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Al funerale di un eroe

Non ho portato una macchina fotografica e in ogni caso non mi sognerei di scattare fotografie. Anche gli applausi, spesso, oggi, mi sembreranno fuori luogo.

E mai come nel caldo soffocante di questo palazzetto dello sport le parole della liturgia cattolica mi sono sembrate vuote, spolpate, mere formule che se mai hanno avuto un senso è stato quello di piegare il pensiero e curvarlo secondo il nonsenso di formule ripetute. Sia reso grazie a te, o Signore. Un uomo degno è stato ammazzato come un cane, nella sua solitudine quasi totale, lasciato solo a combattere quella che dovrebbe essere la battaglia di tutti, nessuno escluso, ma sia reso grazie a te, o Signore, come no. Grazie.

Siamo tutti qua, assiepati, noi indegni, a scambiarci un vuoto segno di pace, mentre un uomo degno si rimboccava le maniche, e rischiava la sua pelle. Ma, oh sì, scambiamoci un vero segno di pace.

Mai mi sono sentita meno in pace di così, le mie mani restano strette a pugno, nelle tasche.

Tra lacrime e il solito carnevale hippycomunista, bandiere della pace e kufiah e orecchini con il simbolo della pace, noi reduci delle nostre battaglie virtuali, delle nostre indignazioni a basso costo, dei nostri “mi piace” assolutori e indegni e lui, rivoluzionario, eroe, uomo degno, morto.

Ucciso da chi se non da noi, noi che non c’eravamo, che non sostenevamo, che non lottavamo, nemmeno da qui, perché la sua voce fosse udita, noi che pensavamo ad altro, come se non ci riguardasse, in fondo, quella lotta, una come tante, una delle migliaia di sanguinose guerre su cui si fonda la nostra vomitevole pace, il nostro diritto sacrosanto di stordirci davanti alla tv, di perdere ore a scattarci foto artistiche con cui abbellire il nostro profilo facebook per poi, sotto la nostra faccia falsa, cliccare su “condividi” all’ennesimo video di Vittorio passato e ripassato adesso, da morto.

E per poco, perché chi ripete senza stancarsi una verità troppo scomoda da accettare diventa noioso, noioso.

Vi do la mia pace. Questa pace? Che sia stato uomo o figlio di Dio, o anche entusiasta impostore, non può che vomitare, un Cristo qualunque, su questa pace.

Il vescovo di Gerusalemme parla come un’invasato, con tono da predicatore o da generale, al limite della blasfemia si rivolge a Vittorio come al Cristo crocefisso per lavare i nostri peccati, e si prende la sua dose di applausi. A me suona falso come tutti i preti, ma forse è un problema mio, non so.

Solo gli ottoni che intonano Bella Ciao riescono a liberare un flusso caldo di dolore, solo la musica, niente parole. Devo uscire all’aria per non soffocare.

E all’improvviso, sotto quel sole, più spietata del sole la voce di Vittorio, come un colpo basso, la sua voce registrata (e le immagini del video che scorrono dietro le mie palpebre chiuse) che dice, quando morirò, tra cent’anni, e le lacrime che non si possono trattenere.

La funzione laica si apre con le parole delle istituzioni, qualcuno dice, non lo conoscevo, non sapevo bene cosa facesse, ma avevamo la stessa età. Insomma, penso, non sapevi niente, te ne sbattevi e allora che ci fai davanti a un microfono a parlare di lui?

Finalmente, dopo parole più o meno vuote, più o meno senza polpa, un ragazzo di cui non posso vedere il volto parla in inglese, e parla di Vittorio, il primo che mi parli davvero di lui, senza facile retorica. Il suo intervento si conclude con il grido “Free Palestine!” ripetuto più volte, che non verrà tradotto.

Forse non ce n’è bisogno, semplicemente. Certo ho notato, però, quante volte sia stato ripetuto oggi che Vittorio non avrebbe voluto nessuna bandiera, che oggi è il giorno del dolore. Si percepisce la paura che diventi un momento politico, questo. Dio ce ne scampi e liberi.

Si alternano voci, in rappresentanza di comitati di cui non si sente mai il nome, di gente che si dedica alla causa palestinese come se davvero contasse qualcosa, ci credereste? Gente italiana, che non ha parenti o proprietà o interessi da difendere nella striscia di Gaza, e che eppure dedica la sua vita a quella causa. Per la prima volta si nomina il grande fantasma, l’innominabile spettro di Israele. Si parla delle battaglie di Vittorio, (il boicottaggio di Israle, per “obbligarlo a mollare quel fucile puntato alla tempia del popolo palestinese”) della colossale ingiustizia, di quello che per uno come Vittorio è stato così intollerabile da dedicare la sua vita a combatterlo.

Sarà valso a qualcosa?, questa la grande domanda.

Mi guardo intorno, vedo gente che si accalca, macchina fotografica in mano, per rubare un’immagine della bara, gente con i vestiti della festa, con l’aria di essere uscita per la passeggiata domenicale e di trovarsi per caso a un funerale anziché a una sagra di paese. E poi gente strana, con gli occhi persi e scarpe da camminata e vestiti scoloriti e occhi rossi. E donne con l’hijab e lunghi caftani, e tanti bambini, una con una pancia da gravidanza a termine, sotto al sole, un uomo anziano con la barba bianca che resta seduto su un muretto con la testa appoggiata sui polsi e gli occhi chiusi e ascolta senza dire nulla e senza applaudire.

Sono passate tre ore e ancora le voci si alternano, e non ci sarà permesso di entrare, fino alla fine della cerimonia.

Me ne vado, pensando che sono venuta perché avevo bisogno di vivere il mio sentire di questi giorni, perché avevo bisogno di uscire di casa, lasciare il pranzo di festa e dire “io vado” e andare, e così è stato. Non cercavo una catarsi e non l’ho trovata. Non ho trovato pace.

Me ne vado pensando che è tutto sbagliato, lui morto e noi i suoi assassini che torniamo alla nostra pace regalata, non guadagnata, pensando che noi, noi siamo sbagliati.

 httpv://www.youtube.com/watch?v=cKSAC1XVj1Y