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Tornare (forse)

Che l’idea che i social abbiano sostituito i blog non mi sembra né centrata né realistica, anzi. Quindi tornare a scrivere, più di pochi caratteri per volta, senza chiedere la futile approvazione di un pollice in su. Scrivere per chi ha tempo e voglia di leggere, oppure chiudere la bocca virtuale e scrivere sulla carta o per la carta, per chi leggerà e serberà qualcosa, e lasciare che il dialogo si svolga solo quando ci si può guardare negli occhi. Sarà ancora possibile, senza forzature, mi chiedo? Quando la natura non viene più naturale, quando gli ambienti artificiali risultano tanto reali quanto un bar o una biblioteca, e tanto più reali dell’atrio di un centro commerciale, forse è il concetto di naturalezza a risultarne irrimediabilmente modificato. Irrimediabile, in ogni caso, è una parola che mi piace, in senso durassiano, direi. Vedremo.


E… niente

 

Colpa tua se non so che dire. Hai preso tutte le mie scatole-parola ben impilate, quelle semplici e le più particolari, collezionate in anni di buone letture e pervicace ricerca, le hai prese una per volta, le hai aperte e rovesciate, mostrandomi con un sorriso tranquillo che niente cadeva a terra o prendeva il volo, solo quella polvere che avevo trascurato di togliere.

Mi hai lasciata così, con le mie scatole vuote e i miei coperchi inutili, ammutolita, senza regalarmi nessuna nuova illusione in cambio delle mie perdute.

Cosa potrei mai dirti adesso, quale parola potrei regalarti, da che sappiamo entrambi che sarebbe vuota di vita e di segreti, nessun ponte verso l’infinito, solo, al più, qualche ragnatela, troppo fragile per appenderci anche un sospiro? Taccio. Accolgo i tuoi occhi, le tue labbra, la tua carne, io appesantita, sopraffatta, accecata da tutti questi niente, da questi fortissimi niente, da queste urgenze senza nome, da queste verità senza definizione.

Sola, così sola, in balia di questo niente che non so più dire, a cui non so rinunciare.

 


Stare.

… potrei prolungare all’infinito questi attimi di avvicinamento, lui forse non lo sa, non si può immaginare quanto adori questo stare nel desiderio senza trasformarlo in atto, davvero non so quanto a lungo potrei protrarlo


2. Neve

─ Cazzo!

─ Che c’è?

Io sono sdraiata ormai, con le spalle alla finestra. Lui invece sta guardando fuori, con gli occhi sgranati.

─ Nevica! ─ dice.

─ Stai scherzando?

Da giorni le temperature stanno inesorabilmente scendendo, ma l’aria era asciutta fino a questo pomeriggio, e il cielo era di una qualità di turchese che raramente si vede in questa parte di mondo.

Invece ora sta nevicando. Sono le quattro del mattino appena passate, e nevica. La neve in pianura, a novembre.

Ci spostiamo entrambi sotto alla finestra, quasi con il naso contro il vetro. I fiocchi sono grandi e compatti. Cadono sull’asfalto gelato e non si sciolgono.

─ Andiamo giù?

I suoi occhi sprizzano entusiasmo.

─ E se ci vedono?

─ Sono le quattro, chi vuoi che ci veda?

─ Non lo so.

─ Dài, mettiti il cappotto. Stiamo fuori solo cinque minuti.

Sono indecisa. Sembra fare un gran freddo.

─ Dài. ─ ripete, e si sta già infilando la giacca.

Poco convinta lo seguo, recupero il mio giaccone più pesante dall’appendiabiti in ingresso, e anche un cappello. Mi vesto per le scale, mentre Elia corre giù.

Fuori l’aria è fredda ma ferma. Il vento forte dei giorni scorsi si è completamente spento.

Un fiocco di neve mi centra un occhio, appena metto piede fuori dal riparo del portone.

Elia mi prende per mano.

Facciamo qualche passo, sul marciapiede.

La strada è deserta, il silenzio è irreale, i fiocchi schioccano come piccoli baci, toccando il suolo.

Le finestre degli appartamenti sono occhi neri nel buio, vediamo una sola luce azzurrina a un piano alto di uno dei palazzi di fronte, qualcuno davanti a una televisione accesa. Ci divertiamo per un po’ a immaginare l’identità dell’insonne e cosa stia guardando: una vecchietta che guarda le replice delle sit-com pomeridiane, un uomo solo che guarda le pubblicità delle linee erotiche sulle tv private massaggiandosi il pacco, una donna che sospira sopra Casablanca, come la protagonista di Harry ti presento Sally (questa era una mia fantasia), un ragazzo che si vede un film horror in dvd (questa la teoria di Elia), due amanti stravaganti che hanno deciso di vedere assieme tutto il decalogo di Kieślowski?

Questa ultima mia lo fa ridere. Il decalogo di chi? Poi rinunciamo a fare ipotesi, e ci godiamo lo spettacolo. Osservo Elia sollevare il viso, offrendolo al cielo, e timidamente faccio lo stesso.

Il movimento dei fiocchi in caduta è ipnotico. Ci allontaniamo dai lampioni, perché al buio è ancora più bello, quella che cade sembra materia impastata di luce, capace da sola di rischiarare il cielo e la strada. Restiamo per un po’ così, mano nella mano e faccia in su.

Il freddo punge dentro le narici, ma è forte lo stesso, forte e inebriante, l’odore della neve. E lacrime calde fondono i fiocchi che continuano a depositarsi negli occhi.

Il primo bacio – forse l’unico – che ci diamo in mezzo alla strada, e poi torniamo di corsa verso il portone, ridacchiando perché fa ridere, correre tenendosi per mano, quando non si è più bambini.

Goffa e intirizzita, devo proprio essere matta, mi dico.

Una volta al riparo nel mio appartamento, ci spogliamo tremando, le dita gelide contro la pelle calda, le punture sottopelle del sangue che riaffiora, il freddo che resta nelle ossa, i denti che battono, l’abbraccio che vorrei potesse generare scintille, accendere un falò.

(stesso romanzo, un altro estratto)


Sangue. Dedicato al mio prossimo errore

(il mio sangue come rose rosse avvolte in una vena aperta. in dono. perchè alla fine non si diventa più saggi, solo più bravi a sbagliare)

Scrivo di notte, mentre fuori nevica, come un anno fa. Queste tre cose insieme: lo scrivere, la notte, la neve, mi fanno sollevare per un attimo la testa, e le dita dalla tastiera. Apro un nuovo foglio per dedicartelo, lo dedico a te che non sei niente, che non sei mai stato niente.

Io sono con lei qui completamente come con nessun altro, qui, questa sera, in India

 

È andata così, chissà perché, quell’esserci completamente, e non si era nemmeno in India.

Sono stata la donna verso cui vanno le onde di tutti i dolori, ho accolto il tuo dolore, non so ancora perché. Non mi verrà mai spiegato, non è contemplato uno spazio per le spiegazioni.

So, ora lo so, che non ha significato niente, so che ha significato molto. Il mio piede esitava nel vuoto, tu hai lasciato cadere pietre gialle per le mie scarpe rosse.

Che importa, in fondo, che il mago fosse un ciarlatano? Il viaggio, sempre, è il viaggio, è la strada.

Grazie, allora, un grazie ti è dovuto, anche per lo strapiombo che ho dovuto attraversare, a prezzo di qualche graffio, non profondo, non troppo. Grazie anche per il sangue versato, è salutare perderne, ogni tanto, serve a farne di nuovo.

Restare fedeli ai dolori, questo no, piangerli quanto basta, quanto è giusto, l’ho fatto.

Lo sai quanto ci mette un bambino a ricambiare tutto il sangue materno, a sostituire ogni globulo e ogni piastrina del suo corredo di sangue? A me l’hanno detto e lo ricordo, anche se non ho mai trovato conferma. Cinque anni, pensa.

Cinque anni perché nelle sue vene scorra sangue totalmente suo.

Quanto ci vorrà a ripulire l’anima dal dolore da cui l’abbiamo lasciata ingravidare? Sospetto sia un processo lento, ci vorrà pazienza, se ne porteranno a lungo tracce. Ma alla fine il sangue sarà del tutto nuovo. Credo.

( e il nuovo volto che offro a te/ nessuno al mondo l’ha mai visto)