa.

Anche se è lì con lui, nel bar di quell’albergo. Anche se sarà ancora con lui, l’indomani o tra due giorni, tre al massimo. Anche se è stata con lui anche di sopra, nella camera pagata per la notte e usata solo un paio d’ore (per lui si può fare, per lui anche gli hotel a cinque stelle  affittano le camere a ore), anche se gli ha permesso di metterle le mani dappertutto, di toglierle tutti i vestiti, di infilarsi dentro di lei più di una volta. Anche se gli ha sussurrato le parole giuste, quelle che lui vuole sentire, anche se l’ha chiamato amore, per farlo venire, perché lui vuole così, perché niente lo eccita di più di sentirle dire “amore” dentro l’orecchio, mentre la fotte.

Però è finzione, è recita, lui l’ha chiesto e lei ha acconsentito, ubbidiente. Se lui chiede lei acconsente, sempre.

Questo non ha niente a che fare con l’amore, lo sa bene quanto lei.

Perché allora deve uscirsene con quelle dichiarazioni?

Tania se lo domanda, e in un certo modo le dispiace. Prova pena e rabbia verso di lui. Perché vuole essere umiliato, perché vuole sentirsi dire che non è autorizzato ad amarla?

Lo sa che non c’è e non ci sarà, amore tra di loro.

Lui paga. Tania sta con lui. A letto e non solo. Ascolta le sue confidenze, gli dà consigli, gli permette di sfogarsi. Cammina con lui, mano nella mano, nelle zone della città che la moglie non frequenta, beve con lui l’aperitivo, si fa portare nelle boutique di lusso, si prova i vestiti e si lascia percorrere dai suoi occhi quanto lui desidera.

A lui piace così. Non vuole una puttana, vuole un’amante. E non gli importa se deve pagarla – e le costa molto più di una squillo di lusso, come gli piace ricordarle, tanto per tenerla sulla corda, di tanto in tanto – non gli importa se lei è solo una ragazzina, se ha trentacinque anni meno di lui, se non lo amerà mai, se è innamorata di un coetaneo che invece non ama lei, ma ogni tanto se ne dimentica e la bacia sulla bocca, e poi le dice che non funzionerebbe, prima di sparire.

Il signor Bugatti – così lo chiama dentro di sè, con un pizzico di cattiveria, con il nome del suo sogno irrealizzabile – l’ha incontrato in uno di quei giorni, in quei giorni in cui era stata baciata e lasciata sola, perché non avrebbe funzionato. In uno di quei giorni in cui i commenti degli operai e i fischi dei camionisti non le davano fastidio, uno di quei giorni in cui voleva disperatamente scoprire che c’era al mondo qualcuno, un cazzo di qualcuno, che l’avrebbe voluta.

Lui le posa la mano sulla coscia. Ha mani così lisce che non tirano i fili delle calze velate che lei indossa solo per lui, perché a lui piacciono. Le gonne al ginocchio, le calze velate e i tacchi alti. E le giarrettiere, e la biancheria di seta. Va bene, va tutto bene, paga tutto lui.

A Tania non dispiace lasciare nell’armadio i suoi vestiti, i suoi jeans e le sue dolcevita nere, e i suoi maglioni lunghissimi e i suoi stivali. Anzi, è felice che non portino dentro lo spettro del dopobarba costoso del signor Bugatti. Non perché lo odi, anzi, non lo odia. Verso di lui prova una sorta di dolente tenerezza, quasi sempre, anche mentre le impasta le tette con una mano e con l’altra cerca a fatica di farselo venire abbastanza duro per metterglielo dentro, persino, a volte, quando deve prenderglielo in bocca per aiutarlo e deve soffocare in fondo alla gola la voglia di vomitare, almeno finché non ha finito.

Ha imparato che c’è sempre un angolo dentro di te nel quale ti puoi rintanare, e aspettare che il resto di te abbia finito.

E ha imparato a vomitare in silenzio. L’ha imparato nel bagno di casa, prima che nelle toilette degli alberghi di lusso, ha dovuto impararlo per non farsi sentire dalla madre sempre all’erta, dalla madre “che hai, tesoro, Tania, tutto bene, Tania stai male, Tania perché ti chiudi a chiave nel bagno, Tania fammi entrare, se non stai bene dimmelo, se non stai bene ti porto dal dottore”

Tania stringe le cosce in uno spasmo involontario, mentre le dita del signor Bugatti sfiorano la carne nuda sopra la giarrettiera.

Lui cerca il suo sguardo, sorpreso e confuso. Lei sorride, e rilassa di nuovo le gambe, dischiudendole un po’.

─ Vuoi fare un tiro? ─ gli chiede. Le sigarette sono una trasgressione nella trasgressione. Ha promesso alla moglie di smettere, ha smesso, ma quando la vede fumare non resiste.

Tania gli passa la sua sigaretta. È di nuovo la Tania geisha, è di nuovo la Tania puttana, la Tania-figlia che vomita in bagno corre a nascondersi nel suo angolo. La Tania fuggita alla morte quotidiana, lenta, che se ne è andata di casa pensando di farcela a campare di lavori precari, dicendosi che tutto, tutto sarebbe stato meglio che restare prigioniera di quelle mura, a farsi ammazzare di lamentele, di sensi di colpa, di promesse di futura insoddisfazione e di presente incapacità a cavarsela da sola, fuori di quelle quatto mura che minacciavano di chiudersi sopra di lei.

Tania è scappata, e se la cava. Ora lavora in un centro commerciale per quattro ore al giorno, e poi prende soldi da quel ricco uomo insoddisfatto che sogna lei e una Bugatti, non sa in quale ordine e nemmeno le importa.

Il fatto di riuscire a chiedere soldi l’ha stupita molto di più che scoprire che poteva fare sesso senza il minimo desiderio, anzi, nonostante la ripugnanza. Però quando si fa scopare può restare nell’angolo, mentre quando chiede soldi deve venire avanti, mostrare il viso.

Allora deve pensare alle dita che la frugano maldestramente, alla propria voce che sussurra amoore prima che lui si squassi gemendo sopra di lei, e poi pensare alla proprietaria di casa che butta uno sguardo inquisitore dentro la sua stanza ogni volta che viene a chiedere l’affitto, pensare al bancomat che una notte le ha negato di poter prelevare i suoi ultimi dieci euro dal conto, e allora sì, scopre di poter chiedere denaro contante o regali, con una naturalezza che la affascina e la spaventa al tempo stesso.

Chiede e ottiene, anche lui non dice mai di no.

Chiede e paga le bollette, chiede e riempie il frigorifero, chiede e paga la padrona ficcanaso, chiede e dà. E se la cava.

Certi giorni, Tania è sincera quando assicura per telefono alla madre lontana che va tutto bene.