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La città vecchia

CITTÀ’ VECCHIA
Umberto Saba
(da “Trieste e una donna”, 1910-12)

Spesso, per ritornare alla mia casa
prendo un’oscura via di città vecchia.
Giallo in qualche pozzanghera si specchia
qualche fanale, e affollata è la strada.
Qui tra la gente che viene e che va
dall’osteria alla casa o al lupanare,
dove son merci ed uomini il detrito
di un gran porto di mare,
io ritrovo, passando, l’infinito
nell’umiltà.
Qui prostituta e marinaio, il vecchio
che bestemmia, la femmina che bega,
il dragone che siede alla bottega
del friggitore,
la tumultuante giovane impazzita
d’amore,
sono tutte creature della vita
e del dolore;
s’agita in esse, come in me, il Signore.
Qui degli umili sento in compagnia
il mio pensiero farsi
più puro dove più turpe è la via. 

 

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San Sabba

Trieste, 30 settembre 2007. Pomeriggio. Sera. Risiera di San Sabba.

La Risiera. Scorrono, soffiandomi aria fredda sul collo, i fianchi grigi dello stretto cunicolo che si spalanca nel piazzale. Assurdamente grande e libero e silente.

C’è un silenzio spesso, tra queste palizzate altissime di cemento.

Nonostante il comune di Trieste – lo stesso che in un cartello all’ingresso chiede di non usare il telefonino per una questione di decoro – abbia scelto, con avvilente menefreghismo o crudele ipocrisia, di piazzare un luna park a ridosso delle mura di questo luogo di morte e di ricordo. Arrivano le grida eccitate dei ragazzini sull’ottovolante, arrivano, ma non riescono a perforare la bolla gelata di silenzio, la bolla di pulsante silenzio che qui ha preso dimora, che qui vive, respira, ti bacia sulla pelle fredda della faccia.

Fa più freddo che altrove qui.

Tremo, fuori non avevo così freddo, non c’è bora oggi, qui l’aria è immobile eppure. Eppure.

Qui ha vissuto l’orrore. Ora ha traslocato – non è finito, è diverso –  ma ha lasciato la sua pelle vuota di serpente, le sue scaglie polverose ma ancora vibranti, le sue ceneri ancora tiepide.

Nella stanza delle celle (non molte, qui partivi o morivi, non era luogo pensato per le lunghe permanenze questo, anche se c’è chi ha trascorso molti mesi in uno di questi piccoli canili con il soffitto ribassato, due panche di legno sovrapposte, addossate al muro, e uno spazio libero poco più largo, aspettando di partire o morire, o di partire e morire) mi farei il segno della croce.

Lo sento prudere sulle dita, sulla fronte. Se fossi sola lo farei.

Non sono sola e mi trattengo, non voglio sentirmi dire “ma come, proprio tu”, non voglio dare spiegazioni ora, non voglio sentire il suono della mia voce. È che non so pensare ad altro, potrei allo stesso modo appoggiare la fronte sulla pietra gelata, o abbracciarla, o inginocchiarmi, o lasciare un fiore come altri hanno già fatto, avrebbe lo stesso senso, sarebbe la risposta allo stesso bisogno. Premo invece il palmo della mano sul muro, come in una carezza, come dire “sono qui”.

La stanza delle croci. Un cartello APERTO – SPINGERE su una porta di rete metallica.

Spingo, scendo all’interno.

Una cattedrale.

Questo il mio primo pensiero, non so perché il sacro preme, qui, continua a intromettersi. Immagino il sole che filtra dalle fila di finestre, i raggi che si intersecano alle travi e alle piantane di legno. Forse un giorno è stato  bello questo posto, forse potrebbe ancora esserlo, con il sole.

Invece fuori fa già buio, e questo stanzone fa paura. Eppure vorrei essere sola, adesso, qui dentro. Vorrei poter ascoltare queste mura di mattoni rossi, il legno vecchio di queste croci sovrapposte, sapere di quest’orrore ormai disarmato, fare mio quello che qualcuno qui un tempo deve avere capito, sull’uomo, sulla vita, su Dio. Ancora Dio, sì, ancora questo sacro che vuole affiorare.

Il compagno cerca di abbracciarmi. Mi irrigidisco. Non è posto per gli abbracci, questo, non si può portare amore qui, dove l’orrore si è solo spostato, un po’ più là, ci guarda, non è lontano.

Non è posto per le parole d’amore. Qui si sta in silenzio e si ascolta.

Dentro le cicatrici indurite del mondo ci sono risposte, per chi le vuole cercare. Bisognerebbe poter restare a lungo qui, da sola, in ascolto.

Ma adesso devo uscire, tirare il battente di rete metallica e uscire di nuovo, sul piazzale ghiacciato.

Lì dove stava il forno, e ora c’è solo un quadrato dove la pietra carsica è lucida come marmo, un gradino al di sotto di noi. E una sorta di canale di scolo, una ferita che parte dal quadrato vuoto e taglia a metà il campo.

Un botto esplode come uno sparo, a un passo da me.

Inaspettato, incongruo, mostruoso. Mi rattrappisco, obbedendo a un istinto atavico, con le mani sulle orecchie. Poi guardo il petardo ancora fumante, e capisco che lo sfregio del Comune non si limita alla musica che rimbomba, turbando la pace delle ceneri sepolte, o alle urla esaltate di chi si diverte sugli autoscontri. Qualcuno, dall’ottovolante, o da una struttura sopraelevata di qualche tipo, ha lanciato uno stupido razzetto qui dentro.

Ha squarciato per un attimo la bolla densa e viva di silenzio, ha aperto uno strappo che si è subito ricomposto. L’eco però mi resta nelle orecchie, e sento una rabbia insana, blasfema in questo luogo, una rabbia di cui mi vergogno, per l’idiota che ha potuto, per l’idiota che ha osato, per chi gli ha offerto l’opportunità di superare la barricata con la quale questo tessuto cicatriziale cerca di proteggersi, come può. Come può.

Lettere, ci sono lettere sui muri. Fotografate, fotocopiate, affisse. Leggo tutte quelle che riesco. In mezzo fotografie di volti, di vittime e carnefici, i primi mi sembrano tutti belli, i secondi mi appaiono vuoti, paurosi. Mi chiedo se è davvero così, o se le divise, gli slogan sui muri, se il fatto che so, cancella ai miei occhi l’umanità dai loro tratti. Non ho risposta. Li guardo e vedo scheletri di metallo, pelle sintetica, aliena, occhi di vetro.

Sul muro di una foto, campeggia il motto “CREDERE, OBBEDIRE, COMBATTERE”, dietro la schiena di mostruosi robot con il braccio alzato. Il motto mi resta in testa, penso a quante volte, quanti governi, quante ideologie, quante religioni, hanno chiesto e chiedono di credere, di obbedire e di combattere.

Chi pretende fede incondizionata e obbedienza cieca ha quasi sempre cattive intenzioni.

Tra i disobbedienti, mi dico, e mi sembra importante. Non definitivo, forse, non risolutivo, può darsi, ma importante. Tra i disobbedienti, sempre.