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Seducendo il demone

[..] La “scopata senza cerniera” è molto più di una scopata pura e semplice… Senza cerniera perché al momento buono le cerniere cadono come i petali di una rosa sfiorita, la biancheria si sparge nel vento come la bambagia di un soffione. Le lingue si intrecciano e si liquefanno. L’anima scivola come un sospiro nella lingua e poi nella bocca dell’amante.

 [..] La scopata senza cerniera è assolutamente pura. Non ha motivazioni recondite. Non ci sono giochi di potere. L’uomo non “prende” e la donna non “dà”. Nessuno sta cercando di far cornuto un marito o di umiliare una moglie. Nessuno sta cercando di provare qualcosa o di ottenere qualcosa da qualcuno.

Erica Jong _ Paura di volare

(Omaggio a una grande scandalosa scrittrice, letta a diciott’anni e mai dimenticata. Da una mia recente recensione: “Forse, a ben pensarci, le scrittrici contemporanee non sono andate molto avanti, se pensiamo che Erica Jong scriveva già di sesso “come un uomo” all’inizio degli anni ’70, che, anzi, faceva molto di più: scriveva di sesso come una donna, ma con la spregiudicatezza di un uomo. Osava dipingere la sua eroina, la memorabile Isadora Wing, con un vorace appetito sessuale, un sagace intelletto, un preciso rifiuto verso gli eccessi igienici e nessun imbarazzo a fare l’amore anche in pieno ciclo mestruale.”)

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Rien de rien

Non, rien de rien, je ne regrette rien. C’est payé, balayé, oublié Je me fous du passé

Canta a squarciagola, Lea, la sua alta figura vestita di bianco baluginante sull’asfalto lustro di pioggia, canta alle lune dei fari di passaggio, sorda al bestemmiare dei clacson. Edith nelle orecchie, le sue r che vibrano nella gola. Se ne fotte anche se è stonata, nemmeno si sente, nemmeno sente la propria voce.

Sui tacchi altissimi balla senza tremolare, ha caviglie forti, Lea, e muscoli lunghi dentro gli stivali.

Rien de rien.

E si fottano i suoi occhi da bambino.

E si fotta la sua paura da vecchio.

E si fotta la sua voce che si è spezzata dentro il telefono.

E si fottano le parole già sentite.

Ti porto via, via da questo schifo.

Lea si piega sulle ginocchia, muove i fianchi attorno a un palo invisibile, risale lenta, sinuosa, le mani dietro la nuca, i gomiti aperti, le cosce spalancate.

Balayés les amours

Et tous leurs trémolos

Tremante le ha slacciato il corpetto la prima volta. E Lea si è incantata a guardare sulle sue dita così lunghe e bianche. Le ha prese e le ha succhiate, una per volta, come caramelle, come cazzi sottili. Lo ha scelto subito, si fottano anche le regole, gli ha fatto capire subito quanto gli piaceva. I soldi li aveva già presi, ma non ne avrebbe presi più.

Ha scelto di dirglielo soltanto riallacciandosi i calzoni, l’ultima volta, le ha detto lo sai che non può andare, lo sai anche tu.

Gioco finito.

Una macchina lucida e pulita, da agente di commercio. Accosta, con i tergicristalli che vanno troppo veloci.

─ Ciao bella, cosa canti?

Lea non risponde. Ride e si piega a infilare le tette dentro il finestrino. Si è sfilata uno degli auricolari, ma le ginocchia continuano a ondeggiare sulla voce della Piaf che sale.

Una faccia nuova, dev’essere uno di passaggio.

Ni le bien, qu’on m’a fait

Ni le mal, tout ça m’est bien égal

─ Piove eh

─ Sì tesoro. Di cosa hai voglia?

─ Non so, ci vieni a casa mia?

─ No. Solo in macchina.

─ Come stai messa? Sei operata.

─ No, tutta natura, bello.

─ Me lo dai?

─ No, cheri. Cela m’est pas égal.

─ Eh?!

Lea ride.

Non è uno di passaggio, se ha casa qua vicino. Eppure è sicura di non averlo mai visto, né lui né la macchina.

─ Tesoro, te lo prendo in bocca o in culo. O se no di mano, anche se stasera sono stanca.

─  State diventando come le altre puttane. Questo no, quest’altro no! Mi sa che mi cerco una donna vera, stasera.

Il tizio la guarda male. Non le piace per niente.

Lea solleva un attimo la testa, sopra il tettuccio della macchina, e lancia un’occhiata alla Wanda, che capisce al volo e inizia ad attraversare la strada.

Il tizio in macchina se ne accorge.

─ Ma vaffanculo ─ dice e riparte facendo fischiare i pneumatici. Per poco non tira sotto la Wanda, che attacca a urlare insulti in tre lingue.

Lea comincia a ridere, sollevata.

Merde! Che serata di merda! ─ grida.

─ Hai finito di cantare eh, uccellino

─ Come sei messa?

─ Tre, non male. Volevo farmi l’ultima, ma sta pioggerella mi ha rotto il cazzo. E ho fame. Dì, quello lì non sarà mica stato quello stronzo?

─ Ma no. Era solo un frocio.

Quello stronzo. Il tizio che ha ammazzato Dadà e forse anche quella di cui hanno ritrovato il corpo troppo marcio per identificarlo. Ma quel che si sa è che era quello di un maschio con le tette, di un maschio vestito da puttana. Come loro. Comunque.

Chissà che faccia avrà uno così, uno che tira fuori un coltello e lo infila nella carne ancora viva, che magari gode nel sentire il sangue caldo che gli scorre dentro la manica. Potrebbe avere la faccia di un agente di commercio, o due occhi dolci da cucciolo, fino all’ultimo. Niente da fare, stasera tutti i pensieri vanno là.

─ Andiamo a farci un panino da McDonald. ─ propone alla Wanda.

Rien de rien.

Tanto ti ammazzano comunque.

httpv://www.youtube.com/watch?v=kFRuLFR91e4