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Il morso

renè

Il soffio discreto della porta, lo schiaffo delle chiavi contro il posacenere di marmo, il battere dei suoi tacchi sul legno… il tuffo allo stomaco, il brivido lungo la schiena, la contrazione al basso ventre.
Lei è tornata.
L’uomo chiude il libro che teneva aperto in grembo. Si toglie gli occhiali e li appoggia sopra il cartone telato della copertina. Chiude gli occhi. Inspira.
Il frusciare serpentino dei suoi abiti, pelle contro la pelle dei suoi pantaloni neri, il tintinnare dei bracciali, lo sbattere della cintura dell’impermeabile, mentre se lo sfila, il rullio del lungo filo di perle che porta in due giri al collo, quando si sbilancia a poggiare la borsa per terra.
Il primo passo rintocca nel momento esatto in cui l’uomo riapre gli occhi e li fissa nel quadro della porta. Ed eccola che viene avanti decisa, sciogliendosi i capelli.
La massa quasi nera segue la sua mano allungandosi densa e compatta come una stringa di liquirizia, gli sembra quasi di sentirne lo schiocco, un secondo prima di vederla ricadere, pesante e serica, sulle sue spalle. Lei gli lancia una breve occhiata e poi abbassa lo sguardo, infilandosi l’elastico nero sul polso.
─ Bentornata.
─ Leggevi?
Risponde con un borbottio, una specie di goffa ammissione. Lei si avvicina di qualche passo, piegando il capo per scorgere i caratteri impressi sul dorso del libro. Lui lo solleva per mostrarglielo.
─ L’Ulisse. Di nuovo.
─ Oggi sì.
Lei aggrotta appena le sopracciglia, e passa oltre, prendendo il suo pacchetto di sigarette rimasto sul tavolo e scuotendolo leggermente per farne scivolare fuori una. Poi apre la finestra e si appoggia sul davanzale, offrendogli la visione del suo corpo che lui preferisce, quel culo arrogante, sguaiato, popolano che una volta cercava di dissimulare, quasi vergognandosene. I pantaloni dal taglio maschile oggi invece lo enfatizzano, ma non ce n’è bisogno. È un culo impossibile da non notare, che calamita inevitabilmente gli sguardi, polposo, sproporzionato sul corpo minuto, un culo che non si lascia nascondere, né mascherare dai vestiti. Le gonne più serie tirano a ogni passo, come se le chiappe volessero straripare, quelle morbide e leggere svolazzano maliziose, minacciando in ogni istante di mostrarlo in tutta la sua indecente pienezza, i pantaloni si infilano sempre in mezzo, mostrando l’invitante profondità del solco. Sulla spiaggia, anche con i costumi più castigati, quel culo ingombrante scivola fuori a ogni suo movimento, esplicito come l’offerta di una puttana, irresistibile come il richiamo di una sirena. Ricorda ancora la prima volta in cui l’ha vista avventurarsi in aula, quattordici anni, il movimento nervoso della sua mano che scendeva di continuo ad abbassare l’orlo della felpa troppo larga, le labbra timide, le spalle appuntite, le gambe angolose, troppo magra, troppo bambina per quel culo e per quegli occhi da lupa, gialli, striati da filamenti più scuri, sangue coagulato nell’ambra.
Lei fuma quieta, alternando di tanto in tanto l’incrocio dei piedi. Sa che lo sguardo di lui non si perde un movimento, sa dell’effetto che gli fa.
Ma le è accaduto qualcosa, oggi la sua serietà sembra più una vera assenza che il solito gioco di finta noncuranza.
─ Come stai? ─ le domanda.
Lei fa un tiro profondo, poi gli rivolge un breve sorriso da sopra la spalla, soffiando fuori il fumo.
L’uomo si libera del pesante libro – edizione antica, rilegata a mano – appoggiandolo sul tavolino, ma poi non si alza.
─ Non è andata bene, dunque?
Lei solleva il busto e si volta, appoggiandosi contro il termosifone spento.
─ Tutt’altro. ─ dice.
─ Mi racconterai?
─ Certo.
─ Hai sete? O hai fame, forse? Vuoi che ti prepari un caffè?
─ No, sto bene.
La guarda finire la sigaretta e spegnerla nel solito posacenere posato sul davanzale di marmo, prima di domandarglielo:
─ Andiamo di là?

La voce ha tremato, proprio in mezzo alla prima parola.
Accorgendosene, il familiare calore della tenerezza le si spande nel petto, distende le spalle contratte, risale il collo, le solleva gli angoli della bocca in un sorriso.
Pensi di leggermi dentro, eppure lo sai anche tu che c’è una soglia, sulla quale la lama affilatissima del tuo pensiero si schianta, come un passerotto contro a un vetro.
Hai paura che oggi potrei dire no.
Non ha bisogno di dirlo, lo sa, entrambi lo sanno, giocano a carte scoperte. Potrebbe disegnarla a occhi chiusi la piega, quasi una Y, che gli si forma tra gli occhi celesti, proprio al centro delle sopracciglia folte, biondo cenere, nemmeno un pelo bianco, in fiero contrasto con i capelli precocemente ingrigiti. Può prevederlo, quel movimento poco vistoso delle labbra che si schiudono a vuoto, un aborto di parola.
Parole che non dirà mai, domande che non può fare, non lui.
Il sorriso che gli regala viene accolto esattamente per quello che è: una rassicurazione, la conferma che tutto va bene.
Lui si alza senza attendere il suo sì. Tende una mano a carezzarle una guancia. Il corpo alto e magro la sovrasta nonostante i tacchi, il suo sguardo sopra di lei ha sempre il potere di farla sentire più piccola e scoperta, una ragazzina, una studentessa davanti al suo professore, come è stato, un tempo.
La mano lunga ed elegante scivola dalla sua guancia al collo e poi prosegue, sgranando il lungo filo di perle che si perde dentro la scollatura della camicetta nera di seta. Sembra intenzionato a continuare il viaggio fin laggiù, in mezzo ai suoi seni, invece prende tra le dita la collana e la tira a sé, stringendole il secondo giro attorno al collo.
Un brivido le rotola giù fino alla curva delle anche.
Lui se ne accorge, i suoi occhi si accendono di complicità. Le labbra si aprono, poi sorridono.
─ Andiamo di là. ─ lasciando andare la pesante collana che le ricade sul petto, sfiorandole per un secondo i capezzoli nudi sotto alla seta, per poi raccogliersi nell’avvallamento tra i due piccoli monti appuntiti. Lei reagisce al furtivo sfioramento facendo guizzare la lingua sul labbro superiore.
─ Andiamo di là. ─ le ripete, contro la sua bocca dischiusa. La voce tradisce, questa volta, quell’impazienza che la fa sorridere e le fa bagnare – di nuovo – l’impalpabile triangolino di pizzo che si interpone tra la sua pelle umida e quella calda dei pantaloni.

La stanza. Non la camera di lui, non la camera di lei. La stanza senza nome. Di là.
“Di là” sono quattro mura spoglie, bianche. Un letto di ferro nero, né bello né ricercato, un vecchio letto contadino, preso un sabato mattina di un giugno lontano – quattro anni prima, quattro anni quasi esatti – da un rigattiere, le ottonature dei piedi opache e screpolate, il pesante corpo scricchiolante, ma ancora solido. Un materasso e lenzuola, bianche, al momento arrotolate nel centro del letto, dato che nessuno si dà pena di rimettere ordine qui, se non di tanto in tanto. Una sedia. Una vecchia abat jour, il gambo di bronzo a forma di sirena e il paralume panciuto come la gonna di una ballerina di can can, raso dorato con nappine ormai scolorite, sopra a un comodino di legno di noce, scuro e austero, non proprio dritto, non proprio stabile. Uno specchio opaco, con la cornice dorata che in certi punti rivela il legno sottostante, appeso al muro a un’altezza casuale, poco consona a chiunque. Nient’altro.
─ Allora, puttanella, ti sei fatta chiavare oggi?
Si è appena chiuso la porta alle spalle. Lei è in piedi, un passo davanti a lui. Gli sorride, torcendo il busto. ─ Sì.
I loro occhi si incontrano.
─ Sì?
─ Sì.
─ Te lo sei fatto infilare dentro.
─ Sì.
─ Quando?
─ Questo pomeriggio.
─ A che ora?
─ Alle tre, circa.
─ Le tre?
─ La prima volta.
Il sorriso di lui si apre.
─ Due volte, allora? O di più?
─ Due.
─ Ti sei fatta fare anche il culo?
─ No. Non ancora. ─ il fiato già corto.
─ Non ancora. Come ha potuto resistere? Non so se crederti. Spogliati. Fammi vedere.
Lei comincia a sbottonarsi la camicetta. La apre sui seni, non troppo grandi, né inesistenti. Perfetti e rotondi, i piccoli capezzoli già inturgiditi dalla carezza della seta, arrossati da altre e prolungate attenzioni. Cosa che, naturalmente, non sfugge allo sguardo che la percorre.
─ Guarda come ti ha spiegazzato le tettine.
─ Oh, sì.
─ Te le ha succhiate, eh?
─ Sì.
─ Ha mordicchiato queste due ciliegine, le ha poppate come un lattante?
─ Sì
─ Li ha strizzati con le dita, li ha presi e tirati così?
─ Oh. Sì.
─ Guarda come si è fatta ridurre, la mia canaglietta. Con le tettine tutte rosse. E la tua fighetta là sotto si inondava, mentre lui ci giocava vero?
─ Sì.
─ Levati i pantaloni.
Lei esegue. Tira giù le zip degli stivaletti di camoscio con il tacco, li sfila uno dopo l’altro, poi si slaccia i pantaloni e li spinge lungo le cosce, avvolte nelle autoreggenti leggere, quindi li abbandona per terra.
─ Le mutandine. Toglitele.
Ancora una volta, lei obbedisce in silenzio. Si sfila gli slip e fa per lasciarli cadere sul pavimento, quando lui la ferma, con un gesto perentorio.
─ Dammele.
Lui le stringe nel palmo e le strizza.
─ Senti qua.
Poi, portandosele al volto: ─ Dio. Ti sei fatta ripassare per bene. Giù, spalanca le cosce.
Lei appoggia il culo nudo sulle lenzuola, si spinge un poco indietro con la schiena, quindi solleva i piedi e li appoggia sul bordo del materasso, con le ginocchia divaricate.
Le sono rimaste solo la collana bianca e le calze nere addosso, la sua fica è spalancata, ancora arrossata e tumida.
Lui le si avvicina, lasciando cadere le mutandine di pizzo, lo sguardo fisso sul suo corpo-banchetto, sulla sua carne addobbata come per una tavola di festa, il suo corpo non più troppo magro, ora sontuoso e invitante.
Ancora in piedi, le infila due dita dentro, brutalmente. Lei tende il collo e lascia uscire un sospiro che è per metà sorpresa e per metà già piacere.
─ Senti che roba. Ti sei fatta sborrare dentro.
Lei annuisce, gli occhi socchiusi. Si morde le labbra, mentre le dita di lui la frugano con delicata sapienza, solleticano le pareti cedevoli del suo sesso, alla ricerca dei centri del suo piacere. Il pollice ora traccia cerchi sempre più stretti attorno alla clitoride già fin troppo sensibile. Quando la tocca proprio sulla punta lei non resiste e chiude le gambe di scatto, imprigionando la sua mano.
─ È incandescente, vero? Te l’ha sditalinata così tanto che ora brucia, dì la verità.
─ S- sì.
─ Apri le gambe, da brava.
Lei obbedisce, circospetta, temendo che voglia torturarla ancora, ma invece lui lascia perdere i suoi punti più caldi, anzi, sfila le dita lucide e scivolose dalla vagina, ma subito spinge il dito medio contro l’ano.
─ Sicura che non l’ha infilato anche qua?
─ No, non me l’ha messo nel culo.
─ Niente? Nemmeno un dito?
─ Il dito sì.
─ Ah… ─ infilando anche l’indice, fino in fondo.
─ Mentre mi leccava.
─ Oh. Te l’ha leccata bene?
─ Sì.
─ Te l’ha aperta con le dita per succhiarti il bottoncino, come ti piace tanto?
─ S-ì.
─ Ti ha penetrato con la lingua dura?
─ Sì. Me la baciava tutta, a momenti solo con la lingua, poi anche con le labbra, e la faccia.
─ Ci si rotolava dentro, nella tua fica. Ce l’aveva duro, mentre te la slinguava?
─ Di marmo.
─ Dimmi ancora com’è il suo cazzo. Oggi che l’hai preso finalmente dentro.
─ È…
─ Alle due.
─ Cosa?
─ Hai scopato con lui alle due.
─ Sì.
─ Avevi detto alle tre. ─ infilando un altro dito.
─ Eh? Oh, sì. Sì, oh, alle tre.
─ Duro come il marmo?
─ Sì, come il marmo.
─ Grosso?
─ Sì.
─ Più del mio?
─ No.
─ Te l’ha infilato tutto in colpo? ─ ritrovando con il pollice il piccolo promontorio tra le sue labbra.
─ Oddio… Troppo… Troppo veloce… Non stiamo correndo troppo?
Le dita che la penetrano si fermano. Lui la scruta, dall’alto, sorridendo.
─ Ha ragione, la mia bellissima sgualdrina. Racconta dall’inizio.
Smettendo di toccarla si siede sul letto, alla sua sinistra, e poi si stende sul fianco, guardandola.
─ Dove l’hai incontrato?
Lei inizia a parlare con il fiato corto, si gira a sua volta sul fianco, i volti vicini ma non tanto da riuscire a baciarsi, gli occhi negli occhi.
─ In un bar anonimo, appena fuori dal centro. Ci siamo passati davanti tante volte, ma non credo di averlo mai davvero visto, prima di oggi.
─ Ok. Come mai quel bar?
─ Me l’ha proposto lui, al telefono. È vicino alla scuola di ballo dove insegna, mi ha chiesto se mi andava di raggiungerlo per un caffè.
─ Un caffè.
Lei solleva il ginocchio destro, appoggiando il piede sulla caviglia dell’altra gamba, in modo da offrirgli la visione del suo sesso aperto.
─ Già, un caffè. ─ ride.
─ E com’era vestito? Si era fatto bello per te?
Intanto viene più vicino e infila l’indice tra le sue labbra più intime.
─ Non direi. Tutt’altro.
─ Mmm. Profumato?
─ No. Non usa profumo. Spe…spettinato anche.
─ Sicuro di sé.
─ Ma si era appena… fatto la doccia.
─ Sicuro di portarti a letto, oggi.
─ Mi sottovaluti.
─ No, mai. Il tonto è lui, semmai. Se fosse più sveglio avrebbe capito che avrebbe potuto scoparti già la prima volta che l’abbiamo incontrato.
─ Uuuh. La prima, ne sei sicuro?
─ Ti conosco. Mi hai montato come una furia quella notte, mi hai succhiato fuori l’anima, eri Lilith, eri una strega posseduta. Al suo posto, non avrei esitato a infilarti una mano sotto la gonna, mentre ti rubavo quel bacio in giardino.
Intanto il suo dito non ha mai smesso di scorrere, con sfinente lentezza, avanti e indietro.
Lei ridacchia piano, con il fiato sempre più corto.
─ È un romantico, lui.
─ Non sarebbe stato romantico regalarti un orgasmo al chiar di luna? Sei venuta la prima volta non appena ti sei impalata sul mio cazzo, quella notte, me lo ricordo bene. Due colpi al tuo grilletto ─ ma lui ora non glieli regala ─ e ti saresti accasciata contro il suo corpo in preda agli spasmi. Ma torniamo a oggi. Di cosa avete parlato?
─ Ci fissavamo, non riuscivamo nemmeno a parlare, oggi.
─ Con la bava alla bocca.
─ Ci siamo alzati come ubriachi, vacillando.
─ Sarà stato eccitato come un somaro. Con un bastone in mezzo alle gambe.
─ Credo di sì. Ha chiuso la felpa, alzandosi, nonostante facesse caldo. L’ho seguito fino alla sua auto, senza bisogno di parlarci. Aveva parcheggiato nel silos. Appena ci siamo seduti mi si è buttato addosso, baciandomi come un matto.
─ Tu l’avresti già fatto.
─ Sì, appena ci siamo trovati nella penombra avrei voluto baciarlo.
─ E vi siete fermati ai baci? Lì, nella macchina?
Lei sorride.
─ No. Ha infilato una mano dentro la camicetta, e, scoprendo che non portavo il reggiseno ha lasciato uscire un gemito, e poi ha detto, lo sapevo.
─ Non aveva fatto altro che guardarti le tette, tutto il tempo. E tu?
─ Mentre mi palpava e mi divorava le labbra, gli ho messo la mano aperta sulla patta dei pantaloni.
─ Ne ero sicuro. Gliel’hai accarezzato tutto, dalla punta alle palle?
─ Sì, con le dita e con il palmo. Sembrava lì per scoppiare.
─ E allora gliel’hai tirato fuori, dì la verità.
─ Volevo, ma lui mi ha fermato. Voleva andare a casa sua.
─ Rinunciando a una sega nel parcheggio, a sborrarti tra le dita? Aveva paura di finire le cartucce?
─ Non lo so, non credo.
─ Mettimi una mano sull’uccello, adesso.
Sorridendo, lei si piega verso di lui, che si è allungato sulla schiena lasciando la mano dove stava, solo con il palmo all’insù, l’indice sempre a giocherellare con il suo sesso. Lei gli slaccia la cintura, gli abbassa la zip dei pantaloni e poi infila una mano all’interno.
Il cazzo è semieretto, ancora morbido, in parte. Comincia a menarglielo piano, il momento è ancora delicato.
─ Quindi, a casa sua?
─ Nell’ascensore. Ha ricominciato a baciarmi, con le mani aggrappate al mio culo.
─ Ah, Dio. Poter tornare al momento in cui ho messo le mani per la prima volta su quel tuo culone.
Il cazzo, tra le sue dita, reagisce al ricordo. È successo la prima volta che si sono rivisti, dieci anni dopo il primo incontro. Lei l’aveva chiamato prof, istintivamente, come allora, scorgendolo nel foyer del teatro, ancora bello ed elegante come se lo ricordava. La cotta adolescenziale ancora così presente e vitale da farla avvampare, quando lui si era girato e aveva sorriso pronunciando il suo nome.
Aveva fatto l’amore con lui la sera stessa. Ventiquattro anni e mezzo, lui quarantonove appena compiuti. Esattamente il doppio. L’aveva fatta impazzire, aveva fatto terra bruciata, in due ore, del ricordo del sesso sentimentale e confuso che aveva fatto con tre o quattro quasi coetanei. Allora, e per mesi, la sua sola presenza, uno sguardo, la scollatura della camicetta che si schiudeva mentre si chinava sul tavolo, le sue mani che impastavano i biscotti, il solo guardarla camminare glielo faceva venire duro. Un’esplosione di virilità di cui lui stesso, quasi per scherzo, si stupiva, interi fine settimana passati a scopare, tanto che le era capitato di provare sollievo, la domenica sera, raccattando le sue poche cose nella borsa da palestra per tornare al pensionato universitario, tanto da provare poi, per un giorno o due, i postumi di un’indigestione, al pensiero del sesso. Ma naturalmente le bastava vederlo, perché quella sensazione si dileguasse. Anche a poche ore dal loro incontro, il solo guardarlo scendere dalla macchina la faceva bagnare in mezzo alle cosce.
Questo, in fondo, non è mai cambiato.
─ Non ti ha aperto i pantaloni, nell’ascensore?
─ No, ma l’ha fatto non appena siamo entrati in casa. Li ha aperti e me li ha calati giù per le cosce, e poi si è inginocchiato ai miei piedi, con la faccia all’altezza della fica e mi ha abbassato le mutandine per baciarla.
─ Per mangiartela.
─ Sì.
Ora è pienamente eretto, il suo grosso cazzo, davvero – non l’ha detto per compiacerlo – più grosso di quello del suo amante. Le sue dita scivolano leggere, aiutate dal fluido che comincia a gocciolare lento dalla punta tesa.
─ Mi ha fatto girare ─ dice.
─ Oh. Voleva il tuo culo in faccia. ─ mugola lui. ─ Si è tuffato tra le tue chiappe, almeno?
─ Sì
─ Dentro?
─ S-ì.
─ Con la lingua? Ti ha leccato il buchetto?
─ Sì. E intanto con le mani mi masturbava.
─ Sei venuta?
─ Sì.
─ Già lì, sulla porta di casa, con i calzoni alle ginocchia?
─ Sì.
─ Gli hai inondato la faccia?
─ Sì.
─ Cristo. Girati. Non ce la faccio. Dammi il culo.
Lei è ben felice di obbedire. La sua fica, torturata dalle dita di lui, esperte nell’evitare quei movimenti e quelle pressioni che l’avrebbero già portata infallibilmente all’orgasmo, pulsa ormai di un bisogno tirannico.
Si solleva sulle ginocchia, spostandosi carponi verso il centro del letto. Lui raccoglie la collana di perle che dondola nel vuoto, battendo contro le sue cosce, e la porta dietro, sulla sua schiena. Non si è nemmeno spogliato del tutto. Il cazzo spunta rigido e venato d’azzurro tra i lembi della camicia, mentre le si mette alle spalle, trattenendola per la collana.
─ E questo?
Il tono è di freddo stupore. Lei non capisce immediatamente, ha già dimenticato, ma il ricordo affiora, e con esso un’ondata di calore, vedendolo indicare la sua schiena.
─ Non è niente ─ sorride.
─ È un morso.
─ Non mi ha fatto male, sul serio. Sai che la mia pelle si segna facilmente.
─ Lo sapeva che saresti tornata da me.
─ Sì. Si è preoccupato, in effetti
─ Non troppo.
─ Bè
─ Avrà pensato che io non ti scopi più, ormai
─ Non credo, no
─ Ti ha marchiata, voleva lasciarti un segno.
Lei aggrotta le sopracciglia. Non ha bisogno di voltarsi per sapere che il cazzo che stava per impalarla ora punta sconsolato verso il materasso.
─ È stato dopo che sono venuta, quando me l’ha messo dentro, da dietro.
Mentre parla si risolleva, a cercare il contatto delle natiche contro il corpo di lui. Con la mano trova il suo uccello – quasi del tutto inerte – e comincia a menarlo, sfregandoselo in mezzo alle chiappe.
─ Me l’ha infilato tutto, ─ continua ─ fino alle palle, e intanto mi aveva tolto la camicetta e mi impastava i seni. Si muove così da dio quando scopa, come quando balla. L’orgasmo non mi aveva ancora placata, così mi sono infilata una mano in mezzo alle gambe e ho ricominciato con a stimolarmi per godere di nuovo.
Con sollievo, sente che le parole e il massaggio stanno provocano una reazione.
C’è stato un tempo, quattro anni prima, in cui nulla avrebbe funzionato. La sua dedizione, di cui si dichiarava così felice, lo aveva reso allo stesso tempo, per lei, impotente. La fioritura del suo spirito lo esaltava. Mi indurisci il cervello, le diceva, ma il mio cazzo non ti trova più appetitosa. Gliel’aveva confessato, alla fine. Che non aveva perso il desiderio o la capacità fisica di metterlo in atto, che il cazzo gli funzionava ancora, ma non con lei. Con altre, non con lei.
Chissà come sarebbe finita, se una notte, furiosa e disperata, non gli avesse confessato che anche lei si era presa altrove il piacere che da tempo lui non voleva più darle. Se avesse girato sui tacchi, invece di rispondere come aveva fatto, usando quelle parole sporche, banali, oscene, alle sue domande sempre più precise…
─ Te la menavi come un’invasata, mentre lui ti chiavava.
─ Sì. Mentre mi montava come un animale.
─ Come un animale. Cristo, ti ha morso.
─ Sì, mentre mi riempiva, mi ha affondato i denti nella schiena.
─ Bestiale. Sì, così, toccami i coglioni. Adesso te lo infilo, puttanella, adesso sentirai se non ti apro il culo.
E infatti il pene è tornato cazzo, lei deve solo piegarsi, rilassarsi, accoglierlo, sentire crescere il proprio piacere, strettamente intrecciato al suo, sempre più duro, i colpi, il sesso, la vita, dura e tesa, tenera e umida, debordante. Quando la pelle si fonde nella pelle non servono più le parole, oscene, d’amore, la parola ammutolisce davanti alla musica dei corpi.

─ Ti vuole sua. ─ sono le prime parole che le dice, quando si ritrovano, lei in accappatoio, lui già rivestito, nel salone in cui l’ha attesa per gran parte della giornata.
Lei si limita a sorridergli, accomodandosi sul bracciolo della sua poltrona e accarezzandogli la mano, intrecciando le dita alle sue.
─ Forse è meglio chiuderla, questa storiella, che ne pensi?
Il bel volto di lei freme e si accartoccia, come un foglio di carta troppo vicino al fuoco.
─ Ti dispiace.
─ Sono sorpresa. Non me l’hai mai chiesto prima.
─ Sei diversa, questa volta.
─ Io o tu?
La guarda con quieta mestizia. È incapace di atti drammatici.
─ È un no?
─ … Non ti desidero nella cecità della fiducia…
Lui sorride.
─ Joyce. Usi contro di me le mie armi. Cattiva ragazza. Perché non ti desidero nella cecità della fiducia. Ma nell’inquieto, vivo, tagliente dubbio. Tenerti avvinta, senza legami, nemmeno d’amore, essere congiunto a te in corpo e anima nella più estrema nudità. Ti sei innamorata di lui?
─ Non è da te, una domanda così insensata.
Lui abbassa e scuote leggermente la testa. Ride sconsolato.
─ Cosa è successo alla dolce studentessa con l’anima a fior di pelle?
─ Ha incontrato te.
─ Che razza di assassino sono.
Lo era. Un assassino, un killer.
Le aveva mostrato il doppio fondo sul baule del mago.
Nella più estrema nudità. L’apprendistato era stato feroce. L’approdo esaltante e pauroso.
Non c’è più un indietro al quale tornare, ma il viaggio è appena cominciato.
Nemmeno d’amore.
Si china a baciarlo.
─ Perché ora quel sorriso?
─ Sono felice.

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Sirene cannibali

Noi fatte di niente, tenute in piedi solo della nostra colossale voglia di ammazzarci. Lentamente, il più lancinante possibile. Noi, crampi ai polpacci e immani carenze di potassio, di magnesio, di tutto.

Tu che strizzi gli occhi, Ma’, ogni volta, entrando qui, credi che non me ne accorga? Che ti aspetti ancora, da me?

Noi, mi hanno tolto di nuovo il pc e il telefono, cazzo, noi, quando arrivano le quattro, e le cinque, e le sei, e le sette, quando me la danno questa cazzo di sigaretta?, noi che contiamo le nutrizioni, che parliamo sempre di vomitare o di non vomitare, con chiunque, e abbiamo perso da un pezzo ogni decenza, anche quella di nasconderci a crepare in un buco nella terra. Noi che ci scattiamo foto, intere gallerie degli orrori che pubblichiamo su facebook, tra le immagini di quelle bellissime principesse tristi che in fondo ancora ci sentiamo, noi arpie sghignazzanti sulla faccia di qualunque stronzo si azzardi a mettere un “mi piace”. Ma nessuno da tempo lo fa più.

Noi entusiaste, ogni mattina prima dell’alba, puntuali al binario a prendere il nostro treno per l’agognata Auschwitz, per Dacau, per la nostra privata Treblinka, noi gole spezzate, lacerate dai nostri stessi artigli, noi polsi stuzzicadenti e vene ulcerate da troppi aghi, noi fighe aride e umori perduti.

Noi nemiche sorelle, che ci affoghiamo a vicenda in terrorizzati abbracci, vi sfidiamo dai nostri lebbrosari, e poi ci ripariamo dietro barricate dei polpacci sfibrati, di gomiti appuntiti, di menti che bucano la pelle, di lividi dove ci legano i polsi. Ci contiamo i dolori, i giorni, le ore, i mandarini, le sigarette, le rughe, le piaghe e i capelli, sempre meno.

Facciamo defluire il sangue dalle gengive, noi assassine compulsive, Lady Lazarus del cazzo, noi cadaveri deambulanti, teschi imbellettati. In bagno a stendere un rosso da puttana su quel che resta della polpa delle labbra e tu che non lo noti, che non riesci a guardarmi.

Il tuo odio mascherato da cura è più forte dell’amore con cui mi ammazzo?

Ma’, ce l’hai ancora nel portafoglio quella foto mia?

Che foto, dici, come se non ti ricordassi, ma la mano ti è corsa d’istinto alla borsetta.

Fammi vedere, ti prego, quella foto.

No, tienila là, fai finta di niente.

Niente, dico, lascia stare.

La vuoi vedere?

No, no ho detto! NO!

Guarda com’eri bella, mi hai detto un giorno, guarda che bella bambina eri.

Solo che non ero una bambina, avevo quindici anni e tu mi chiamavi puttana, Ma’.

Avevo dodici anni e mi ubriacavo il pomeriggio, con i soldi che ti avevo rubato, e mi masturbavo fino a sera, e tu tornavi dal lavoro e sbattevi le porte, urlavi esci da quella stanza, esci da quel letto, che cristo fai sotto a quelle lenzuola tutto il giorno? Mi amo, dicevo, ridendo sbronza. Mi amavo.

Mi hai caricato in macchina in braccio, l’ultima volta.

Noi donne di carta velina, noi femmine stracciate.

Che impressione, quanto ti ha fatto impressione, è stato come portare una bambola di stracci, un sacco di ossa, ti ho sentito piangere al telefono con tua sorella, mentre riprendevo coscienza a metà.

Prendimi in braccio, Ma’. Prendimi in braccio ancora, che quella sera ero svenuta e non mi ricordo.

Quella stronza dell’infermiera la odio, dico invece.

Se fai la brava ti spostano di qua, lo vuoi capire?, gemi tu, esasperata.

Io e il buco diretto nello stomaco, in quel che ne rimane, io fortissima, nessuno come me ha tanta forza in corpo, tanta vitalità nel morire. Te ne andrai tra poco, perché proprio non lo puoi sopportare, il pensiero che finito qui, anche oggi andrò a vomitarmi fino a svenire.

Non mi danno più cibo per bocca, non ricordo più nessun sapore, solo quello acido del fiele.

E tutti i tuoi perché, e tutti i miei perché, hanno lo stesso amaro, lo stesso acido che corrode.

Ad una massificante uniformità della sintomatologia medica che si ripete uguale a se stessa in ogni parte del mondo, corrisponde l’estrema diversità delle singole posizioni che ogni soggetto affetto da anoressia-bulimia assume nei confronti della malattia stessa.

Devi capire che hai bisogno di regole, dite tutti.

Camilla è bellissima, ha occhi di cielo. Camilla la danza l’ha incasinata, ma lei può mangiare, sotto controllo, lei non ha un buco nella pancia, né una cannula che le spara crema biancolatte nella vena centrale. Accanto a noi spaventapasseri, lei sembra una fottuta principessa, e mangia cose vere. La odiamo. Ci scanniamo tra di noi perché lei ci abbracci, per essere sue amiche, la adoriamo.

Il suo corpo resiste, i suoi muscoli si rifiutano di liquefarsi, così come le sue labbra a cuore.

Pensiamo solo all’affetto che ci manca, al cibo che ci manca. Vorremmo ingozzarci d’amore come ci abbuffiamo di tutto il cibo che riusciamo a rimediare approfittando di ignari marinai richiamati dal nostro canto di sirene agonizzanti, del cibo che rubiamo dai vassoi degli altri e persino dalle pattumiere, ed è sempre troppo poco. Amiamo solo nel momento del bisogno, del desiderio. Poi è la tazza del cesso che abbracciamo, a schizzare fuori quella spaventosa pienezza di amore o di pane e wurstel crudi. Finchè non rimangono solo filamenti vischiosi a danzare nell’acqua, a scivolare sulla ceramica macchiata, e poi ancora, fino a che il corpo si spezza nel mezzo, finchè non ci vomitiamo la linfa.

Sfinite, esauste, benediciamo il nostro vuoto, malediciamo la tentazione di restare in vita. Mai più, mai più, ci giuriamo, eruttando l’aria acida dei nostri corpi in sfacelo.

Inganniamo, non facciamo altro.

Ti amo così tanto mentre ti aspetto, Ma’. Mentre sogno che tu venga, qui al capezzale del letto a cui così spesso mi devono legare, a sfiorare la mia fronte con un bacio, a cullarmi tra le tue braccia, come quando il mio corpo era puro, quando era buono come pane caldo, e senza peccato.

Hai saputo dell’altra sera, del casino che ho fatto. Non fai altro che prendermi in giro, dici. Tu vuoi proprio morire, non è vero che ci tieni a me, che ci provi a vivere. Non ci provi per niente.

Me l’ha detta anche D, una volta, una frase così. Prima mi capiva, però, fino a un certo punto. Tenendomi le braccia, abbracciandomi forte per impedirmi di andare a vomitare la pasta al burro che mi aveva preparato, mi diceva, non è colpa tua. Tu sei il consumismo che esplode, la schizofrenia di questo mondo di merda che si manifesta, tu sei la ferita sanguinante di questa fottuta società, sei ognuno di noi, che si ingozza e muore di fame. Pensava di nutrirmi di amore e rivoluzione, il mio pazzo anarchico, di salvarmi dal capitalismo, da mia madre e da me stessa.

Ha perso su tutta la linea e qui non ci viene più, anche lui si è scelto alla fine un inganno migliore. Solo tu torni, a testa bassa, cieca come solo una cagna, come solo una madre, a cercarmi ancora tra le lenzuola.


Spoglie di biscotti

 

Mi hai portato dei biscotti. Sono senza burro senza zucchero senza uova senza conservanti senza coloranti senza grassi vegetali idrogenati, hai detto. Ti ho guardato. Hai abbassato lo sguardo. Non ti faranno ingrassare, hai detto, la testa bassa e un mezzo sorriso. Ti ho mai detto che sono a dieta? Hai voglia di fare due passi? mi domandi, tendendomi la mano. Mi alzo dalla poltrona, ti resto davanti, con la mia stupida vestaglia e le mie stupide ciabatte, e tu il tuo bel cappotto scuro e le tue scarpe lucide e la sciarpa di cachemire che di sicuro ti ha regalato lei per Natale. Eccomi, la mia vestaglia è macchiata, forse di olio o di burro o di qualche tipo di grasso vegetale idrogenato o no, non so cosa usano qui, credo che non gliene fotta un cazzo se ingrassiamo o no. La mia faccia dev’essere bianca, penso, e così nuda, con i capelli tirati all’indietro. Ti guardo negli occhi neri, con i miei blu. Mi abbracci, come se fosse inevitabile. Un abbraccio senza peso senza calore senza umidità né odore, un abbraccio che non mi farà ingrassare di un grammo. Poi mi prendi sotto braccio, quasi si direbbe che persino tu ti vergogni, di questo abbraccio indecentemente a buon mercato, di questo abbraccio da hard discount. Ci spostiamo fuori della camera, io apposta strascino le pantofole, voglio che facciano uno sconcio splat-splat sul pavimento di linoleum verde lichene, ma tu non ti arrabbi, non mi guardi storto. Raggiungiamo l’uscita. Camminiamo per un po’, in silenzio, fuori, io con gli occhi uno mezzo aperto uno mezzo chiuso. Mi tieni la mano sotto il gomito, attento, ben attento a non sfiorarle nemmeno, le bende che salgono dai polsi. Non sanguino più, ti dico. Ti ritrai, come se ti avessi sputato in pieno viso. Scuoti la testa, come a voler gettare via le mie parole. O me. Vuoi un biscotto? mi chiedi, balbettando. Trafitto. Ne prendo uno, per salvarti dalla furia della tua pena. Lo mordo, lo mastico, lo impasto di saliva, saliva ancora saliva per dargli una consistenza semi liquida che andrà giù. Ma non va. Si ferma lì, incollato sul palato, lì, mezzo inghittito. Ora muoio soffocata, penso. Mi viene da ridere, ma invece di ridere, chissà perché, piango. La poltiglia senza burro senza zucchero senza uova né grassi vegetali idrogenati mi si rovescia fuori delle labbra, gocciola densa sulla vestaglia. Ti chini, costernato, sui miei singhiozzi, ti frughi nelle tasche, mi pulisci il mento con il tuo fazzoletto. Non importa, non importa dici. Piango, piango ancora e allora mi stringi, contro il tuo cappotto, mi stringi e le mie narici trovano quello che una volta era il tuo profumo, incastrato tra le fibre, assieme all’odore di involtino primavera della rosticceria cinese di via Battisti dove ci piaceva andare, e sento il battito accelerato del tuo cuore, dentro le ossa, e sento l’odore del tuo respiro che mi scalda la guancia. Non importa dici, non fare così, non dovevo venire, scusami, scusami per favore, non potevo, ma non dovevo, lo so, è colpa mia. Le lacrime si arrestano, forse grazie a quelle parole, o forse per quell’odore di paura e dolore che ti porti dentro, sotto il cappotto, e magari nemmeno lo sai, che sei morto un po’ anche tu, assieme a me, che hai perso ogni sapore. Fanno schifo quei biscotti, dico. Lo so, dici, scusa.


Balene bianche

E ti chiederesti se basta rinunciare, per farti di nuovo innocente, oppure se l’innocenza l’hai persa per sempre nel momento stesso in cui hai desiderato.

(Un libro che non è reperibile è come un messaggio in bottiglia caricato di piombini. Per questo stasera ve lo regalo, il mio primo libro, pubblicato nel 2007, ancora in catalogo, in teoria, ma chi ha provato a ordinarlo ha ricevuto, dopo settimane, un messaggio che lo informa che il libro non è reperibile. Se cliccate sul titolo qui sotto invece ve lo dovreste – se non ho sbagliato qualcosa – trovare sotto agli occhi. Buona lettura)

Balene Bianche


Sara

Il trillo del telefono esplode mentre Sara finisce di spogliarsi. Dalla stanza da bagno arriva già lo scroscio dell’acqua nella doccia.

Sara, nuda, guarda l’apparecchio. Fa un passo in direzione del bagno.

Si ferma.

Torna indietro. Solleva il ricevitore.

– Ciao. – è sua madre.

– Ciao.

– Tutto bene?

– Sì.

– Ti disturbo?

La voce della madre è bassa, arrochita. Sara fissa la punta del proprio piede nudo.

– No. È successo qualcosa? – chiede.

– No. – replica la madre – niente di grave.

– Allora qualcosa è successo.

Sara si sposta in bagno. Tenendo il cordless incastrato tra la spalla e l’orecchio chiude l’acqua nella doccia.

– Papà, dice la madre – Se ne è andato.

Sara afferra l’accappatoio appoggiato accanto al lavandino e se lo getta sulle spalle.

– Mamma, è successo quasi un anno fa.

– Un anno oggi.

– Ah.

Sara solleva gli occhi al cielo.

– Forse dovresti evitare di crearti ricorrenze dolorose. – aggiunge.

– Certo. – replica la madre – Più facile a dirsi.

– Lo so. Vuoi… Vuoi che facciamo qualcosa, che passo da te, più tardi?

– No, no. Non ce n’è bisogno. Davvero. È che stavo riordinando la cucina e mi è venuto in mente, così, all’improvviso. Guardavo fuori e mi dicevo che l’anno scorso non faceva già così freddo, di questi tempi e, sai com’è, un pensiero tira l’altro.

– Sì.

– Ma davvero non ho bisogno di niente, forse volevo solo dirlo a qualcuno.

– Capisco.

– Dirlo, in generale. Ora va meglio. Tu stai bene?

– Sì, stavo per uscire.

– Scusami allora.

– Non ti preoccupare, non sono in ritardo.

– Meglio così. Ci sentiamo magari stasera con più calma.

– Va bene.

Sara saluta la madre e appoggia il telefono sopra il coperchio della lavatrice. Allunga una mano verso la doccia, ma poi la ritrae, e si stringe invece l’accappatoio più stretto addosso.

Lentamente torna in camera e si siede sul bordo del letto. Rimane così per diversi minuti, poi solleva i piedi dal pavimento e li tira a sè, sopra al materasso. Li copre con i lembi dell’accapatoio, arrotolandoli sotto le dita contratte. Stringe le ginocchia al petto, le abbraccia strette e vi affonda la faccia.

(foto di Annarita Migliaccio)